A Paternò l’opera (nascosta) dell’artista che influenzò Caravaggio

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Nel paese etneo, celata tra le ombre in un religioso silenzio, si trova l’opera di una delle pittrici più importanti del XVI secolo: Sofonisba Anguissola, cremonese di origine e siciliana d’adozione, ha donato alla città la sua Madonna dell’Itria. La domanda sorge spontanea, come sarà giunta la sua opera fino alle pendici dell’Etna?

La facciata aggettante tipica dell’Ittar ci accompagna all’ingresso della chiesa dedicata alla Santissima Annunziata di Paternò, paese in provincia di Catania. Celata tra le ombre in un religioso silenzio, l’opera di una delle pittrici più importanti del XVI secolo: Sofonisba Anguissola. Così Giorgio Vasari, modesto pittore e illustre biografo, di lei contemporaneo: «Soffonisba […] ha con più studio e con miglior grazia che altra donna de’ tempi nostri faticato dietro alle cose del disegno, perciò che ha saputo non pure disegnare, colorire e ritrarre di naturale e copiare eccellentemente cose d’altri, ma da sé sola ha fatto cose rarissime e bellissime di pittura». Sofonisba è oggi considerata a ragione, una delle pittrici più significative del suo secolo, non solo riuscì ad imporsi ancora in vita, così come ci dimostra l’onore tributatole dal Vasari, in un mestiere fino a quel momento quasi unicamente maschile, ma anche a sperimentare. Per questo Roberto Longhi la inserì tra i precaravaggeschi, in un saggio che ha fatto letteralmente la storia dell’arte. Secondo il critico toscano infatti il famoso Ragazzo morso dal ramarro di Caravaggio oggi conservato alla National Gallery di Londra, ha guardato, e neanche troppo di sfuggita, al Ragazzo morso dal granchio della pittrice cremonese. La domanda allora sorge spontanea, come sarà giunta a Paternò l’opera di Sofonisba?

Autoritratto di Sofonisba Anguissola

LA VITA. Sofonisba nasce a Cremona nel 1532, la sua è una famiglia nobile e il padre uomo di grande cultura, decide che è giusto incoraggiare il talento della figlia. La giovane allora entra, insieme alla sorella Elena che in seguitò sceglierà la vita monastica, nella bottega di Bernardino Ciampi. Il pittore emiliano influenzerà lo stile della pittrice che in questi anni arriva addirittura a cogliere l’interesse di un grandissimo artista, Michelangelo Buonarroti. È durante un rapporto epistolare con Amilcare Anguissola, padre della pittrice, che il celebre scultore ha modo di ammirare i disegni e il talento di questa donna: Amilcare infatti le invia un disegno preparatorio di quello che poi diventerà il Ragazzo morso da un granchio, opera in cui Asdrubale, il fratello minore, è colto nel momento precedente al pianto, quando ancora lo stupore è presente sul volto. Nel 1559 viene invitata alla corte spagnola di Filippo II dove diventa ritrattista della famiglia reale fino al 1568, quando muore Isabella, sua protettrice. Volendo lei sposarsi in Italia, fu data in matrimonio al nobile siciliano don Fabrizio Moncada, un cavaliere, a detta del Ribera, di gran nobiltà, credito e valore. I sovrani spagnoli le assegnarono una cospicua dote e il Re le stabilì un sovrappiù di mille scudi alla dogana di Palermo che avrebbe anche potuto direttamente trasmettere ai figli, che purtroppo non ebbe.

“Ragazzo morso dal granchio”

IL SOGGIORNO ALLE PENDICI DELL’ETNA. Dopo aver viaggiato dalla Spagna fino alla Sicilia, Sofonisba giunse a Paternò, qui visse con il marito governatore della città. Della sua attività rimane oggi solo la Madonna dell’Itria, conservata nell’ex monastero della Santissima Annunziata, ma è probabile che abbia prodotto altro durante i suoi cinque anni di permanenza. Il suo soggiorno alle pendici dell’Etna fu breve a causa della tragica dipartita del marito. Si racconta che rimase vittima dei pirati algerini che a largo di Palermo assaltarono il veliero sul quale viaggiava. Dopo aver battuto i mori e salvato così la nave, morì misteriosamente per annegamento al largo di Capri il 27 aprile 1578. Per anni si è ritenuta la Madonna dell’Itria un omaggio di Sofonisba per il marito deceduto, infatti, oltre alla tipica iconografia dei monaci che portano la bara, si aggiungono in secondo piano delle navi, che secondo alcuni rappresenterebbero la morte del nobile siciliano. L’opera non è sempre stata ritenuta della pittrice cremonese, nel 1995 la prima attribuzione per mano del medico e studioso appassionato Alfio Nicotra, del 2002 il ritrovamento dell’atto di donazione, datato 25 giugno 1579, presso l’archivio di Stato di Catania che ne ha confermato la “maternità”.

Sofonisba Anguissola nel ritratto di Van Dyck

GLI ULTIMI ANNI. Affranta per la morte del compagno, Sofonisba decise di ripartire alla volta di Cremona: durante il viaggio conobbe il capitano della nave, Orazio Lomellini, che invaghitosi della celebre passeggera la chiederà in sposa. A Genova, città d’origine del secondo marito, la coppia si stabilì temporaneamente a causa degli incarichi pubblici che spesso Orazio riceveva come capitano. Ultra novantenne e quasi del tutto cieca, concluse la sua vita insieme al compagno, nella sua amata Sicilia, precisamente a Palermo dove incontrò un giovane pittore fiammingo dal futuro promettente. Di questo legame rimangono un’opera che la ritrae ormai anziana ma con la stessa luminosità nello sguardo. Dirà di lei Van Dyck, il fortunato giovane: «Ho ricevuto maggiori lumi da una donna cieca che dallo studiare le opere dei più insigni maestri». Sofonisba si spegnerà il 16 novembre del 1625 a Palermo, dove ancora oggi riposa all’interno della chiesa di San Giorgio dei Genovesi.

 

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