A proposito di bambini ma non solo: le origini
di nàca e annacàrsi

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Un ciondolo arabo sembra essere alla base del sostantivo che ha poi generato il verbo. La facilità di pronuncia e l’associazione con l’invito a muoversi dal torpore, poi, li hanno resi estremamente diffusi nel parlato comune

Che il dialetto accompagni i siciliani fin dalla nascita è risaputo, ma forse non tutti sanno che le origini di quest’ultimo sono esotiche anche quando parliamo di termini legati al mondo dei neonati, con poche e rade eccezioni. Ne è un esempio lampante il termine nàca, che nella Trinacria sta ad indicare la culla e la cui etimologia è da rintracciare nella parlata di alcuni antichi dominatori dell’isola.

Secondo alcuni, infatti, la parola deriverebbe dal greco antico, sebbene una forma attestata e maggiormente convincente la faccia provenire con più probabilità dall’arabo, nella cui lingua esisteva in effetti il sostantivo nake, contraddistinto da un duplice significato. L’accezione di culla, infatti, conseguirebbe da una più atavica denotazione del termine, che stava ad indicare il ciondolo. Quest’ultimo, proprio come il lettino in cui vengono adagiati i bambini subito dopo il parto, è spesso caratterizzato da un movimento ondulatorio o oscillatorio, motivo per cui le due parole sono state associate.

I siciliani devono essere stati colpiti da questo connubio, dato anche che il termine è costituito da due sole sillabe di facile pronuncia, e così la nàca è entrata nel linguaggio comune secoli orsono, rimanendoci caparbiamente fino ai nostri giorni e continuando a designare, se non più i pendenti, quantomeno il capezzale dei più piccoli. Ma non è tutto: dalla medesima radice dipenderebbe inoltre il verbo annacàrsi, letteralmente traducibile in italiano con affrettarsi, sbrigarsi, contrapposto dunque al verbo cannaliàrisi (di cui abbiamo già parlato qui).

Il motivo è presto detto, se teniamo conto della duplice associazione culla/ciondolo: una persona che dovrebbe annacàrsi, infatti, dovrebbe darsi da sé una scrollata in grado di ridestarlo da un torpore letterale o metaforico, a causa del quale non riuscirebbe ad agire con la dovuta prontezza di riflessi alle circostanze in cui è coinvolto. L’imperativo di seconda persona singolare annàcati (o annàchiti), quindi, non sarebbe altro che un modo colorito e dagli antichi natali per invitare qualcuno a darsi “una svegliata”.

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