Cadere o trionfare: Pirandello e l’orgoglio della solitudine siciliana

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Gli abitanti dell’isola, sia che debbano festeggiare sia che debbano incassare una delusione, si trincerano in un rassicurante e diffidente isolamento. Che non è egoismo, ma istinto di sopravvivenza, volontà di non mostrarsi fragili o dipendenti da qualcuno o qualcosa

Rassegnazione, immobilismo, scetticismo: questi sembrano essere i leitmotive dell’esistenza siciliana, marchiata da una cronica impossibilità di vedere la luce in fondo al tunnel. Ma è proprio così? I siciliani hanno davvero perso la forza di combattere per la causa della loro terra? Piuttosto che parlare di arrendevolezza, in realtà, bisognerebbe parlare di sfiducia: non tanto verso la possibilità di mutare le sentenze della storia, quanto in quella di vedersi aiutati da qualcuno che non siano loro stessi, da qualcuno incapace di leggere le loro inquietudini. Il 2 settembre del 1920, non a caso, Luigi Pirandello, nel famoso Discorso di Catania tenuto in occasione degli ottant’anni di Giovanni Verga, disse che in Sicilia «ognuno si fa isola da sé, e da sé si goda – ma appena, se l’ha – la sua poca gioia» e che ognuno «da sé, taciturno, senza cercare conforti, si soffre il suo dolore, spesso disperato». Orgoglio e solitudine: ecco i tratti caratteristici della sfiducia siciliana.

Gli isolani sono dei mondi a sé stanti, dei microcosmi infinitamente complicati all’interno dei quali nessuno è in grado di trovare il bandolo della matassa. Ma non si tratta solo di questo. Il siciliano è come un innamorato che, troppe volte, si è visto spezzare il cuore: ha paura di tornare ad amare e preferisce trincerarsi nella rassicurante protezione della diffidenza. Da qui orgoglio e solitudine: che non sono, dunque, il risultato di un processo naturale, ma il frutto di esperienze sofferte. Il siciliano, insomma, nella buona o nella cattiva sorte, che si tratti di festeggiare o incassare una delusione, preferisce farlo da solo, con se stesso, nell’intimo di una comunione quasi spirituale con il proprio essere. Questo sviluppo di un acuto istinto di sopravvivenza, però, non va confuso con un deprecabile egoismo. Quando festeggia, il siciliano sa di essersi guadagnato quella felicità con i suoi sforzi, senza regali da nessuno; quando soffre, non accetta di mostrarsi debole verso chi ha contribuito a metterlo al tappeto senza opportunità di replica, non accetta di vedere la soddisfazione negli occhi di chi attendeva il suo fallimento. E allora lo abbraccia, quel fallimento, nel chiuso delle sue lacrime private, in attesa incerta di una rivincita. Orgoglio e solitudine, appunto.

Rialzarsi. Contro tutto e tutti. Rialzarsi, a qualunque costo. È questo il vero filo conduttore della vita dei siciliani, che per scorgere le vette più inaccessibili devono sporgersi sull’orlo del precipizio, con la costante paura di cadere giù e di non ricevere alcun soccorso. Il siciliano non ha scelto di condurre in solitudine la sua complicata vita: si è trovato ad essere solo, si è adattato alla condizione di animale braccato e ha imparato a mitigare la sua solarità con l’azione di un distacco necessario. E ha imparato, soprattutto, a portare su di sé il fardello della malinconia: non solo, come detto, per non prestare il fragile fianco a chi non aspetta altro, ma per non pesare sugli altri che hanno imboccato la stessa strada. In questa sconnessione tra un lato fortemente altruistico e generoso e un lato solitario dettato dalla convinzione che il peso dei problemi di ogni individuo non può essere aggravato da quello degli altri, sta uno degli irrisolvibili paradossi dell’essenza siciliana. Un paradosso che, semmai avrà una soluzione, dovrà essere districato individualmente da ogni siciliano. Da solo. E, se fallirà in questo tentativo di conciliazione interiore, lo farà, ancora una volta, senza che qualcuno compatisca o infierisca. Orgogliosamente da solo.

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