Da Catania ad Astrakhan: la provincia russa come quella siciliana, tra cliché e similitudini 

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Dei microcosmi come questi spesso non viene raccontato tutto, e anche  ammesso che lo si facesse nessuno li capirebbe fino in fondo: sembrano sotto uno strano incantesimo per il quale la loro natura si svela solo a chi la osserva da vicino

Le strade si allagano se piove ininterrottamente per mezz’ora, gli anziani alla fermata dei mezzi pubblici sostengono che si viveva meglio sotto il regime del secolo scorso e i più giovani sognano di partire, lasciandosi alle spalle il proprio Paese e realizzando finalmente un sogno americano osteggiato e osannato allo stesso tempo dai mass-media. Non è la descrizione di Trapani, Palermo o Catania, bensì di una città russa che conta una popolazione di oltre 500mila teste e una densità di circa mille abitanti per chilometro quadrato.

Si tratta di Astrakhan, capoluogo di regione dell’omonima area geografica e celebre in Italia per la sua raffinata produzione di pellicce e cappotti invernali. Nella Federazione è forse meno conosciuta, se non perché rappresenta un importante centro industriale a forte componente musulmana proveniente dalle ex Repubbliche Sovietiche e perché ha un polo universitario rientrato addirittura nel patrimonio Unesco, grazie alla sua Scuola per Traduttori e Interpreti seconda solo a quella di San Pietroburgo.

Chi è abituato a vivere in Sicilia da vent’anni, ritrovandosi catapultato in questa realtà solo apparentemente “straniera”, ha l’opportunità di individuare fin da subito parecchi cliché in comune con gli abitanti del luogo, diffidenti e silenziosi a un primo approccio e dal cuore caldo e affezionato non appena si riesce a rompere il ghiaccio, magari grazie a qualche battuta dall’umorismo un po’ “black”. E la prima impressione viene confermata da parecchi episodi quotidiani, speculari il più delle volte ad esperienze già vissute nella Trinacria.

Gli ospedali pubblici, per esempio, non risparmiano attese a grandi e bambini, mentre la burocrazia riesce a fare innervosire anche a chi ha già raggiunto il nirvana – nel senso che uno lo perde entrando in contatto con gli impiegati e poi, per ritrovarlo, deve compilare una serie incredibile di documenti, portarli in quattro uffici diversi e sentirsi dire sistematicamente «Ha sbagliato ente» oppure «È in possesso di un ulteriore foglio che la autorizzi a domandare la mia firma per avviare le pratiche di ritrovamento del suo nirvana?».

Nemmeno il clima si discosta granché dalla terra del sole: le estati sono torride e implacabili perfino lì, e gli inverni sono caratterizzati da un freddo che “entra nelle ossa” e che non risparmia le nevicate ad alta e bassa quota. Così, si arriva in Russia e dopo i primi giorni di shock culturale ci si sente comunque a casa. Si ritrovano addirittura meccanismi noti durante le cerimonie pubbliche: religiose o politiche, culturali o folkloristiche, sono scortate da disservizi e corruzione dalla prima all’ultima.

Per di più i russi sono tremendi, esattamente come i siciliani. Sanno essere giocosi e crudeli, stupidi e astutissimi, magnanimi e menefreghisti, sgarbati e galanti. Sanno sorprendersi, sanno fare domande, sanno essere pazienti, sanno eludere i discorsi e ottenere quello che vogliono. Allo stesso modo, sanno volere bene fin da subito, aiutare chi ne ha davvero bisogno, concedersi grasse risate con gli sconosciuti con i quali entrano in sintonia, capire al volo di tutto e non scandalizzarsi di niente.

E, come gli isolani del sud Italia, anche loro hanno preso in prestito la spontaneità degli spagnoli, la gentilezza dei francesi e il rigore morale del centro Europa pur non essendo definibili del continente. Non sono neppure asiatici per mentalità o tradizioni, anche se ne hanno assorbito alcuni comportamenti e modi di concepire l’esistenza. Né, d’altro canto, sono al 100% mediterranei. In qualche modo sono più distanti, più assenti, sebbene altrettanto incantati da certa musica classica e antichi detti popolari come lo sono dal colore dell’acqua che scorre accanto alle vie del centro storico.

Quando c’è di mezzo un capoluogo come Astrakhan o come Catania, insomma, non è come per altri posti del mondo, in cui uno arriva sapendo già cosa lo aspetterà. Non viene raccontato tutto, di quei microcosmi lì, e anche ammesso che lo si facesse nessuno li capirebbe fino in fondo: sembrano sotto uno strano incantesimo per il quale la loro natura si svela solo a chi la osserva da vicino. Per riuscirci ci vuole dunque pazienza, e ci vuole specialmente la forza di abbandonare i propri schemi mentali. Non si riesce a capirci niente fino a quando si spera di mantenere i propri termini di paragone, le proprie aspettative, la propria concezione di cosa è normale e di cosa è assurdo.

Appena s’infrange il sortilegio, invece, si ricompongono le tessere di un puzzle che uno prima non aveva nemmeno inteso esistesse. A quel punto lo si vorrebbe urlare anche agli altri: incredibile, senti un po’ cos’è in realtà la Russia, ha tante sfaccettature quanti sono i suoi fusi orari e le sue steppe, i suoi villaggi dimenticati dal sole e le sue metropoli, ci crederesti mai che la Sicilia tocca il cuore per forza, una volta che la si è guardata per un po’ negli occhi. Solo che gli altri continueranno a vedere tasselli sparuti di un patchwork scadente, spesso poco sensati e apparentemente inconciliabili fra loro. Perché la musica giusta inizi a suonare pure nella loro testa, ci sarebbe da prenderli con sé e decretare: «domani si parte».

E a chi obietterà che non ne vale la pena, che la qualità della vita non è abbastanza alta, che c’è troppo ancora da risolvere prima che ci si possa spostare da quelle parti e dirsi felici, si può sempre rispondere che «встречают по одежде, а провожают по уму», ovvero, con il suo corrispettivo siculo, che «né àbbitu fa mònacu né cricca fa parrinu». Ad ennesima dimostrazione del fatto che i punti di contatto fra queste due terre non mancano, anzi.

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