Dalle ceneri lo splendore: il terremoto del 1693 scuote ancora i cuori
in tutta la Val di Noto

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Con gli attimi del recente sisma vulcanico ancora impressi nella nostra mente, la ricorrenza dei funesti avvenimenti che l’11 gennaio di 326 anni fa distrussero numerosi comuni, Catania inclusa, assumono un valore di testimonianza ancora più grande, per ritrovare lo spirito di un popolo abituato a riemergere più forte di prima dal fondo del pozzo del dolore

Sono le 03.19. Il gatto miagola mentre la casa scricchiola, la libreria trema e noi con lei. Tutti gli abitanti del “vulcano” hanno tremato la notte del 26 dicembre, e per molti quello che doveva essere un sereno Natale si è trasformato in un incubo. L’Etna si è svegliata, risvegliando negli uomini la paura primordiale della morte, un istinto bestiale insito nelle nostre vite.
Melior de cinere surgo, ovvero “Rinasco dalle mie ceneri ancora più bella”: ecco cosa recita l’iscrizione che corona la Porta Ferdinandea di Catania, ed ecco il motto di quella città che nove volte fu distrutta e ricostruita, sempre più bella e dura, come la sua scorza, come è nel suo carattere. Perché nonostante l’Etna sia una madre, a volte crudele e spietata, è pur sempre il simbolo della forza che questo popolo ha di rinascere, come dopo il terremoto che l’11 gennaio del 1693, all’apice della sua potenza distrusse, la città dell’Elefante e i comuni della Val di Noto.

ERRORE FATALE. Catania non dimentica e, seppur siano passati 326 anni da quel giorno, lo splendore che oggi caratterizza questa città lo si deve a quel catastrofico evento che costò la vita a più di 8.000 cittadini. Tutto iniziò il 9 gennaio: erano le ore 21.00 quando si avvertì la prima scossa e i cittadini scapparono lasciando le proprie abitazioni. A questo seguì un giorno di calma che segnerà la rovina, poiché i cittadini impauriti ritornarono presso le loro case. È tra le 12 e le 13.30 di domenica 11 gennaio che una forte scossa, la cui intensità raggiunse il grado XI della scala Mercalli, prese alla sprovvista le vittime: molte si trovavano in cattedrale per la messa o per trovare un rifugio là dove la Santa patrona Agata è sepolta. A questa terribile scossa successe un maremoto che sommergerà la città. Su una popolazione di circa 25.000 abitanti solo 16.050 sopravvissero. Un numero drammatico, che si unisce all’esiguità di palazzi storici e chiese che rimasero in piedi. Anche la cattedrale e la chiesa di San Nicolò l’Arena, distrutta dalla colata lavica del 1669 e ricostruita, cedettero al volere della terra.

UNA NUOVA CATANIA. A causa delle ruberie e delle scorribande che succedettero al terremoto il viceré Francesco Paceco decise di inviare a Catania il vicario generale Giuseppe Lanza duca di Camastra, che rimarrà nella storia come artefice della ricostruzione. È per sua volontà, e per quella del canonico tesoriere della cattedrale Giuseppe Cilestri – che durante la sciagura aveva prestato soccorso ed esibito la reliquia della mammella di Sant’Agata benedicendo la folla che riempiva il Duomo – che venne approvato il nuovo assetto urbanistico della città. Non più una fortezza medievale cinta da mura, ma una città aperta le cui vie, larghe e lunghe, avrebbero permesso ai cittadini una più agevole fuga in caso di calamità naturale. L’assetto scelto fu quindi quello di una città ortogonale che si snoda per arterie principali, tra queste Via Uzeda, oggi Via Etnea, che da Porta Uzeda conduceva verso il Borgo e da cui è ancora oggi possibile ammirare l’Etna.

DISTRUZIONE E TESORI. Tra gli architetti divenuti celebri per aver partecipato alla ricostruzione della città, troviamo non solo i catanesi Alonzo di Benedetto e Francesco Battaglia, ma anche il messinese Giacomo Palazzotto, il toscano Stefano Ittar e il palermitano Gian Battista Vaccarini, ad oggi il più celebre per le sue abilità, visibili non solo nella facciata della Cattedrale, ma anche nei numerosi palazzi che oggi portano la sua firma. Questi uomini approdarono in una città devastata e ferita, dove, tra la terra squarciata e le rovine, trovarono piccoli e grandi tesori, come l’elefante di lava trasformato nel fiero pachiderma che oggi, simbolo della città, dall’alto della fontana osserva la cattedrale. Della Catania precedente al terremoto poco è rimasto: dal Castello Ursino alla Cappella Bonajuto, le preesistenze si possono contare sulle dita di una mano, ma è innegabile che lo splendore che oggi affascina i turisti, e che ha permesso al capoluogo etneo di comparire tra i patrimoni dell’UNESCO, è soprattutto frutto della distruzione che ci ha regalato gioielli come la Via Crociferi, la cattedrale, Via Etnea e molto altro e di una città dall’anima di araba fenice.

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