Dammi mille baci, Tosca: amore e sacralità
nell’opera di Puccini

 -  -  12


La prima tappa del Mythos Opera Festival, alla sua seconda edizione, parte da Catania dove al Cortile Platamone è stato rappresentato il famoso melodramma del compositore toscano, con scelte registiche discutibili che ne hanno limitato tutte le potenzialità

 La gestazione di “Tosca” fu lunga, durò 11 anni, durante i quali Puccini compose “Manon Lescaut” e “Boheme”. Rispetto alle altre due opere coeve “Tosca”, ispirata al dramma di Sardou, risente di un gusto diverso in cui a un verismo sui generis si mescolano motivi ricorrenti di wagneriana memoria. Ad amplificare la drammaticità degli eventi, che si susseguono in un’unità spazio-temporale, contribuisce la musica e la figura del malvagio barone Scarpia, dalla cui volontà dipenderà la sorte della coppia Tosca-Cavaradossi in un turbine discendente di circostanze. Scarpia appare in scena, da libretto, solo a metà del primo atto anche se il tema che lo contraddistingue, composto da un linguaggio armonico dissonante e da una sequenza di toni interi, sarà presente fin dall’incipit ricorrendo spesso all’interno del dramma.

LE SCELTE. I registi, Enrico Stinchelli e Frederik Boni, quest’ultimo annunciato solo durante la serata, avvertono la necessità di fare apparire in scena sin da subito il barone impoverendone la potenza drammaturgica.
La regia non si è contraddistinta per uno smalto particolare, avvolta in un consueto tradizionalismo aggravato dai limiti imposti dal luogo dove la mancanza di un’adeguata amplificazione delle voci ha reso difficoltoso l’ascolto creando non pochi problemi anche agli interpreti, costretti a cantare per lo più in proscenio.
È mancata, a nostro avviso, una cura nello strutturare i personaggi per cui alla passionalità viscerale dei due innamorati prevale un romanticismo che si risolve in un continuo ricorso al bacio che alla lunga perde efficacia. Topiche sono le scene in cui Tosca adagia i candelabri ai lati del corpo riverso di Scarpia, la fucilazione in scena di Cavaradossi e il salto nel vuoto da Castel Sant’Angelo della donna.
La scenografia composta da colonne, arredi e da quinte dipinte in maniera semplicistica è funzionale alla narrazione e ben si integra al contesto pre-esistente, anche se scelte diverse avrebbero garantito una maggiore progressività del racconto evitando lungaggini dettate dagli interminabili cambi scena, soprattutto tra il secondo e il terzo atto. All’estetica dello spettacolo non hanno contribuito di certo le luci che hanno illuminato le scene ora di un chiarore rossastro (primo e secondo atto) ora bluastro (terzo) senza una funzione logica ben precisa.
Invece i costumi, anche se di foggia non fra le più ricercate e con tessuti poco inerenti al contesto storico, contribuiscono a impreziosire lo spettacolo; apprezzabilissima, per la scena del secondo atto in cui Tosca si esibisce a Palazzo Farnese, è la scelta di optare per un abito nero con ricami dorati e passamaneria in tinta, invece del solito abito rosso. Infine ci chiediamo: come mai è stata tagliata la parte del coro di voci bianche? Condizioni che nel complesso incidono pesantemente sul risultato.

MUSICA VINCIT OMNIA. La prova dell’Orchestra Filarmonica della Calabria diretta dal Maestro Valery Voronin convince per la fluidità del suono sebbene la sezione degli archi abbia mostrato qua e là qualche sporcatura. La bacchetta di Voronin, oltre a prestare grande attenzioni ai solisti, restituisce la lacerante espressività del compositore e l’elasticità di temi musicali classici. Dopo un inizio in sordina il Coro Lirico Siciliano, istruito dal Maestro Costa, si riprende magnificamente distinguendosi per impatto vocale e presenza. Il baritono Alberto Mastromarino per delineare il suo Scarpia ha giocato la carta del viscido seduttore non potendo puntare sulla cupezza, a un timbro possente e un’articolazione curata è subentrata ben presto la stanchezza perdendo in intonazione e in brillantezza del suono. Roberto Cresca nei panni del pittore Mario Cavaradossi, non si sa se per scelta sua o della regia, ci ha restituito un personaggio permeato da un sentimentalismo bohemien fuori contesto. Non sono mancate note calanti, imprecisioni e alcuni passaggi più ostici elusi, anche se va dato atto che prima dello spettacolo era stata annunciata una sua indisposizione. Ieri sera al Cortile Platamone è stato il debutto di Emma McDermott nel ruolo del titolo. Il soprano ha un timbro deciso e ha offerto una buona interpretazione di Tosca, anche se a prevalere più che altro è stato l’ideale amoroso su quello religioso; nella celebre aria “Vissi d’arte vissi d’amore” è mancata la sacralità e le agilità tecniche. Un po’ forzata all’inizio la gelosia che permea il personaggio quasi a volerla evidenziare a tutti i costi. Una messa in scena che in potenza avrebbe avuto tutte le carte in regola per riuscire ma che in atto vede lontano il punto d’approdo.

12 recommended
comments icon 0 comments
bookmark icon

Write a comment...

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *