Daniel Pennac a Catania: il grande improvvisatore e la città degli eventi non proprio perfetti

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«Bisogna andare a teatro per sorprendersi» ha dichiarato lo scrittore durante la presentazione all’Università prima della messa in scena al Bellini. E le sorprese non sono mancate, perfino per lui

«N on presentatemi come il miglior scrittore del secolo, sono una vergogna: vengo da trent’anni in Italia e non parlo ancora italiano, per fortuna c’è sempre Ludovica Tinghi con me, che traduce come vuole quello che dico». Daniel Pennac ha aperto con grande ironia sia l’incontro mattutino al Monastero dei Benedettini sia lo spettacolo serale al Teatro Massimo Bellini (per la rassegna “AltreScene”). La presenza in città dello scrittore è stata molto attesa e proprio per questo il capoluogo etneo ha ospitato ben tre eventi (oltre ai due già citati si è svolto un aperitivo alla Fondazione Oelle), che tuttavia non sempre sono riusciti a soddisfare tutti. Tanti studenti dell’Università di Catania sono stati costretti a seguire l’evento del 5 mattina in videoconferenza per insufficienza di posti nell’Auditorium “Giancarlo De Carlo” del Monastero dei Benedettini (occupato in gran parte da liceali coinvolti nell’iniziativa, forse non proprio il target azzeccato per uno scrittore che ha fatto sognare molti trentenni con “Malaussène”) mentre il sold out al Bellini ha lasciato molti ragazzi (e non solo) in fila al botteghino nella speranza di un biglietto venduto da qualcuno all’ultimo momento.

Pennac incontra i giovani. Questa altissima affluenza di giovani è stata per Pennac professore la conferma di aver raggiunto il suo obiettivo. Infatti proprio lui, pessimo allievo, si è poi spostato dall’altra parte della cattedra con uno scopo ben preciso: «Oggi viviamo nella società del consumo e i ragazzi si credono maturi solo acquistando vestiti, cellulari, cibo “alla moda”. Questo tipo di maturità annulla in parte le distanze con la generazione adulta e rende più pesante il lavoro dei professori: loro devono puntare a sedurre i giovani con la cultura e a subordinare la maturità consumista a quella intellettuale».

Daniel Pennac al Monastero dei Benedettini in occasione dell’incontro con gli studenti organizzato dall’Università di Catania e da Radio Zammù (foto Olga Stornello)

Le “parole inesistenti”. Davanti alle domande di alcuni studenti “sedotti dalla cultura” e che hanno avuto la fortuna di assistere all’incontro mattutino, Pennac ha messo in luce l’importanza delle parole e del rapporto tra scrittore e traduttore. «Esiste un “dizionario delle parole inesistenti”, termini presenti in italiano e assenti in francese o viceversa: in Francia ci sono gli “zuzzurelloni”, ma non c’è nessun lemma appropriato per definirli. Quindi se ho bisogno di una parola italiana non presente in francese, semplicemente la rubo» afferma Pennac. E di certo le parole non gli sono mancate quando una serie di problemi tecnici sul palco del Bellini (cui sono seguite non poche polemiche in questi giorni) hanno interrotto lo spettacolo serale proprio al suo inizio, costringendo il cast a un’improvvisazione di 30 minuti.

La bellezza delle immagini – “Un amore esemplare”. Non solo parole, ma anche immagini: «L’Italia – afferma con ammirazione Pennac – è patria di un genio dell’immagine quale Fellini. È da lui che deriva la mia passione per il disegno, per il teatro. L’Italia è anche la terra di Caravaggio, i cui dettagli nei dipinti sono impressionanti ed egli stesso non sapeva che sarebbero stati indimenticabili, che avrebbero fatto ancora parte della nostra realtà». Nasce da un ricordo d’infanzia e da questo apprezzamento estetico “Un amore esemplare”, fumetto realizzato in collaborazione con la disegnatrice Florance Cestac, definita da Pennac il suo “cinema personale” per la capacità di far resuscitare le persone attraverso i propri disegni. A parole e immagini si è aggiunta poi la rappresentazione teatrale grazie alla regista Clara Bauer: «Clara – afferma lo scrittore – ha preso l’iniziativa e si è occupata di tutto, è stata lei a trovare gli attori, a partire da Massimiliano, sulla scena Jean. Jean è il marito di Germaine, due persone semplici, miei vicini di casa quando ero piccolo: Florance è stata capace di resuscitarli con i suoi disegni, Clara di reincarnarli con la scelta degli attori. Il loro amore, così puro e dedito solo a se stessi, mi è rimasto impresso proprio per la sua genuinità». È una storia semplice, quella di due innamorati di diversa estrazione sociale la cui mentalità era avulsa dalle concezioni borghesi novecentesche e che per questo per la società non valevano nulla, ma per il piccolo Pennac erano il modello di coppia perfetta. L’originalità dunque non sta tanto nella trama dello spettacolo, ma nel modo di metterlo in scena: come affermato dalla Cestac, «è una rappresentazione a tutto tondo che per la prima volta mostra alla gente a teatro come nasce un disegno, realizzando una traduzione simultanea non solo da una lingua a un’altra, ma da un linguaggio a un altro».

Daniel Pennac sul palco del Bellini (foto Giuseppe Tiralosi)

Reagire davanti agli inconvenienti. Da quanto detto si comprende bene l’importanza di avere a disposizione un proiettore per mostrare al pubblico i disegni realizzati passo dopo passo dalla Cestac mentre Pennac e gli attori recitavano tra francese e italiano. Sul palcoscenico la scenografia richiesta era il minimo indispensabile: una scrivania, un tavolino, qualche sedia e le luci di scena. Queste ultime, come è stato annunciato ad apertura dello spettacolo, non erano in funzione, ma nel momento in cui anche il proiettore ha smesso di funzionare è stato necessario interrompere la rappresentazione. Nonostante tutto, non si è percepito panico, ma grande capacità di reazione: laddove i tecnici avevano chiesto di chiudere il sipario per risolvere il problema, la regista ha invece voluto che il loro lavoro si svolgesse davanti agli spettatori, incantati frattanto dall’improvvisazione sul palco, perché era giusto renderli partecipi degli inconvenienti della “diretta”. Quando Pennac, durante l’incontro mattutino all’Università, aveva risposto alla domanda su cosa aspettarsi dallo spettacolo dicendo «Bisogna andare a teatro per sorprendersi», non poteva sicuramente prevedere che la rappresentazione avrebbe sorpreso perfino lui. Senza dubbio, però, i consensi non sono mancati.

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