È vero che al Sud
a lavorare è meno
di una madre su tre?

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Una recente dichiarazione dell’esponente di Forza Italia Mara Carfagna ha sollevato il problema dell’occupazione femminile in Italia, sostenendo che il decreto Pillon e la possibile abolizione dell’assegno di mantenimento potrebbero aggiungere ulteriori difficoltà. I dati esposti dalla deputata fotografano la realtà?

Il 12 settembre, la deputata di Forza Italia Mara Carfagna ha criticato su Twitter un disegno di legge, il cosiddetto d.d.l. “Pillon”. Secondo la vicepresidente della Camera, l’introduzione del mantenimento diretto dei figli da parte del genitore con cui soggiornano a periodi alterni non terrebbe conto della reale situazione del Paese. L’ex ministro delle Pari opportunità ha infatti dichiarato che in Italia «solo una madre su tre lavora» e che la situazione è ancora più grave nelle aree meridionali della Penisola. Verifichiamo.

CHE COS’È IL DISEGNO DI LEGGE PILLON? Il disegno di legge, che deve il proprio nome al senatore della Lega Simone Pillon, propone, in linea con quanto dichiarato all’interno del Contratto del governo del cambiamento, una revisione di alcune norme relative al diritto di famiglia. Presentata lunedì 10 settembre alla Commissione di Giustizia del Senato, la nuova proposta intende modificare la legge 54/2006, che si occupa della separazione dei genitori e dell’affidamento condiviso dei figli. La logica dietro il disegno di legge Pillon, spiegano i proponenti, è quella di diminuire i casi in cui i figli passano la grande maggioranza del tempo con un solo genitore e rendere obbligatoria una mediazione fuori dai tribunali tra i genitori, con figli minori, che intendono separarsi. Vuole poi abolire l’assegno di mantenimento al coniuge, per sostituirlo con il mantenimento diretto: e cioè che, in pratica, le spese sostenute per il figlio siano sostenute dal coniuge che lo ha in carico in quel momento. Legato a questo aspetto è il fatto che la proposta introduca una equa distribuzione del tempo che il minore potrà trascorrere tra i genitori.
Nel caso in cui la proposta diventasse legge, sarà più facile per il minore trascorrere uguale tempo con i rispettivi genitori e, quando si troverà con uno dei due, questi si occuperà di mantenerlo e di coprire tutte le spese necessarie.
La proposta ha portato a reazioni differenti: da una parte, ha trovato l’appoggio e l’entusiasmo delle Associazioni padri separati; dall’altra, alcuni commentatori si sono dichiarati preoccupati per i possibili disequilibri nelle attività quotidiane e nelle abitudini del minore, oltre che per diversi problemi pratici nella messa in pratica della proposta.
Mara Carfagna vorrebbe una revisione della proposta. Ha criticato la possibile abolizione dell’assegno di mantenimento perché metterebbe più in difficoltà le madri disoccupate, fenomeno che – secondo la vicepresidente della Camera – interesserebbe una buona percentuale di donne (una madre su tre).
Vediamo allora quante sono in Italia le madri che lavorano e qual è la loro situazione professionale.

QUANTE MADRI LAVORANO IN ITALIA? La pubblicazione Istat più recente sull’occupazione delle madri italiane prende in esame il biennio 2015-2016. Il rapporto Madri sole con figli minori – pubblicato il 19 aprile 2018 – sottolinea che le madri single lavorano meno di quelle in coppia, e spesso con un contratto di part-time involontario – anche se ne vorrebbero uno a tempo pieno.
La categoria delle madri single ha poi risentito di più della crisi economica, rispetto a quelle in coppia. Al 2016, infatti, la quota di madri in coppia e occupate ha mantenuto valori in linea con quelli del 2006. Al contrario, la categoria delle madri single (il 57,6 per cento di queste a causa di una separazione o di un divorzio), ha visto un calo occupazionale di circa sette punti: dal 71,2 per cento occupato nel 2006 al 63,8 per cento occupato nel 2016.

Tabella 1: Madri con almeno un figlio minore per condizione occupazionale (2006-2016) – Fonte: Istat

Veniamo a quante madri (tra quelle sole e quelle in coppia) non lavorano.
Rientrano nella categoria delle disoccupate quelle che al momento non hanno un lavoro, ma lo stanno cercando. Compongono invece la categoria delle inattive tutte coloro che non fanno parte della forza lavoro disponibile: e cioè non sono occupate e neppure cercano un lavoro, al momento della rilevazione.
Come mostra la tabella sopra, nel 2016 – sul totale delle madri sole – quelle non occupate e, quindi disoccupate o inattive, corrispondevano al 36,2 per cento (in forte aumento rispetto al 2006). Per le madri in coppia, invece, la percentuale era assai più alta, del 45,1 per cento. Dunque, circa una madre single su tre non lavora, mentre per le madri in coppia il rapporto corrisponde a meno di una madre su due.
Una precisazione: il dato relativo alle madri single non prende in riferimento solo quelle separate, ma anche altre categorie come le nubili e le vedove.

QUAL È LA SITUAZIONE AL SUD? Vediamo che cosa si può dire delle differenze regionali, visto che Carfagna cita come particolarmente grave la situazione al Sud. Il rapporto Le dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane – pubblicato a giugno 2018 dall’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro – analizza nello specifico lo squilibrio occupazionale tra i sessi nelle diverse regioni italiane.
Il testo non riporta, nello specifico, i dati relativi alle sole madri occupate nel Sud Italia. Fornisce, però, informazioni che a livello di genere, aree di residenza e occupazione possono darci un’idea del fenomeno.
Come mostra il grafico sottostante, al 2016 il tasso di occupazione femminile più elevato si registrava a Bologna (66,5 per cento) seguita da Bolzano (66,4 per cento) e Arezzo (64,4 per cento). Le prime dieci città italiane per occupazione femminile si trovano nell’area centro-settentrionale del Paese.
Al contrario, se prendiamo in esame le dieci città con il tasso di occupazione femminile più basso, notiamo che corrispondono a località del Sud Italia. Lo studio specifica che, ad esempio, per le città di Agrigento, Foggia e Napoli solamente un quarto del totale della popolazione femminile residente sia una lavoratrice. In queste città, quindi, lavora una donna su quattro.
Gli uomini, pur mantenendo un certo squilibrio tra le regioni settentrionali e quelle meridionali, registrano in generale tassi di occupazione superiori rispetto a quelli femminili.

Grafico 1: Tasso di occupazione (15-64 anni) per genere e provincia (prime e ultime dieci). Anno: 2016 – Fonte: Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro su dati Istat

Come specifica il rapporto Madri sole con figli minori dell’Istat, le condizioni economiche più critiche e i più alti livelli di povertà interessano soprattutto le donne single e, spesso, residenti nel Sud del Paese.
Nel biennio 2015-2016, infatti, il 12 per cento delle madri sole ha dichiarato che le condizioni economiche della famiglia erano insufficienti. In particolare, il Mezzogiorno* registra i dati più preoccupanti: il 66,7 per centodelle madri single che risiede in queste aree dichiara di avere risorse economiche scarse o insufficienti contro il 52 per cento delle madri che vive nel resto della penisola.
Inoltre, nel Mezzogiorno, le madri sole a rischio povertà o esclusione sociale corrispondono al 58 per centocontro il 32,2 per cento del Nord del Paese.

QUALI SONO I DATI SULLE NEO MAMME ED EX LAVORATRICI? L’Ispettorato nazionale del lavoro – l’agenzia del governo che si occupa della tutela e della sicurezza sul lavoro – ha pubblicato nel 2017 la Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri, sulla situazione relativa all’anno precedente.
Nel 2016, le madri che hanno rinunciato al proprio lavoro dopo una gravidanza sono state 29.879. Tra queste, 5.261 hanno deciso di lavorare per un’altra azienda, mentre le restanti 24.618 hanno giustificato la scelta con motivazioni familiari.
Secondo quando dichiarato dalle dirette interessate, le principali cause di licenziamento sono state l’impossibilità di usufruire degli asili nido a causa dell’assenza di posti (6.086 casi); la difficoltà nel conciliare il lavoro e la famiglia (3.265 casi); una distanza eccessiva tra il luogo di lavoro e quello di residenza a causa dello spostamento di uno dei due (1.099 casi); la mancata concessione di orari flessibili e contratti part time (1.410casi).
La situazione relativa ai padri riporta cifre differenti: nel 2016, sono stati 7.859 gli uomini che hanno lasciato il lavoro dopo essere diventati padri. La maggior parte di questi (5.609 unità) ha deciso di lavorare per altre aziende, mentre i restanti 2.250 ha giustificato la propria scelta con motivi familiari.


IL VERDETTO

Mara Carfagna ha recentemente espresso le proprie perplessità riguardo al disegno di legge Pillon, in particolare riguardo la sostituzione dell’assegno di mantenimento con una forma di mantenimento diretto. Secondo la deputata di Forza Italia, questa misura non terrebbe conto della disoccupazione femminile e di quella delle madri. Solo una su tre, secondo la vicepresidente della Camera, lavorerebbe e, al Sud, il fenomeno sarebbe ancora più grave.
I dati condivisi dall’Istat e relativi al 2016 (ultimo anno disponibile) mostrano che esiste un effettivo problema occupazionale per molte madri. In particolare, il 36,2 per cento delle madri single non aveva un lavoro al momento del rilevamento: circa una madre su tre. Bisogna però sottolineare che il dato non comprende solo le donne separate, ma anche altre categorie, come le nubili o le vedove.
Per quanto riguarda il Sud Italia, i dati mostrano che in generale l’occupazione femminile raggiunge livelli molto più bassi rispetto al resto della penisola. Nello specifico, non abbiamo trovato dati relativi alle sole madri occupate nel Sud del Paese, ma le rilevazioni Istat confermano che si trovano in una condizioni economiche particolarmente difficili.

Mara Carfagna merita un “Vero”

Pubblicato:19.09.2018 Origine:12.09.2018 Fonte dichiarazione


*Nord: Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna. Centro: Toscana, Marche, Umbria, Lazio. Mezzogiorno: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna.


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