Fact Checking:
A Catania ci sono troppi centri commerciali?

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È opinione comune che la città etnea presenti un territorio ormai saturo in cui i grandi shopping center si sovrappongono tra loro, condividendo la stessa fetta di utenti e proponendo un’offerta pressoché identica. È  veramente così?

Negli anni ’80 Catania vide sorgere “Vulcania”, primo polo attrattivo dello shopping cittadino. E mentre oggi ciò che era considerato il luogo simbolo dello sviluppo economico del Sud-Italia si è trasformato in un “mostro di cemento”, terra di nessuno abbandonata all’incuria, la provincia etnea si è configurata come «il territorio che presenta la più alta concentrazione di centri commerciali rispetto al numero di abitanti, con circa 460 mq. di superficie di vendita per 1000 abitanti nell’area metropolitana. Una percentuale – come ha rilevato la sezione di Catania di Confcommercio – tra le più alte d’Europa». Ma quanto c’è di vero in questa affermazione? I centri commerciali di Catania sono davvero troppi?

Secondo i dati prodotti da “Sincron Inova” reperibili su mark-up.it, Catania conta ben 12 centri, metà dei quali con una “superficie commerciale utile” di 20.000 mq, raccolti in uno spazio di 86 km²: un territorio saturo in cui appare evidente come centri di grandi dimensioni si sovrappongano tra loro, condividendo la stessa fetta di utenti e proponendo un’offerta pressoché identica. Si pensi a “Le Zagare” e “I Portali”, separate tra loro da soli 250 metri, o alle “Porte di Catania” che distano 3 km dal “Centro Sicilia” e 9 km dal Centro Commerciale “Katané” a Gravina, 12 km da “Le Ginestre” a Tremestieri Etneo, 14 km da “Le Zagare” e “I Portali” a San Giovanni La Punta, 15 km da “Etnapolis” a Belpasso.
A questi, nella località di Sant’Agata li Battiati – in zona Trappeto – si aggiungerà presto il villaggio commerciale Il Mandarin, che ospiterà brand internazionali dell’alta moda, ristoranti e caffetterie, studi professionistici, ville residenziali ed un Luxury Hotel a 5 stelle con SPA.

NUMERI IN CONTRASTO. Mettendo inoltre a paragone Catania con altre due province del Sud come Bari e Palermo, di dimensioni demografiche simili a quelle della città etnea, appare evidente come – prendendo come riferimento i metri quadri di GLA per 1.000 abitanti – l’offerta risulti nettamente superiore non solo rispetto alle altre province, ma anche alla media nazionale. Numeri che però si pongono in netto contrasto con un “indice di consumo” piuttosto limitato.

A tal proposito, il responsabile del settore “politiche per lo sviluppo di Confcommercio”, Fabio Fulvio, sottolinea come «la torta dei consumi è sempre la stessa da una decina d’anni. Bisogna essere consapevoli del fatto che se si aumenta l’offerta attraverso la creazione di nuovi centri commerciali, è poi necessario ridistribuire la domanda».

Servono da monito le parole del direttore della comunicazione di Federdistribuzione, Stefano Crippa, a SkyTg 24, che ha affermato quanto sia necessario «avere un approccio commerciale e meno immobiliare. C’è il grande rischio di subordinare gli interessi edilizi a quelli prettamente commerciali».
E a fronte di tutte queste criticità, a livello nazionale non è mancato chi ha operato un cambio di rotta. La giunta provinciale di Trento, a settembre dello scorso anno, ha approvato lo “stop” alle nuove superfici di vendita sopra i 10.000 metri quadrati: un freno all’insediamento di nuovi centri commerciali di grandi dimensioni, e azione di sostegno alla presenza dei piccoli esercizi commerciali.
Anche a Catania i tradizionali negozi del centro città come “La Rinascente” e la “Coin”, hanno provveduto a reinventare i loro modelli di business, attraverso un differente rapporto con il cliente e un rinnovamento legato ai nuovi metodi di comunicazione social.

IL VER­DET­TO

Dall’analisi dei dati l’affermazione dei nuovi centri commerciali nella provincia di Catania risulta quindi più elevata rispetto a quella di altre realtà italiane, e soprattutto non sembra giustificata dai livelli di consumo da parte dei clienti. La sfida ai grandi centri commerciali è lanciata… fino alla prossima apertura.

La di­chia­ra­zio­ne me­ri­ta un “A virità”


IL NO­STRO VE­RI­TO­ME­TRO

A vi­ri­tà (di­chia­ra­zio­ne rea­le)
Ppì tan­tic­chia 
(pres­sap­po­co ve­ri­tie­ra)
Men­zu men­zu (ap­pros­si­ma­ti­va)
Sta­mu bab­bian­nu? (di dub­bia at­ten­di­bi­li­tà)
Bel­la min­chia­ta (vi­sto­so stra­fal­cio­ne)

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