Ferdinando Scianna:
«Il fotografo scatta
quando è il mondo
a chiederglielo»

07/05/2017 - 10


Il maestro di Bagheria, a Catania per il “Med Photo Fest”, ha presentato il suo ultimo volume, “Istanti di luoghi”. «Ho incontrato questi luoghi vivendo, e poi ho scelto alcune delle tante fotografie che in questi incontri mi sono state regalate per comporne un libro nel quale riconoscermi»

«Vivi e la vita ti regalerà la fotografia». Uno scatto per Ferdinando Scianna è qualcosa che può nascere mentre si sta facendo altro. Un istante che richiama inconsciamente momenti della memoria, invitando a fermarli, un incontro tra la propria emozione e la macchina fotografica. Il grande maestro di Bagheria, tra i fotografi più influenti degli ultimi cinquant’anni, è stato ospite in questi giorni della nona edizione del “Med Photo Fest” e ha presentato lo scorso sei maggio all’hotel Four Points Sheraton di Catania il suo ultimo volume “Istanti di luoghi” (edizioni “contrasto”, 2017). «I luoghi non sono paesaggi, ma spazi in cui risiede la memoria. Nella scelta del titolo di questo volume ho voluto poi affiancare la parola istanti per connotare questo oggetto del luogo in un concetto fotografico: il tempo».

«Nella mia vita ho incrociato uomini, storie, luoghi, animali, bellezze, dolori, che mi hanno suscitato, come persona e come fotografo, emozioni, pensieri, reazioni formali che mi hanno imposto di fotografarli, di conservarne una traccia»

Il volume arriva al culmine di un percorso che si pone come obiettivo quello di creare una “letteratura fotografica”. «Ho scelto di fare libri fotografici – continua Scianna – perché questo è l’unico modo per salvarli dall’indistinzione». “Istanti di luoghi” si concatena quindi con le pubblicazioni precedenti, aggiungendo al discorso una parte incentrata sulla biografia dello stesso autore. «Nel libro non ci sono luoghi canonici, ma luoghi che ho incontrato vivendo. Una volta, nello Yemen, ho fotografato dei bambini che giocavano a palla in mezzo alla polvere. Tornato a casa mi sono ricordato che avevo scattato una simile immagine in Sicilia». Nasce così l’idea di un lavoro fatto di richiami inconsci. «A farti scattare sono gli incontri con la vita, le guerre, le feste religiose. Scatti quando senti che le cose si mettono insieme, anche se questo non avviene sempre». Ferdinando Scianna ha spiegato poi come costruire un libro fotografico o una mostra significhi scegliere uno scatto fra migliaia, riuscire a individuare quello che comunica ciò che il fotografo ha sentito mentre ha scattato. «La macchina fotografica non sempre riconosce ciò che hai riconosciuto tu. Non c’è uno scatto migliore, devi scegliere quelli che servono».

«Una volta, nello Yemen, ho fotografato dei bambini che giocavano a palla in mezzo alla polvere. Tornato a casa mi sono ricordato che avevo scattato una simile immagine in Sicilia»

Il bianco e nero è la tecnica che rappresenta al meglio l’epifania della coscienza nella fotografia di Scianna. «Conosco bene la lingua dei colori – spiega ancora – ma non è quella in cui mi esprimo meglio. Sono nato col bianco e nero e per me questo è un po’ come la Sicilia: te ne vai perché ti sta stretta ma poi ci torni perché senza non puoi stare». Selezionare un proprio scatto significa anche riprendere una parte dei propri ricordi e farli rivivere. «Di fronte all’immagine di un mare che si ritrae, ad esempio, ho rivisto la copertina all’uncinetto di mia nonna. Se senti qualcosa e non ti fermi sei un imbecille. Questi istanti sono nati incontrando il mondo: se voi non li considerate inutili, vuol dire che la scommessa è riuscita».

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