Generazione 18: cosa significa per voi essere cittadini europei?

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Partecipi di un grande progetto, appartenenti a una categoria “senza significato” o semplicemente favoriti da delle opportunità? Le reazioni dei nostri intervistati

Che significa, per i ragazzi della Generazione 18, essere cittadini europei? Tutto e niente, verrebbe da dire. Nell’ambito dell’indagine che abbiamo condotto su 150 ragazzi compresi tra i 17 e i 20 anni, 58 di loro hanno deciso di dedicare qualche riga ad una delle più scottanti questioni degli ultimi anni. I risultati ci hanno fornito dati piuttosto interessanti: analizzando le risposte pervenute, è possibile determinare tre categorie di pensiero. Le prime due, che quantitativamente quasi si equivalgono, appaiono diametralmente opposte: una racchiude coloro che ancora si ritengono partecipi di un grande progetto; l’altra comprende chi ritiene l’essere europeo come una semplice etichetta priva di significato. La terza categoria, infine, minoritaria rispetto alle precedenti, non vede nell’Europa né la realizzazione di un grande ideale né la fonte di tutti i mali, quanto, piuttosto, una pragmatica opportunità di lavoro e/o di viaggio.

Convivenza e Multiculturalismo. Con una lieve prevalenza sull’altro corposo schieramento, una buona fetta degli intervistati ha dichiarato di sentirsi rassicurato dalla possibilità di far parte di un grande progetto politico che permette il libero incontro tra culture piene di storia e tradizione, come ci conferma il 17enne Alessio, che crede nel senso di cittadinanza europea come «libertà di andare in ogni paese, viverne e condividerne valori, cultura e studi». Altrettanto gettonato risulta essere il convincimento che far parte della comunità europea significhi possedere una garanzia identitaria unica nel suo genere che, con le parole del 20enne Ivan Caruso, permette di «sentirsi parte di una comunità multiculturale e fratelli nonostante le diversità».

Abbasso l’Europa. Una notevole fetta dei ragazzi, invece, si è attestata su posizioni decisamente lontane da qualsiasi sentimento di appartenenza. In base a quanto emerge dalle loro considerazioni, le cause principali di questo distacco affettivo risiedono nella convinzione che l’Europa impoverisca le economie e indebolisca la nostra sovranità nazionale. Posizioni nette, ben rappresentabili dalle considerazioni del 18enne Mattia, il quale dichiara apertamente di non «sentirsi cittadino europeo», del 18enne Daniele Cavalli, che considera l’Europa il luogo dove tutti dovrebbero «avere gli stessi diritti, doveri e poteri, senza essere schiavi della Germania» o, infine, della 19enne Michela Garofalo, la quale sentenzia che essere cittadino europeo equivale a «essere povero».

“Solo” un’opportunità? Si distacca parzialmente da questa diatriba, in conclusione,  una parte di intervistati che ritiene l’essere cittadini europei un pratico vantaggio per poter accedere ad una professione consona alle proprie aspettative o, in alternativa, la possibilità di viaggiare senza troppe restrizioni. Un esempio, in questo senso, è quanto ci dice la 18enne Giulia De Fecondo, che pone l’accento sulle «agevolazioni di cui pochi sanno l’esistenza».

Per quanto sparute, e a volte non firmate, alcune risposte meriterebbero una particolare attenzione. Sulla scorta di chi, per esempio, ha deciso, a primo acchito, di rispondere mettendo in evidenza il proprio essere italiano o siciliano piuttosto che europeo, sarebbe interessante approfondire la matrice di queste sensazioni, che sembrano rimandare ad una concezione vagamente nazionalistica. Su ciò che, infine, è stato dichiarato da chi ritiene l’Europa un organismo destinato allo smembramento andrebbe fatta una riflessione sulla fisionomia che la comunità europea vorrà assumere negli anni avvenire.

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