In carcere la parola costruisce libertà: i corsi di filosofia a Lecce e di scrittura ad Acireale

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«Ogni individuo ha diritto all’istruzione e a partecipare alla vita culturale della comunità»: così recita l’Art. 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. In che modo si applica questo diritto nelle prigioni?

In che senso l’esercizio del pensiero permette al futuro di emanciparsi dal passato? Nella sezione femminile del carcere di Lecce quest’anno si è tenuto un laboratorio filosofico: le detenute hanno discusso di amore, amicizia, tempo e libertà a partire dalla lettura di Platone, sant’Agostino e Aristotele. “Sono libera dentro” può affermare ognuna di loro da quel confronto, come recita il titolo del libro fresco di stampa frutto di questo percorso. È lo stesso spirito-guida dei laboratori di scrittura attivi in varie carceri italiane, come l’Istituto Penale per minorenni di Acireale: qui abbiamo incontrato Girolamo Monaco e Rita Scandura, due degli educatori che operano nella struttura, supportati da volontari come la psicologa Cristina Mandula.

LIBERTÀ E RIEDUCAZIONE Gli Istituti Penali per minori  (Ipm) in Italia sono 16, per un totale di 449 detenuti; nei quattro istituti siciliani sono 124 i reclusi, fra cui 19 ad Acireale (dati Antigone 2015). La notizia che l’Ateneo di Perugia offre iscrizione gratuita ai carcerati umbri accende i riflettori sul ruolo dell’educazione, o meglio della rieducazione, quale trait d’union fra sicurezza e libertà. Nel Belpaese 175 dei detenuti degli Ipm frequentano la scuola fra medie e superiori, mentre tre studiano all’università, uno dei quali Scienze infermieristiche a Catania. Gli educatori dell’Ipm di Acireale spiegano la sensibilità di tutto lo staff in materia di formazione. Dai corsi di lingua italiana per ragazzi stranieri ai corsi professionali per aiuto ebanista, ornatista e per il settore edile; dalle attività sportive e religiose ai laboratori teatrali e di scrittura oltre ad iniziative promosse negli ultimi anni da enti del territorio. Diverse sono infatti le attività curate dagli scout, associazioni, club e Licei della città che hanno promosso laboratori artistici, naturalistici e ambientali, escursioni, progetti sulle pari opportunità; a maggio Eralavò – festival delle storie, ha curato per il secondo anno di fila, un breve percorso di scrittura che ha visto coprotagonisti i ragazzi dell’Istituto e i presenti al festival a Piazza S. Maria del Suffragio; a ottobre il Sabir Fest ha incluso nel palinsesto della prima giornata un incontro con i detenuti sul tema “Per una cittadinanza mediterranea: i diritti al primo posto”.

“COSI’ VICINO ALLA FELICITA”: RACCONTI DAL CARCERE Per gli educatori dell’Ipm di Acireale «la ricostruzione del sé passa attraverso il racconto autobiografico». I laboratori narrativi sono condotti senza alcun obbligo e con la consapevolezza che dall’apertura all’altro, che sia esso il foglio o il compagno, è possibile un cambiamento. La scrittura è spesso il primo vero specchio attraverso cui i detenuti si guardano. Scrivere per evadere, scrivere per rinascere. Lo sa bene Antonio del carcere acese, che con il suo racconto “Il biglietto di Rosa Parks”, introdotto da Erri De Luca e scritto in seno al laboratorio di scrittura, è il vincitore della sezione “minori e giovani adulti” per la VI edizione del Premio letterario Goliarda Sapienza. “Così vicino alla felicità. Racconti dal carcere” (Rai Eri, 2016), curato dall’ideatrice del premio, Antonella Bolelli Ferrera, e con la prefazione di Da­rio Edoar­do Vi­ga­nò (pre­fet­to del­la Se­gre­te­ria per la co­mu­ni­ca­zio­ne del­la San­ta Sede), è il libro che contiene, oltre al racconto di Antonio, quelli di altri reclusi.

Mogol, introducendone uno, ne sottolinea il valore terapeutico. Storie di un’infanzia negata: «Mi sento petaloso, ma cresciuto in un prato sbagliato» scrive il giovane “Valia”. Bambini che non hanno avuto il padre con cui dividere il peso dello zaino verso scuola, ma madri pie ad accompagnarli ai colloqui in carcere. In questi racconti danno vita a sentimenti sopiti a partire dalla domanda sul perdono. «Alle volte chiedere scusa è difficile. Alle volte chiedere aiuto è impossibile» (“Cemento urlante”). L’illegalità rinchiusa è la punta di un iceberg. L’immaginazione riesce a restituire la libertà ma in quelle righe non trovano spazio mondi fatati.

Questi racconti sono favole all’incontrario in cui al posto della fata turchina c’è l’orco violento, come nei brani “L’orto delle fate” e “Deja vu”, mentre i supereroi sono i parenti che vendicano l’ultimo morto, come in “U sangu faci u murmuru”. Sono storie fin troppo umane, dalla prosa curata: gli aggettivi sono scelti con cura e gli oggetti sono accompagnati da descrizioni introspettive. Dal travaglio laboratoriale vengono alla luce 7 lettere, perdono: «Il verbo amare non si sposa con dare ma con perdonare» (“La vita fuori dal tango”). Scrive “Antonio”: «Il dolore finisce con il perdono»; per lui l’ora d’aria è un foglio bianco perché «le righe vanno più lontano dei passi in un cortile», commenta Erri De Luca. Tutte quelle storie anche se non tessono tappeti volanti e non animano bacchette magiche, sono favole 2.0 con una morale e un lieto fine: la speranza.

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