“La classe” di Vincenzo Manna nelle parole dei giovani critici

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L’esperienza di alternanza scuola-lavoro di alcuni giovani studenti del liceo Cutelli, li ha portati a confrontarsi con un testo ambientato nel loro stesso contesto quotidiano, la scuola

«Non potete costringerci a stare qui è la frase che riecheggia nel teatro. I protagonisti sono dei ragazzi come noi, la differenza però è determinata dal fatto che vivono in condizioni anormali. Francesco, Giuseppe e Mattia hanno colto un grido di dolore nello spettacolo teatrale “La classe” di Vincenzo Manna, andato in scena al Teatro Stabile di Catania. L’opera è ambientata in una grigia aula scolastica animata da 7 studenti, costretti a frequentare un corso pomeridiano di recupero crediti per poter accedere agli esami di maturità. «Lo spettacolo costruito dal regista Giuseppe Marini- proseguono- ha un retrogusto amaro, il mondo che si presenta agli occhi dello spettatore è un mondo chiuso, razzista e violento, in cui i protagonisti cercano di sottrarsi alle regole, puntando il dito contro chiunque si ponga loro innanzi», un mondo tristemente simile al nostro verrebbe da dire.

I tre ragazzi sono allievi del liceo classico “Mario Cutelli” di I A, una delle classi coinvolte nel progetto di alternanza scuola- lavoro “Piccoli critici crescono”, promossa dallo Stabile di Catania. Nonostante la loro giovane età, dalle recensioni elaborate emergono profonde riflessioni. Mario ad esempio, da bravo classicista, cita la Fortuna, dea bendata, quale discrimine tra la sua classe e quella rappresentata sul palcoscenico. Quest’ultima è l’aula scolastica di un’anonima periferia, un’ambiente freddo e fatiscente dotato di una finestra da cui i 7 studenti osservano lo zoo, il più grande campo profughi. «Le luci fredde e le condizioni dell’aula – scrivono Giulia e Daniela- immettono fin dall’inizio lo spettatore nel clima di disagio e di disordine in cui versano i protagonisti: ciascuno reagisce in maniera diversa alle provocazioni del professore Albert, che cerca in tutti i modi di indirizzare i ragazzi sulla retta via sottoponendoli a una scelta: “morire senza aver concluso nulla o essere ricordati per qualcosa?”.  È questa la domanda che accende in loro un barlume di speranza, nel momento in cui Talib (uno degli studenti) porta in classe il foglio di un bando “I giovani e gli adolescenti vittime dell’Olocausto”. Per la prima volta la scuola si mostra ai loro occhi, così abituati a schermirsi, come un’opportunità che li potrà rendere “migliori” e che non possono farsi scappare».

 

UN MONDO CHE AFFONDA. Nonostante lo spettacolo sia piaciuto a tutti, alcuni ragazzi hanno captato giudizi negativi da parte del pubblico più adulto e li attribuiscono al fatto che “La classe” sia pensata per i più giovani, che meglio possono identificarsi con le situazioni rappresentate. Qualcun altro non è d’accordo, «sono gli adulti i veri destinatari e questa rappresentazione li invita chiaramente a non abbandonare i giovani». Sono di questo parere Giulia e Daniela che concludono «quei ragazzi sono uccelli che non sanno volare, chiusi in una scatola troppo stretta per loro: riusciranno, con l’aiuto del professore Albert, a spiccare il volo?». E la guida dell’insegnante si rivela fondamentale, tanto nella finzione quanto nella realtà. Il testo drammaturgico mette in scena due modelli di educatori, molto diversi tra loro: il professore Albert (Andrea Paolotti), che con voce potente squarcia norme e burocrazia scolastica per il bene della classe e il preside (Claudio Casadio) il cui tono, sempre pacato, è volto ad un unico obiettivo: far quadrare i conti (ma l’insegnante non è un ragioniere!). Lo sa bene la prof.ssa Francesca che commenta «Certamente la descrizione di alcune difficili dinamiche tra docenti e studenti è parsa a chi non gravita nel mondo della scuola un tantino esagerata, chi ci lavora invece sa bene che le sfide possono essere ben più ardue». Anche quando il mondo affonda la scuola deve offrire un barlume di speranza, per questo Francesco, Giuseppe e Mattia titolano la loro recensione “Speranze di un mondo perduto” e concludono «I ragazzi vivono vite difficili, la loro quotidianità é fatta di droga, alcool, coltelli; ma coinvolti in un progetto, riusciranno a nuotare verso la riva mentre il mondo affonda?». Quei ragazzi di cui si parla ne “La classe” sono i nostri figli, i nostri cugini, i nostri vicini e per loro il mondo è una barca che affonda. Forse allora lo spettacolo, pur ben prestandosi ad un pubblico scolastico, si rivolge proprio a noi che i banchi non li frequentano da un po’, affinché non dimentichiamo che la scuola ha una funzione importante nel formare il cittadino del domani e in questo compito non va ostacolata ma coadiuvata.

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