La gioia che cancella il dolore della guerra nello scatto di Werner Bischof

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Una Sardegna che si è appena lasciata il secondo conflitto mondiale alle spalle è il teatro di un’istantanea che cattura l’insopprimibile desiderio di felicità negli occhi di una bambina

In una foto l’esplorazione profonda dell’animo umano. Stupore, letizia, semplicità e speranza. Nella foto scelta, in un colpo d’occhio, emergono queste dimensioni dell’uomo. Il titolo è “Ragazza a Funtana a mare” ed il fotografo  è Werner Bischof,  tra i testimoni più autorevoli del ‘900, il primo ad entrare nella Magnum Photos, una delle più importanti agenzie fotografiche del mondo, fondata nel 1947 tra gli altri da Robert Capa e da Henri Cartier-Bresson.

IL CONTESTO. L’immagine è stata scattata in Sardegna nel 1950 e fa parte di un servizio più ampio pubblicato sul settimanale Epoca. Il magazine italiano aveva commissionato a Bischof un viaggio nell’isola, chiedendo di raccontare per immagini una terra che faceva fatica a riprendersi dal disastro della guerra. Ne viene fuori una serie di foto che documenta la durezza e l’arretratezza delle condizioni di lavoro dell’isola. Il fotografo svizzero riesce brillantemente a cogliere quel legame tra l’essere umano e il territorio che costituisce il cardine dell’identità di un luogo e di chi lo vive.  Scatti unici che non hanno nulla di eclatante, ma la stessa semplice crudezza della difficile vita che si svolgeva in Sardegna.

LO SCATTO. In particolare nella foto “Ragazza a Funtana a mare” risalta prepotente il sorriso dell’adolescente che porta l’acqua. E dentro quel sorriso lo stupore di una chiamata, espressa con l’immagine di una mano in primo piano sfocata. Un volto che esprime tanta letizia nonostante le difficoltà di una terra che stenta a riprendersi. In un istante sembra sconfitto perfino il difficile momento del Dopoguerra. Nessun intento pietistico in Bischof, che si svela un profondo ritrattista di volti semplici, ma sempre pieni di speranza.

L’UOMO DIETRO L’OBBIETTIVO. Werner Bischof, definito come il “fotografo che non volle essere un reporter”, fu uno dei primi a documentare l’Europa del Dopoguerra e la fine del colonialismo.  Si è sempre rifiutato di cedere alla censura e aveva un atteggiamento fortemente critico nei confronti dei mass-media. Nonostante i suoi scatti comparissero su riviste del calibro “Life” e “Epoca”, era consapevole che il fotogiornalismo stava già cambiando: venivano richieste più azione e meno spiegazione, tanti scoop e poche analisi. Da qui lo sfogo in una delle sue frasi più forti: «Io non sono un fotogiornalista. Purtroppo non ho alcun potere contro questi grandi giornali, non posso nulla, è come se prostituissi il mio lavoro e ne ho davvero abbastanza. Nel profondo del mio cuore sono – e sarò sempre – un artista». Il suo fiuto per la cronaca e la sua empatia per la sofferenza lo hanno condotto ai quattro angoli del globo, dal Giappone stroncato dall’olocausto naturale alla carestia che devastò l’India nel 1951, passando per Germania, Sud America e Asia. Ha immortalato la realtà di questi luoghi esattamente per come era, consegnadoci storie e vicende estreme, altrimenti dimenticate.

Il 16 maggio 1954 muore in Perù in un incidente stradale, a soli 38 anni.

 

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