La lezione di Socrate, primo martire della libertà ci insegna il significato della Pasqua

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Il mondo cristiano si prepara a vivere la più importante solennità. Insieme ai riti della Settimana Santa, consigliamo una lettura, una delle più belle della filosofia, che, seppur non canonica, può aiutarci ad entrare nel vivo del senso di queste giornate

«Santo Socrate prega per noi»: non sembra peregrino ripetere con Erasmo da Rotterdam questo vocativo. I pensatori sono rivoluzionari che non puzzano di polvere da sparo, per lo più ignorati finché la politica non li scopre scomodi e li condanna a morte. La storia ci narra di due grandi figure diverse ma tangenti: uno è Socrate. La descrizione della morte del filosofo greco che Platone ci lascia nel Fedone è una delle pagine più commuoventi della filosofia: nel leggerla ci sentiamo spezzare il cuore come i discepoli lì presenti. Anticonformista, paladino della libertà di pensiero, Socrate fu condannato a morire con l’assunzione di cicuta perché accusato di empietà e di corrompere i giovani. Con il suo fare interrogante spingeva a riflettere sulle credenze tradizionali, mettendo in discussione le verità prestabilite: un pericolo per la stabilità politica e l’ordine pubblico. Pur consapevole dell’ingiustizia della sua condanna, rifiutò di fuggire, come per dire: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare». Già nel II d.C., per san Giustino, «coloro che hanno vissuto secondo il Logos sono cristiani, anche se sono stati considerati atei, come, tra i Greci, Socrate». In preparazione al Triduo Pasquale che il mondo cristiano si accinge a vivere, il Fedone andrebbe riletto insieme ai passi del Vangelo di questi giorni. Perché?

«PASSARE OLTRE». È il significato ebraico di Pasqua: presso gli ebrei celebra la liberazione dalla schiavitù dagli egiziani; nel cristianesimo la resurrezione di Gesù, nonché il passaggio a vita nuova cui sono chiamati gli uomini. Anche Socrate ci parla di redenzione. Non dice: «Il mio Regno non è di questo mondo», ma che tutti coloro che si occupano di filosofia «si curano se non di morire» (che, attenzione, non è mai giustificazione di suicidio). La filosofia infatti educa l’anima alla libertà: questa, finché è imprigionata nel corpo, non riesce a raggiungere la verità. Solo l’esercizio delle virtù e quindi della ragione permette in vita un certo benessere, preparando a uno più grande. È in questo senso che filosofia è esercitarsi a morire. Socrate nel V a.C. insegna il senso della morte e quindi a non temerla: chi vive una vita santa e filosofica non può temere alcun male: «Io sono pieno di fede che per i morti qualche cosa ci sia, e, come anche si dice da tempo, assai migliore per i buoni che per i cattivi», afferma il pensatore, come si legge nel Fedone. «Se l’anima è immortale, ella avrà bisogno se ne abbia cura», per questo «giova non tralasciar nella vita cosa alcuna per acquistare virtù e intelligenza; ché bello è il premio e la speranza è grande». Gli uomini desiderosi di «essere soli con la propria anima», non sarebbero in contraddizione se si lasciassero prendere dalla paura di morire, avendo finalmente la possibilità di «ottenere quello che in vita amarono, e amarono la sapienza»? L’ateniese rimprovera con affetto i suoi amici che vorrebbero consolarlo ma in realtà è lui a consolare loro dimostrando l’immortalità dell’anima: «Orsù, dunque, state quieti e siate forti». Socrate morente è l’emblema del pensatore che dinnanzi alla morte dimostra di essere davvero libero.

PRIMAVERA E CILIEGI. I cigni, non è vero che cantano per il dolore della morte: ma perché sono presi «dalla letizia che di lì a poco se ne andranno al dio di cui sono devoti». Questi, come le rondini e gli usignoli, sono per Socrate sacri ad Apollo. I riferimenti al dio del Sole, delle arti e della profezia, risuonano nei suoi ultimi sospiri: «O Critone, disse, noi siamo debitori di un gallo ad Asclèpio: dateglielo e non ve ne dimenticate». Asclepio è infatti figlio di Apollo, dio della medicina. Che significa questa richiesta? Gli antichi sacrificavano un gallo ad Asclepio per ringraziarlo quando guarivano da una malattia. Perché proprio un gallo? Le sue carni si consumano ancora oggi in brodo per riprendersi dall’influenza. Ma non solo: il canto del gallo è da sempre preannuncio di un nuovo giorno, della luce che vince sulle tenebre. Si capovolge allora la prospettiva: non è la morte la vera malattia ma la vita; la morte è per Socrate passaggio a miglior vita. Cosa c’entra tutto questo con la Pasqua? La principale solennità cristiana non a caso accade in primavera: l’etimo “primavera” rimanda al concetto di inizio e al campo semantico della luce. Questa stagione come la Pasqua segna un nuovo inizio. Domenica infatti ci scambieremo uova di cioccolato: il simbolo della vita si unisce al cibo degli dei, che fa bene all’umore e al cervello. Da qui deriva l’espressione felici come una Pasqua. Quiero hacer contigo lo que la primavera hace con los cerezos, scrive Pablo Neruda. Non sono questi i più autentici auguri di buona Pasqua? D’altronde, gli àuguri nell’Antica Roma erano coloro che interpretavano il volo degli uccelli: la primavera è il tempo in cui tornano le rondini, un volo che annuncia la fertilità della vita, l’occasione sempreverde di rinascita che la filosofia aiuta a cogliere.

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