La “Torre del Filosofo” sull’Etna: esiste ancora
il rifugio di Empedocle?

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A quasi 3.000 metri s.l.m., nel versante sud del complesso vulcanico più alto tra quelli attivi in Europa, tradizione vuole che sorgeva una dimora, lì dove era giunto e morto il celebre filosofo di Agrigento. Cosa rimane delle sue tracce in Sicilia?

Maestosa in altezza e estensione, affascinante in abito bianco d’inverno, possente nei crudi colori nero, marrone e verde d’estate, di veste rossa in festa, l’Etna, non può mancare negli itinerari turistici siciliani. Il complesso vulcanico, con i suoi 3.340 metri s.l.m., Patrimonio dell’umanità, ha una propria letteratura che risale a Tucidide, Diodoro Siculo e Pindaro, oltre a mitologie e leggende che ne fanno dimora divina. Ed è anche protagonista di un evento della storia della filosofia: la morte del presocratico Empedocle, da cui trae nome una zona nel versante sud a circa 3 mila metri di quota. Qui sorgeva un rifugio, oggi sepolto da quel fuoco, uno dei quattro componenti elementari dell’universo individuati dal filosofo agrigentino. Acqua, fuoco, aria e terra non sono soltanto al centro della sua riflessione, ma delle prime forme di pensiero tout court, madri della civiltà che cresce all’ombra di ulivi e zagare, sotto il fermento della lava. La Sicilia, abbondante di tutti e quattro, accoglie nel suo grembo ricca flora e prole di filosofi che si interrogano a partire da quegli elementi. Primo fra tutti Empedocle.

LE 4 “RADICI”. Filosofo naturalista, medico, poeta e sciamano, è la Valle dei Templi a dargli nel 493 a.C. i natali. La realtà è composta dal prodotto della mescolanza e dalla separazione delle quattro “radici”, sotto la spinta di due principi, Amore e Discordia, che determinano anche le fasi storiche: «Durante il regno della Contesa ogni cosa ha forma distinta e sta separata, mentre quando regna Amicizia si uniscono e si desiderano l’una con l’altra». La conoscenza avviene quando la radice che è in noi incontra la radice che è fuori: «Il simile viene conosciuto dal simile».

“TORRE DEL FILOSOFO”. Siamo nella zona sommitale del versante sud a più di 2.900 metri di quota: qui sorgeva la Torre del Filosofo proprio dove Empedocle dimora e studia i fenomeni vulcanici. La leggenda narra che muore precipitando nella bocca del vulcano: secondo alcuni studiosi perché spinto da aristocratici agrigentini che lo accusano di aver favorito la crescita intellettuale tra gli indigenti; secondo altri, proclamatosi immortale, si lancia per dar prova di doti trascendenti, ma da quell’aldilà non torna in veste divina: del suo corpo, ritrovato al largo della costa, la lava rigetta i sandali (stando a Diogene Laerzio). L’uso della struttura e la sua storia restano in parte misteriosi. Riqualificata dai lavori degli anni ’60 e col tempo limitata a baita, è danneggiata dalle eruzioni del 1971, del 2002-03 e del 2013 fino a esserne sepolta. Un luogo violentato da madre natura come anche da montanari che nei secoli vi scavano in cerca di chissà quale tesoro.

L’ESCURSIONE. L’area, tutt’oggi nota come Torre del Filosofo, è meta di escursioni. Dal Rifugio Sapienza si prende la cabinovia che sale fino a 2500 metri in un quarto d’ora circa. Giunti al terminal, jeep organizzate conducono a più di 2900 metri d’altezza alla località, la quota massima generalmente raggiungibile. In alternativa alla jeep, è possibile proseguire a piedi (autorità permettendo) seguendo il tracciato di lava battuta: un percorso decisamente più lungo ma più wild.

L’AGRIGENTO DI EMPEDOCLE. «Gli Agrigentini sono così immersi nella mollezza e nel fasto come se dovessero morire domani, ma tali case costruiscono come se dovessero vivere in eterno», sembra dire dei suoi concittadini, tra i quali si guadagna qualche inimicizia (forse per questo considera il suo tempo, se pur intermedio, dominato da Contesa?). Addirittura la gelosia per Acrone, suo discepolo, lo spinge a opporsi in tutti i modi alla richiesta di questi di un luogo in città per costruire le tombe di famiglia. Akragas è emblema del mediterraneo filosofico in cui Empedocle riesce ritagliarsi la propria personalità. La citta gli rende omaggio con una statua in Piazzetta Vadalà, circondata dalla terra verde irrigata dall’acqua, immobile all’aria nella sua struttura bronzea su basamento di marmo, illuminata da un fuoco che non la brucia, la luce del Sole della sua terra.

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