L’affetto che supera
le contraddizioni:
i fiori del bene
contro la paura

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Un passato difficile in un Paese diverso da quello di origine; la scoperta di una nuova ragione di vita; un futuro tutto da scrivere. Luna, nata in Marocco, ci ha raccontato la sua storia e la sua fiducia sul potere ineguagliabile dell’incontro autentico tra esseri umani. Un inno, condiviso da un’altra italo-marocchina, Hala, all’apertura incondizionata verso gli altri e all’emozione del conoscersi come modello di integrazione

«Io credo che l’integrazione sia naturalmente collegata all’essere umano. Si tratta di un incontro: tutto ciò che fonda il nostro essere umani, il nostro essere persone, se ci pensiamo, è connesso a qualcun altro. È il bisogno dell’altro che mi consente di esercitare doti quali l’amore, la pietà, la misericordia, i sentimenti che mostrano il lato migliore di noi. Sono convinta che tale questione sia valida non solo per determinate categorie di persone, ma, in un modo o nell’altro, ci riguarda tutti». Luna ha soltanto 21 anni, eppure ha già gli occhi determinati di chi, a dispetto di ogni difficoltà, intende conquistarsi il suo spazio nel mondo. Dal suo sorriso, che non le abbandona mai il viso, traspare un vissuto denso di domande e di ricerche di senso. E anche una consapevole, maturata fiducia nell’esistenza di un qualcosa capace di unirci oltre le nostre aspettative, oltre le più insormontabili distanze.  «Quando impariamo a conoscere ciò che abbiamo di fronte, superiamo la paura e iniziamo a volergli bene. E quando subentra l’affetto, le contraddizioni che esistono riescono a tenersi insieme. Così ci si libera anche del desiderio di cambiare la diversità e la si accetta come un valore per la nostra vita».

I FRUTTI DELL’AMORE. Luna, del resto, di affetto se ne intende: lei stessa, come spesso tiene a sottolineare, è il frutto di chi, prendendola a cuore, ha investito su di lei per regalarle quel futuro che oggi, divenuto presente, afferra continuamente con la fame di chi vuole ripagare il dono di una nuova vita. «Mi sento di essere stata predestinata a questo», confessa. E come darle torto? Come non credere che il destino c’entri qualcosa con la scelta di suo padre, innamorato del nostro Paese, di giungere dal Marocco proprio in Italia, a Parma, con la moglie ed una bambina di pochi mesi al seguito? Come non credere che la sorte abbia messo il suo zampino nel fare in modo che Luna rimanesse qui, quando suo padre, che dopo anni lontano da casa intendeva tornare in patria, è venuto a mancare improvvisamente? E come non credere, infine, ad una buona dose di Provvidenza quando fu la scuola a convincerla che, pur in mezzo alla disperazione, valeva la pena continuare a lottare per affermare il suo desiderio di lasciare una traccia?
La stessa traccia che il padre sembra averle consegnato come un’indelebile eredità: «Sono il frutto della sua scelta, non ho deciso io di ritrovarmi in un altro Paese. Ma ho fiducia: nel fatto che un genitore desideri sempre il bene per i propri figli, nel fatto che il futuro scelto per me fosse il migliore possibile. Oggi capisco molto di più quello che mio padre ha cercato di trasmettermi e cioè che la casa che ti accoglie è anche quella che ti richiama a restituire le possibilità ricevute». Tra tutte le prospettive che l’arrivo in Italia ha saputo regalare alla sua famiglia, Luna ne indica una su tutte: «La speranza, la più bella per un padre, di poter regalare un domani ai suoi cari».

RAGGIUNGERSI A VICENDA. Oggi Luna, studentessa di giurisprudenza a Milano – che spesso partecipa ad incontri che si propongono di tenere il vivo il dibattito sulle seconde generazioni che sempre più, col loro milione e mezzo di presenze, mostrano il nuovo aspetto di un’Italia multiforme – ha le idee chiare su quale possa essere la formula vincente sulla strada di una convivenza fruttuosa: «Ho superato la fase della rabbia, del sentirmi rifiutata nonostante avere la cittadinanza mi facesse credere di aver risolto la questione. Non biasimo coloro che vorrebbero vederci tornare ai nostri paesi d’origine. Cerco di mettermi nei loro panni e con molta pazienza, anche se a volte è davvero difficile, provo a farmi ascoltare: non facendo valere i miei diritti di stare in Italia, ma aprendomi a chi mi sta di fronte». Anche Hala, come Luna protagonista della mostra “Nuove Generazioni. I volti giovani di un’Italia multietnica” inaugurata il 25 febbraio presso il Monastero dei Benedettini di Catania, marocchina giunta all’età di 7 anni nel Belpaese che oggi frequenta il Liceo Boggio Lera di Catania, sa che la vita di una ragazza a metà tra due mondi può non essere facile: «Quelli che ti sono ostili – dice – si trovano dappertutto, e probabilmente li avrei trovati anche in un’altra nazione. Per fortuna, però, ci sono anche molti altri disposti a farti sentire a casa, a non far pesare la tua provenienza».

SFIDA GENERAZIONALE. Quale approccio, dunque, nel turbine di cambiamenti che sta investendo il nostro vivere quotidiano? Innanzitutto la presa di coscienza che la partita non si gioca su dati e previsioni, su arrivi di massa presunti o meno, ma su un patrimonio che già ci appartiene e ci condiziona, mettendoci radicalmente in discussione. Il nucleo dell’impegno che ci attende risiede nel convincerci che per creare un abbraccio bisogna traslocare da se stessi, dalla propria individualità, sia che si tratti di coloro che accolgono sia che si tratti di chi aspira ad essere accolto. Una convinzione che Luna sembra avere già acquisito: «La sfida della mia generazione – afferma – è accettare lo sforzo di andare incontro all’altro. Questo vale sia per chi c’era già, ma in primis per noi che siamo venuti dopo: il tempo, le generazioni cambieranno lentamente le cose». Non c’è forza, non c’è ideologia, non c’è divisione, non c’è timore familiare o mancato riconoscimento collettivo che potrà arginare un processo già iniziato. Lo confermano gli occhi riservati di Hala, che si illuminano di slancio quando dice: «A volte la mia famiglia ha provato a frenare il mio istinto alla conquista dell’integrazione, ma ho sempre scelto di fare di testa mia, d’imparare personalmente le lezioni della vita, di fare insomma ciò che ritenevo giusto». Forse non esiste un modello teorico capace di districare le complicazioni che inevitabilmente la realtà porta con sé. Ma ci sono le persone, considerate non in base ad un’etichetta sociale o economica, ma nel loro concreto affrontare le difficoltà di ogni giorno. C’è Luna, olivastra dal dialetto emiliano, che studia per contribuire al miglioramento della sua nuova casa; c’è Hala, che all’inflessione del francese mischia il raddoppiamento consonantico dei catanesi, che sogna di scoprire il mondo delle biotecnologie. E come loro tanti altri, né esclusivamente stranieri, né esclusivamente italiani. Semplicemente ricchi e unici a modo loro, fiori del bene di una grande chioma variopinta. E forse il modello da cui ripartire altri non è che questo.

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