Leo Gul­lot­ta:
«Mai la­vo­ra­re gra­tis, ma
chi ha avu­to nel­la vita
deve sa­per dare»

16/05/2017 -  - 2settimane fa 2


L’attore catanese sarà in scena nell’ultima produzione del Teatro Stabile per la stagione 2016/2017

«Nella vita chi ha avuto deve saper dare. Oggi, all’età di 71 anni e dopo 54 di carriera, il minimo che potessi fare era dare il mio contributo affinché si riattivasse un Teatro che mi ha visto crescere. Naturalmente rispettando l’emblema di un euro al giorno, perché non si deve mai lavorare gratis». Leo Gullotta sarà protagonista questo week end di “Minnazza. Letture tra i miti e le pagine di Sicilia”, lo spettacolo di Fabio Grossi che chiuderà il cartellone dello stabile etneo. Il testo teatrale, con le musiche di Germano Mazzocchetti, le fisarmoniche di Fabio Ceccarelli e Denis Negroponte, le luci di Alberto Biondi e i video di Mimmo Verdesca andrà in scena al Teatro Verga di Catania venerdì 19 e sabato 20 maggio alle 20.45 e domenica 21 maggio alle 17.30. «Ringraziamo molto Leo Gullotta – ha spiegato il commissario straordinario Giorgio Pace – per la solidarietà dimostrata verso lo Stabile in un momento estremamente difficile».

Per cosa si caratterizzerà lo spettacolo che andrà in scena questo week end?
«L’idea è stata quella di rompere la quarta parete: io mi troverò sul palcoscenico, ma l’effetto sarà quello della classica piazza siciliana dove s’incontrano gli amici, si parla di cose che possano avere un senso, si raccontano aneddoti. Sarà un’occasione per riflettere e riprendersi un po’ di quei valori che sono andati perduti. Nel fare questo attraverseremo vari umori: da Tomasi Di Lampedusa a Giuseppe Fava, da Camilleri al grande Ignazio Buttitta. Si parlerà di emigrazione, ci sarà il racconto della mia “carusanza” nel quartiere del “Fortino” durante gli anni ’50. Il tutto accompagnato da immagini e dal suono delle fisarmoniche, che sono un po’ l’emblema delle nostre feste, della gioiosità».

«Lo spettacolo sarà un’occasione per riflettere e riprendersi un po’ di quei valori che sono andati perduti»

Per ripensare il futuro è necessario guardare al passato?
«Senza passato non si costruisce nessun futuro. Oggi tutti hanno dimenticato la memoria e ciascuno impone una propria verità senza possibilità di discussione. C’è una specie di protagonismo imperiale, che trovo imbarazzante. Si cammina per camminare e non per il piacere di alzare lo sguardo e di riscoprirci, mettendo da parte questo aggeggio meraviglioso ma infernale che è il telefonino. “Minnazza”, allora, è un invito a riflettere sulle pagine, sui momenti e sorridere; un modo come un altro per prendere per i capelli e scuotere».

Abbiamo quindi bisogno di più leggerezza?
«La leggerezza, anche quella nobile, si è persa. Oggi tutto è dramma e diventa estremamente importante, ma sarebbe opportuno riappropriarci della capacità di ironizzare e “giocare”, che poi è propria anche del catanese. Tutti, invece, si prendono troppo sul serio».

Foto Adolfo Franzò

Anche i giovani?
«A loro purtroppo, come si dice a Catania, ci lassaru sta cuttunata pisanti. Nel corso degli anni, in contesti come le università, ho incontrato moltissimi ragazzi animati dalla voglia di crescere, imparare e capire. Finché però continuerà a vigere il “Mi manda Picone” tutto sarà difficilissimo. Se la disoccupazione giovanile oggi, secondo le stime Istat si attesta al 49%, la responsabilità è soprattutto della politica, che negli ultimi trent’anni ha fatto terra bruciata, togliendo soldi alla scuola e spezzando le gambe all’università».

Come interpreta, in questo senso, la partecipazione massiva al referendum del 4 dicembre? Gli italiani sono stanchi di questa classe politica?
«È stato un fatto molto importante perché per la prima volta il Paese ha detto di no a gran voce a un’imposizione. Osservando quella data a oggi, tuttavia, io cittadino mi domando per quale motivo questa politica non abbia voluto osservare il fenomeno. Nessuno si chiede perché gli italiani hanno votato così e il perché di questa affluenza mai registrata prima. Allora presumo che ci sia solo una rete d’interessi: tutto è diviso in gruppi, tribù, massonerie. Siamo in un paese dove chi pensa e propone disturba. Devi assecondare una linea. Ti dicono non proprio sommessamente e non proprio con eleganza che devi essere un servetto, sennò non ottieni nulla. E questo purtroppo vale pure per i giovani».

Che invito fa quindi alle nuove generazioni?
«Non stancatevi e non impauritevi. Se oggi la tendenza è quella ad addormentarvi affinché non diate problemi al potere voi cercate di vedere perfino i sogni come una realtà possibile. Siete nel pieno delle vostre forze, anche culturalmente parlando, e potete farcela. Pippo Fava, che fu mio grande amico, ha detto una cosa importante in uno dei suoi lavori teatrali. Se non si è disposti a lottare, a che serve essere vivi?»

Crede che una rivoluzione di questo tipo sia già in atto?
«Me lo auguro. Qualche anno fa si parlava nella nostra isola dell’arrivo di “Addiopizzo”, un movimento di giovani, così come di “Libera” di Don Ciotti, che oggi sono realtà. Ciò vuol dire che qualcosa si muove. Falcone, Borsellino e tantissimi altri sono stati uccisi dalla criminalità, ma comunque hanno lasciato dei semi».

«Ai giovani dico di non stancarsi e impaurirsi. Cercate di vedere perfino i sogni come una realtà possibile»

Come valuta l’attuale scena cinematografica e televisiva?
«Diciamo che i problemi sono i medesimi di tutta la cultura. Gli spazi per i progetti di chi ha talento sono esigui e a fronte di qualche progetto interessante si continuano a sfornare “commedioline”. La commedia è, fin dai tempi dei greci, una cosa importante, ma si deve saper scrivere e deve avere un senso. Se escludiamo l’ultimo lavoro di Ficarra e Picone, “L’ora legale”, cui ho preso parte, che ha denunciato la vigliaccagine dell’italiano, il resto continua a essere un’accozzaglia delle solite situazioni: la donna, l’amico, l’amante e così via. Quando, invece, esce un film davvero interessante, come quello di Vicari, non viene lasciato vivere nelle sale perché il cinema è fatto anche di distributori e produttori: un mondo in cui la logica del “Mi manda Picone” è imperante.

Secondo lei, pur in questo contesto, chi ha talento troverà comunque un suo spazio?
«Talento significa anche studio, una cosa che non piace molto in Italia. Non tutto può essere “X Factor”. I talent, ad esempio, sono delle occasioni per molti giovani, ma spesso i più interessanti vengono lasciati per strada e non avere successo solo per la durata delle puntate. Da parte mia ho sempre sostenuto i progetti dei giovani di talento, senza chiedere mai denaro in cambio perché so bene che un primo lavoro è un biglietto da visita per presentarsi ai produttori. Come dicevo prima, chi ha avuto deve saper dare».

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