L’eredità di una grande donna: decimo anno
per la Fondazione
La Verde La Malfa

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Tutto è arte in questo meraviglioso posto che sorge a San Giovanni La Punta, Catania. Dall’enorme cancello che ti accoglie all’ingresso al viale alberato che ti conduce nel parco e nello spiazzo dove sorge l’abitazione in stile norvegese e dove, all’occorrenza, vengono organizzati eventi, sfilate di moda, aperitivi culturali e concerti

Due ettari di puro verde immerso tra cipressi toscani, eucalipto, fichi d’india, olivastri, pistacchi selvatici e abitato da volpi, conigli e rapaci. Il giro in compagnia di Graziana Papale, laureata in Beni Culturali all’Università di Catania che ormai alla Fondazione La Verde La Malfa è di casa, comincia dal parco, inserito nel 2015 tra i Grandi Giardini Italiani. Per metà è allestito come museo a cielo aperto dove sorgono 19 installazioni che superano i 10 e i 15 metri di altezza, realizzate dal 1995 e fino agli ultimi giorni della sua vita dall’artista catanese Elena La Verde, proprietaria del luogo, scomparsa nel 2012 a 79 anni.

Non è stata una vita facile, la sua, donna elegante, intelligente e solare. Così come non è facile raccontarla in poche righe. Una delle prime artiste donne a emergere in Sicilia, poetessa, creativa a 360°. Già negli anni ’50 chiede di poter approfondire gli studi in pittura e scultura, combattendo contro il rifiuto dei familiari prima – che la volevano madre di famiglia – e del marito e della società siciliana, poi.

A 60 anni si iscrive con una delle figlie all’Accademia di Belle Arti di Catania e continua a testa alta il suo percorso, fino a trasformare, negli anni ’90, la propria abitazione in un luogo destinato all’arte e alla cultura. Gestito oggi dal figlio Alfredo La Malfa e riconosciuto dalla Regione Siciliana come patrimonio e sito culturale.

«Elena La Verde si faceva portare dagli operai materiali di riciclo – macchine, manichini, ferri, vetri – e disegnava su carta l’opera da collocare in una delle insenature del suo giardino», racconta Graziana mentre ci mostra le installazioni che dominano negli spiazzali. Macchine per lo più, che l’artista associava alla società moderna, all’uomo e all’uso che ne fa. «Tendono ad ascendere verso l’alto non tanto per una questione religiosa – in quanto si dichiarava atea – ma per la sfumatura di sacro che alcuni critici hanno letto dopo la sua morte nelle sue opere, in cui ricercava spiritualità nel mondo, nell’arte e nella vita di tutti i giorni».

Entrando nell’edificio ci si imbatte nelle collezioni di arte moderna e contemporanea, esposizioni permanenti e mostre temporanee. Come quella inaugurata lo scorso giugno e visitabile su prenotazione e a pagamento fino all’11 novembre – dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18 – dedicata al catanese Mimmo Germanà, artista della Transavanguardia scoperto da Achille Bonito Oliva e scomparso troppo presto, a soli 48 anni, a causa dell’aids.

INTIMISMO MITICO DI MIMMO GERMANÀ. La prima parte della mostra sorge nel salone anticamente riservato agli ospiti, dove si trovano ancora pezzi originali di fine ‘800 e dove si tengono conferenze e laboratori didattici con le scuole. Delle ventisette opere esposte ventisei appartengono alla collezione Mimmo Germanà cominciata 15 anni fa dal Dott. Brunello Puglisi, che ha acquistato da un rigattiere uno dei quadri di Germanà, scoprendo solo successivamente che l’artista era un suo vecchio compagno di classe al Liceo Cutelli. Germanà purtroppo non era più in vita, ma Puglisi si è appassionato così tanto da catalogare ben 450 opere, per divulgare le opere in Italia e all’estero, favorire una ricostruzione documentaria, filologica e storica sul suo percorso artistico e nella speranza di poter aprire un museo dedicato all’artista catanese considerato dal Corriere della Sera lo Chagall italiano.

Nella seconda parte, oltre ad altri quadri che rispecchiano la sua poetica, troviamo il tavolo originale dove l’artista dipingeva e in cui i colori col tempo sono diventati un tutt’uno con la superficie. «La mostra si chiama Intimismo mitico perché l’artista dipingeva per raccontare il suo mondo interiore e per alcune ambientazioni dei suoi quadri, dove troviamo il contrasto tra diurno e notturno, il cane Mirò, spesso presente nei soggetti, e la natura, che nasce dall’uomo e lo circonda».

PRIMA COLLEZIONE PERMANENTE. È l’unica che Elena La Verde arriva a vedere e raccoglie opere dai primi anni del ‘900 ai giorni nostri. Amedeo Modigliani, Renato Guttuso, Mario Schifano, Fausto Pirandello, Carla e Ugo Accardi – per citarne alcuni – convivono con i grandi nomi siciliani, tra cui Emilio Greco, Mimì Lazzaro – autore della statua della giustizia del tribunale di Catania e dei candelabri di piazza Università – Giovanni Alicò, Nino Giuffrida e altri esponenti della Scuola di Catania.

Le ultime due stanze sono dedicate invece alle opere più piccole di Elena La Verde, quelle che però la rappresentavano maggiormente. Assemblaggio e installazione sono le parole d’ordine ed Elena La Verde utilizza topi morti, ossa di pollo e di bovino, specchi rotti, porte antiche, pneumatici per creare opere, di cui una parte ricorda la morte, l’altra un modo per scongiurarla. Immancabili le scale, che rappresentano per lei il cammino tortuoso della vita verso qualcosa che sta al di là.

SECONDA COLLEZIONE PERMANENTE: I LIBRI. Il fondo librario, ricevuto da Giuseppe Crescimone Jacona, parte dalla prima metà del ‘500 e arriva fino alla metà dell’800. Testi di Goldoni perfettamente sfogliabili, leggibili e consultabili che lasciano senza fiato e ti catapultano indietro nel tempo, così come la lettera di Luigi Capuana esposta in vetrina.

TERZA COLLEZIONE PERMANENTE: DAL ‘700 AI PRIMI DEL ‘900. Abiti e intimo d’epoca, cuffiette da notte, mantelle, corpetti, giacche, pizzi e merletti la fanno da padrone in questa stanza, ex discoteca della casa dove Elena La Verde ha riunito gli outfit di tutte le epoche provenienti da atelier parigini e milanesi e appartenuti alla contessa Vittoria Lanzirotti di Niscemi, dopo averli recuperati e restaurati pezzo per pezzo.

LE STANZE DELLA MEMORIA E DELLA PACE. In quello che era lo studio di Elena La Verde oggi sorge l’atelier dell’artista rivisitato da cinque artisti a cui è stato chiesto di realizzare opere legate al tema della memoria e delle tracce che l’uomo lascia al suo passaggio dal mondo terreno. E parte proprio da questo principio la prima installazione della stanza, a firma di Lawrence Carroll, che incolla una serie di tele che simboleggiano la pagina bianca dove si inizia a scrivere la nostra storia e i ricordi che ci portiamo dentro.

Emily Joe usa gli oggetti già presenti nella stanza, che trasforma in opere d’arte ricoprendoli di piombo e creando una vetrina dove espone mini fotografie della vita privata di Elena La Verde. Cristina Treppo realizza un’installazione di cera dove d’estate i visitatori lasciano un’impronta come segno del loro passaggio, mentre Lolita Timofeeva ha regalato alla Fondazione una scala che rappresenta il passaggio al punto più alto.

Ultima installazione è un cerchio di Fabio Mauri che segna il passaggio definitivo a un’altra dimensione. Probabilmente quella della pace, come suggerisce la seconda stanza firmata da Angelo Casciello, ex studio dell’ingegnere La Malfa, in cui oggi domina una grande vetrata che riempie di luce la stanza facendo risaltare i colori sulle pareti e il pavimento verde pastello, creando un contrasto con la penombra dell’altra stanza e un momento per guardarsi dentro e sentirsi in pace con il mondo.

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