Migranti: quando l’assistenza sanitaria va oltre il primo soccorso

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Non solo curare, ma anche informare gli immigrati e prevenire malattie infettive, l’esperienza del “Red Point for Health Assistance”, ideato dal medico catanese Mario Raspagliesi

In un contesto in cui l’emergenza immigrazione è all’ordine del giorno, non è più sufficiente fornire ai migranti semplicemente un primo soccorso, ma bisogna informarli sui loro diritti d’accesso alla sanità e formarli sulla prevenzione e cura di malattie infettive come l’AIDS. Nasce con questo proposito l’idea di creare un centro multiservizi denominato “Red Point for Health Assistance”: si tratta di un progetto in corso di realizzazione vincitore del Community Award 2017 di Gilead Sciences Italia e promosso dall’Associazione “Terra Amica” ONLUS, volta a soddisfare le esigenze immediate degli immigrati. Il ricercatore principale ideatore e promotore di questa struttura è il Dott. Mario Raspagliesi, responsabile dell’Ufficio Assistenza Stranieri dell’Azienda Ospedaliera Cannizzaro.

ACCOGLIENZA E PRIMO SOCCORSO. «Quando i migranti arrivano, – spiega il dott. Raspagliesi – non sanno nulla sui diritti d’accesso alla sanità che l’Italia offre loro: nel momento dello sbarco l’Asp (Azienda Sanitaria Provinciale), la Croce Rossa Italiana e altre ONG (organizzazioni non governative) attendono in banchina l’arrivo di queste persone bisognose, mentre l’USMAF (Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera) è autorizzato a salire sui barconi per isolare eventuali soggetti affetti da patologie infettive». Prima era raro che i migranti appena sbarcati presentassero malattie simili, contratte invece successivamente per le condizioni di degrado in cui si trovano a vivere qui, ma oggi la lunga e desolante permanenza in Libia prima dell’imbarco ha aumentato il disagio, con casi di tubercolosi latente diagnosticati subito.

DIFFONDERE LA CONOSCENZA. Non è facile entrare in comunicazione con persone che non parlano la nostra lingua e provengono da culture completamente diverse, per questo è necessario l’intervento di mediatori culturali che non si limitino a tradurre, ma sappiano rapportarsi con i migranti e abbiano competenze scientifiche. Il progetto “Mediterraneo”, nato per diffondere la conoscenza e la prevenzione di malattie come AIDS ed epatiti, forma attraverso dei corsi i cosiddetti CAC, cioè Cultural Assistant Counselor. «Come cerchi concentrici che nascono l’uno dall’altro nel momento in cui si getta un sassolino in acqua, – continua Raspagliesi – ogni gruppo di mediatori culturali diffonde le proprie conoscenze e ne alimenta la circolazione, sensibilizzando la coscienza dei migranti e non solo».

L’IMPORTANZA DELLA PREVENZIONE. Inizialmente anche questi “intermediari” avevano difficoltà a farsi ascoltare dagli immigrati su questioni complesse e delicate come l’Hiv, ma è stato possibile renderli più partecipi tramite la somministrazione di questionari PPA (Percezione e Prevenzione AIDS), quasi si trattasse di un’intervista. Tramite tali test è emerso che la conoscenza del virus Hiv è carente e l’uso del preservativo è ancora troppo basso: «I mediatori culturali – continua il medico – agganciano gli immigrati con il minor livello di informazione per condurli, nel momento in cui sarà inaugurato, nel Red Point, che assicura loro massima discrezione e privacy. Troppo spesso infatti la gente non si reca in ospedale per timore che si sparga la voce di un’eventuale malattia e venga per questo isolata». Il Red Point offrirà ai migranti (e non solo) la possibilità di fare gratuitamente un test capillare rapido Hiv, con risultati entro mezz’ora, ma soprattutto garantirà un’attività di counseling pre e post test: «Non è facile convincere le persone a sottoporsi al test, è necessario spiegarne bene l’importanza dato che raramente qualcuno si reca a farlo di propria iniziativa. Nel caso di risultati positivi è difficile accettare la realtà. Per questo – continua il dottore – è preferibile ricevere l’esito in presenza di personale competente che possa offrire un supporto psicologico e medico, conducendo i pazienti in ospedale e garantendo loro le cure necessarie».

UNA QUESTIONE CULTURALE? Può accadere che false credenze e pregiudizi portino gli stranieri a rifiutare le cure, ma il dottor Raspagliesi afferma di non aver avuto esperienze di questo genere, incontrando invece sempre gente bisognosa e abbastanza disponibile: «Le cure in generale sono ben accette, ma nel momento in cui si rende necessario fare un secondo prelievo talvolta alcuni si rifiutano poiché si sentono studiati come cavie da laboratorio o credono che si voglia portar via loro energie. In situazioni simili si rivela più che necessario l’intervento di mediatori culturali capaci di spiegare loro che si agisce a fin di bene e che il sangue si riforma. La presenza di questi assistenti in ambulatorio è preziosa: infatti quando ci si sente dire da un paziente “ho un fuoco dentro”, con che diagnosi lo si può interpretare?»

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