Mim­mo Cu­tic­chio:
«I miei pupi si fan­no
ca­pi­re an­che sen­za
ave­re il pas­sa­por­to»

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Incontrato in occasione dello spettacolo “A singolar tenzone”, andato in scena al centro Zo, l’artista palermitano si racconta: dagli inizi con il padre al cinema con Coppola, Crialese e Tornatore, fino ai progetti per il futuro: «Il prossimo anno  vorrei realizzare una serie di spettacoli contro il femminicidio, la misoginia e la sofferenza delle donne»

Figlio d’arte, cresciuto in una famiglia numerosa a pane e pupi, Mimmo Cuticchio, è riuscito a fondere l’arte delle marionette a quella del cunto aprendo anche ad altri generi fra cui musica e danza. In un tipico pomeriggio da frenesia festiva lo abbiamo incontrato al centro Zo, poco prima dell’inizio dello spettacolo “A singular tenzone”, per farci raccontare i segreti della sua professione.

Il suo teatro dei pupi nasce dalla crisi degli anni ’60 quando i paladini erano diventati attrazione solo per i turisti. Com’è riuscito a cambiare rotta?
«È stata un’esigenza antropologica, la vita ti porta a cambiare in base alle mutazioni del tempo. Mio padre, Giacomo, ha fatto il puparo per tutta la vita ma durante gli anni Sessanta ha iniziato a lavorare esclusivamente per i turisti, proponendo spesso la stessa rappresentazione. Io non volevo che i saperi e la tradizione si spegnessero in questi meccanismi così mi ribellai, non perché volessi fare un lavoro diverso da lui ma al contrario perché volevo portare avanti quanto mi aveva sempre insegnato. Da quel momento ho iniziato a realizzare nuovi pupi, altre storie destinate anche alla radio e alla televisione».

Qual è la differenza fra il cunto e l’opera dei pupi?
«Il cunto è molto più antico dell’opera dei pupi, nasce, infatti, nel Medioevo quando i cantori raccontavano storie epico-cavalleresche usando, come si fa tuttora, una cantilena in versi che a molti ricorda la metrica greca o latina invece i pupi si affermarono intorno al 1825. Se come puparo ho imparato l’arte dalla scuola di mio padre e da quella della famiglia Greco, nel cunto senza alcun dubbio il mio maestro è stato Giuseppe Celano. Da lui ho appreso tanto con la pratica, osservandolo in azione, però se fino agli anni ‘70-‘80 i due filoni sono sempre stati separati, dal 1982 con lo spettacolo “L’urlo del mostro”, in cui si narravano le avventure di Ulisse, li ho uniti inserendo per la prima volta in uno spettacolo di marionette la figura di Demodogo, un cantore cieco che secondo l’epica greca cuntava la distruzione di Troia».

“A singolar tenzone” è un cunto rappresentato fra l’altro anche al Quirinale. Com’è strutturato?
«È un cunto all’antica che racchiude i valori di sempre: l’amore, la gelosia, l’infamia, i tradimenti, la giustizia e la legalità; ma se il sentimento è tradizionale a cambiare è il linguaggio, frutto del nostro tempo. Magari Celano non avrebbe agito sulla scena oppure detto le cose come le dico io ma a legarci è la narrazione, il fatto di giocare con il ritmo delle parole e usare il significato per arrivare all’immaginario di chi ascolta».

Mimmo Cuticchio durante il “cunto”

Come si relazionano i giovani con il suo teatro?
«Negli anni ’70 cominciai ad andare nelle scuole, di ogni ordine e grado, con gli spettacoli dei pupi, un lavoro che oggi prosegue mio figlio Giacomo e che vede sempre grande partecipazione. I ragazzi però amano anche il cunto perché è un’arte antica fatta da un uomo del nostro tempo, senza trucco o inganno. Il cuntista, infatti, è solo sulla scena con le sue parole, il suono della sua voce e i ritmi della tradizione. Oggi dove tutto è meccanizzato, preordinato, codificato vedere un’estemporanea del genere fa sempre un certo effetto agli spettatori».

Ha trasformato un genere popolare in una forma di teatro sperimentale mescolando ambiti artistici diversi, fra i suoi ultimi lavori c’è “Nudità” con il danzatore Virgilio Sieni.
«Con Virgilio siamo partiti dal lavoro di Gordon Craig e von Kleist, due intellettuali e operatori che consideravano la marionetta l’essere più vicina a Dio dopo gli angeli. Abbiamo messo insieme il corpo/anima di un danzatore, quello un puparo e il corpo della marionetta, animato da entrambi. In generale mi piace sperimentare anche con la musica: medievale, rinascimentale, pop, jazz, cosa che faccio anche con Giacomo, che compone le musiche per gli spettacoli nuovi destinati alla grande scena, quelli cioè in cui attori e pupi agiscono insieme. Lavorare con mio figlio è come compiere un viaggio insieme, non mi propongo come memoria del passato né come sperimentazione sicura verso il futuro, metto in moto l’acqua del mio fiume e la faccio scorrere in maniera che lo riempia mantenendosi sempre pulita e fresca».

Con l’Università La Sapienza ha realizzato il documentario “Il viaggio a Roncisvalle”, una delle battaglie in cui Carlo Magno cercò di ampliare il suo impero.
«Ho aspettato tanto e quest’anno in occasione del mio 70° compleanno mi sono tolto questo capriccio, volevo conoscere quei posti in cui secondo la leggenda non cresceva più neanche un filo d’erba, per quanto sangue era stato versato. Ho trovato la partecipazione dell’Ateneo di Roma, del Centro del Catalogo regionale, di numerosi studiosi e di altrettanti allievi attori-narratori e maestri. A piedi da Saint-Jean-Pied-de-Port abbiamo attraversato i Pirenei fino a Roncisvalle. Anche se è più leggenda che storia, l’Italia è piena di aneddoti, luoghi e statue sui paladini, prossimamente vorrei andare nella grotta in cui è nato Orlando, a Sutri».

Ci racconta il suo rapporto con il cinema, da giovane aiutante tuttofare ad attore navigato?
«Non amavo tanto fare la comparsa piuttosto a incuriosirmi era la scenotecnica. Ad eccezione del film di Monicelli “Le coppie” dove a 22 anni facevo il fidanzato della Vitti, la mia partecipazione nelle pellicole in veste d’attore è sempre stata legata per lo più all’attività di oprante, come nel caso del “Padrino- parte III” in cui raccontavo attraverso i pupi il dramma della Baronessa di Carini. Coppola aveva immaginato drammaturgicamente la scena e insieme l’abbiamo realizzata, rendendo protagonista per qualche minuto la nostra storia. In “Baaria” di Tornatore facevo invece il lettore del film muto “Cabiria”, ultimamente poi ho lavorato con Turturro anche se il film in cui ho messo tutto me stesso è stato “Terraferma” di Emanuele Crialese, che rimane ancora oggi di grande attualità per le tematiche che affronta sull’immigrazione».

Immaginiamo che non si trovi d’accordo con quanto sta succedendo attorno a noi.
«Con mio padre prima e da solo poi, ho girato i cinque continenti e i miei pupi non hanno mai avuto bisogno di passaporto o di conoscere le lingue per farsi capire. Per me queste lotte sono solo politica gratuita perché quanto succede è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo ospitato e continuiamo a farlo tanta gente che arriva disperata, ma poi non siamo neanche capaci di sostenerli e aiutarli; li lasciamo per strada a dormire sotto i portici e ci commuoviamo solo quando succede qualche cosa di grave, anche se poi finito il funerale, tutto ritorna come se nulla fosse successo».

Che altre avventure la aspettano?
«Il prossimo anno insieme alla mia compagnia vorrei realizzare un progetto a cui penso da tempo, una serie di spettacoli contro il femminicidio, la misoginia e la sofferenza delle donne coinvolgendo anche associazioni del settore, perché anche con i pupi si può dare un contributo. D’altro canto non sono nuovo alla narrazione di fatti di cronaca, come la morte di Dalla Chiesa, di Falcone, l’infanzia di Borsellino, la caduta della cupola della Cattedrale di Noto. Poi, visto che sono a favore dell’Unione europea, vorrei realizzare uno speciale su Carlo Magno, il padre dell’Europa».

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