Montanini: «La vera comicità deve stare
dalla parte degli ultimi»

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L’artista, presente nella città etnea col suo ultimo spettacolo all’insegna della stand-up comedy intitolato Eloquio di un perdente, ci ha illustrato la sua visione del mestiere di far ridere, del rapporto coi colleghi e della situazione politica e sociale dell’Italia, aspetti verso cui, a suo dire, è importante e positivo muovere delle critiche costruttive

«In Italia la stand-up comedy sono io e lo rivendico con orgoglio». Giorgio Montanini è indubbiamente uno dei maggiori rappresentanti di quest’arte importata direttamente dagli Stati Uniti, una sorta di monologo comico con un linguaggio diretto e politicamente scorretto e in assenza della quarta parete. Dalla stand-up comedy provengono alcuni dei mostri sacri della comicità statunitense come Bill Hicks, Louis C.K. e Jerry Seinfeld. Nomi che gli italiani stanno iniziando a conoscere solo di recente grazie al web e alle nuove piattaforme di streaming.
Per approfondire l’argomento abbiamo incontrato il comico marchigiano durante il suo spettacolo presso il Centro Culturale Zo, chiedendogli la sua opinione sulla comicità in Italia e del suo legame con gli altri aspetti della società.

Il nome del tuo ultimo tour si intitola “Eloquio di un perdente”. Puoi spiegarci il motivo?

«Il titolo è dissociato dal contenuto del mio spettacolo. L’eloquio è un’importante caratteristica dialettica e culturale che un qualsiasi bravo artista deve possedere. Nel caso del comico questa peculiarità è accompagnata dalla sua natura intrinseca di essere un perdente (o uno sfigato) che predilige stare sempre dalla parte degli ultimi. Quando ciò viene meno allora smette di essere un’artista per diventare un cialtrone, come ad esempio chi ha scelto di entrare in politica.
Io credo che un comico non dovrebbe mai elevare il suo punto di vista verso altre frontiere che non gli competono, la considero una bestemmia culturale e democratica».

Esiste da più di mezzo secolo, ma da noi la stand-up comedy sta iniziando a prendere piede solo negli ultimi anni. Qual è la causa di quest’enorme ritardo?

«Ci tengo a sottolineare che la stand-up comedy in Italia è arrivata grazie a me. Prima con il programma televisivo Nemico Pubblico e successivamente tramite i miei tour in giro per il Paese. Aver sdoganato questo tipo di spettacolo è un mio personale successo che rivendico con orgoglio».

Pensi che il pubblico generalista sia pronto alla stand-up comedy?

«Assolutamente sì dal momento che in Italia non esiste più la comicità per come la conoscevamo in passato. A parte quei pochi big dello spettacolo, rimango solo io e nient’altro. Poi c’è qualcuno più degno di nota di altri, ad esempio in Sicilia avete Sasà (Salvaggio), che a mio parere conosce il suo mestiere e merita di stare su un palco».

Succede che durante i tuoi spettacoli qualcuno del pubblico si offenda?

«Capita spesso. Per quel che mi riguarda è giusto così. Se durante i miei monologhi tutti annuissero mi sentirei per certi aspetti a disagio giacché mi verrebbe il dubbio che non sto facendo bene il mio mestiere. Il mio compito è quello di provocare delle emozioni, buone o cattive che siano».

Spesso hai pubblicamente criticato altri comici. Lo ritieni utile al fine di rilanciare artisticamente quest’ambiente?

«In Italia siamo abituati a coprirci le spalle l’uno con l’altro, creando di fatto una sorta di cameratismo. Nel mondo dello spettacolo l’insicurezza e la codardia non consentono di sputtanarsi a vicenda tra colleghi per paura di perdere la propria posizione. Circostanza che ostacola una critica costruttiva utile ai fini di un miglioramento dello stato di decadenza attuale nel panorama artistico italiano.
Riflettendoci bene in realtà è una critica che può essere allargata a tutti gli italiani. Siamo un popolo di furbacchioni pronti ad utilizzare qualsiasi sotterfugio per raggiungere il proprio obiettivo. All’estero lo sanno e certamente non ci facciamo una bella figura».

Nei tuoi spettacoli parli a ruota libera di un po’ di tutto, anche di politica. Cosa ne pensi del tema dei migranti e di quest’idea di chiudere i porti alle navi Ong che prestano soccorso nel Mediterraneo?

«Questa situazione bisogna chiarirla per bene: Salvini il mandato l’ha terminato quando sono finite le elezioni, poiché il fenomeno migratorio non può essere bloccato e lui ne è consapevole. Inoltre sia l’Italia e sia l’Europa si reggono sull’immigrazione in base ai principi del capitalismo, e chiudendo i porti si fa un danno all’intero sistema economico fondato sulla manodopera a basso costo.
In tale circostanza io credo che Salvini in realtà abbia tutto l’interesse a tenere in vita i flussi migratori che provengono dall’Africa. Il suo capolavoro è stato quello di aver ottenuto i voti di coloro contrari all’arrivo di nuovi immigrati. È un controsenso con una sua logica spietata».

Dopo l’arrivo dei social si discute sempre più di analfabetismo funzionale, secondo te qual è il principale sintomo di questo fenomeno?

«Io non credo all’idea di un’ignoranza così diffusa. La gente sa benissimo chi sono i colpevoli delle loro frustrazioni quotidiane, ma preferiscono prendersela con i più deboli perché è più facile.
Accusare di ignoranza gli italiani è solo una giustificazione per non far nulla e lasciare che gli altri decidano per noi».

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