Perché i siciliani non possono fare a meno
di toccarti quando parlano?

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Oggi i nostri filosofi ci sveleranno il mistero che si cela dietro quelle persone che mentre ti dicono qualcosa devono metterti le mani addosso, muovendoti in modo snervante il braccio

Forse un giorno si saprà che a scoprire l’America fu un catanese: ci sono siciliani in ogni angolo della Terra. Anche Nello Musumeci ne ha preso contezza scegliendo di inserire il dialetto e la storia siciliani nei programmi scolastici. D’altronde, è uno dei dialetti più parlati al mondo. O forse dovremmo dire più toccati? Oggi si parla tanto dei benefici per i bambini dei percorsi sensoriali, soprattutto delle esperienze tattili. E Amélie Poulain non sembra più tanto pazza mentre affonda le dita nei sacchi di legumi. Ebbene, parlare con un nativo della Trinacria è un’esperienza sensoriale: coinvolge la vista, nel seguire i gesticolamenti; l’olfatto, perché mentre ti parla è probabile che abbia in mano qualcosa da mangiare; di conseguenza il gusto, perché ti farà violenza psicologica affinché tu assaggi (non è ancora chiaro il disturbo che affligge noi che ci sentiamo realizzati nel vedere qualcuno mangiare); e il tatto, perché la comunicazione è anzitutto condivisone e il siciliano (ma non solo), che mentre parla ti tocca, lo sa bene.

La mano di Amélie che affonda nel sacco di legumi
La mano di Amélie che affonda nel sacco di legumi

Oggi i nostri filosofi ci sveleranno il mistero che si cela dietro tutto ciò. Perché non basta che l’interlocutore abbia occhi e orecchie per essere sicuri che ti presti attenzione? La risposta, affatto scontata, comporta un quesito ancestrale: «Da quando vi sono uomini? Che è l’uomo? Per quali vie è diventato uomo? La risposta suona: in grazia della nascita della mano. È questa un’arma senza pari nel mondo». È Oswald Spengler a spiegarcelo in L’uomo e la tecnica. «Coi sensi, si differenzia pure il modo di avere un mondo»: negli erbivori lo sviluppo del fiuto li rende difensori; nei carnivori quello dell’occhio li rende dominatori; negli uomini la mano li rende creatori. È un pensiero che risale al De anima di Aristotele per il quale «senza la facoltà tattile non esiste alcun altro senso» e che individua l’organo del tatto nel cuore. Non diciamo ancora oggi “non hai tatto” per accusare qualcuno di mancanza di delicatezza? E per dire che qualcosa ci emoziona, non diciamo “è toccante”? Il siciliano nella sua invadenza vuole essere “toccante”. È una strategia per sentire chi hai vicino, per destarlo se non ti sta ascoltando e rendere il discorso interattivo. Non solo. Avete presente la Creazione di Adamo di Michelangelo? Avviene per contatto. Il con-tatto crea e chi crea è immortale. Da Campo de’ Fiori Giordano Bruno apre lo Spaccio de la bestia trionfante e ci legge che «gli dei aveano donato a l’uomo l’intelletto e le mani, e l’aveano fatto simile a loro donandogli facultà sopra gli altri animali; la qual consiste non solo in poter operar secondo la natura et ordinario , ma et oltre fuor le leggi di quella» e «de maniera che non contemple senza azzione, e non opre senza contemplazione». La mano è simbolo della capacità tecnica, risultato, secondo la mitologia, del dono del fuoco che Prometeo fece agli uomini. È la grande libertà dell’homo faber fortunae suae. L’importanza su tutti del quinto senso è evidente dalla nascita: ci danno il benvenuto con una pacca sul culetto. Ma poi arrivano i baci, gli abbracci e le parole mamma e papà: la pronuncia di queste due obbliga le labbra a toccarsi ben due volte, quante le sillabe che contengono. Ed è subito sorriso in chi guarda, un sorriso che resta contagioso anche quando rimane il significante a richiamare le carezze che ci lasciano. Quante cose fa una mano? Quante cose dicono le nostre mani? Quanti ricordi e quanti futuri costruiscono? Certo, possono anche distruggere. Come scrive Spengler, «nessun altro animale da preda sceglie l’arma. L’uomo non solo la sceglie ma la fabbrica». Allora guardiamo le mani del nostro partner, che sono il mondo che toccherà insieme a noi. Gli spagnoli, culturalmente vicini, anche per dire suonare uno strumento, utilizzano il verbo tocar. E allora tocchiamoci. Nella mano, scrive Spengler, «si aduna in lei l’attività della vita».

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