Perché le coppie davvero felici non pubblicano
sui social network?

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Inondati da foto “pucci-pucci” in spiaggia, in discoteca, dai nonni, in cucina, su lavatrici, e da commenti del tipo “sei mio vita mia”, da qualche anno si è imposto un trend inverso tra gli innamorati per cui si amano ma non postano (o lo fanno poco). Come mai? Ce lo spiega un filosofo spagnolo

Da “Urlerei al mondo intero il nostro amore” a “Posterei sul mondo intero la nostra relazione” è un attimo. Dai profili di coppia (ma perché?) alle foto pucci-pucci per ogni momento della giornata passando per i “mia” sotto gli scatti di lei in spiaggia incorniciata da frasi di un certo Bukowski, una cosa appare evidente: queste coppie che affidano ai social il loro amore sentono un gran bisogno di comunicare. Nulla di strano sembrerebbe: comunicare è un necessità umana. E fra innamorati lo è ancora di più. L’amore è e crea bisogno di comunicazione: «Ciò che due amanti fanno più di ogni altra cosa è parlarsi», scrive José Ortega y Gasset in L’uomo e la gente. Con le parole ma anche con gli occhi, le carezze, i silenzi: il loro è «un dialogo senza fine». Il punto è: fra chi? Fra loro o con i follower?

FRA DIRE E PARLARE. L’uomo ha un mondo interiore che preme costantemente per venire fuori. Questo venire fuori e ciò che il filosofo spagnolo definisce dire distinguendolo dal parlare. «Parlare è esercitare un uso che, come ogni uso, non è nato in chi lo esercita» ma viene imposto dalla società e assimilato fin dalla nascita ascoltando la gente. Dire invece «è un’azione propriamente umana» che nasce da dentro l’individuo per esteriorizzare il suo intimo e si fa non solo con le parole. Anzi, molto di quel che vogliamo dire resta fuori dal parlare e «man mano che la conversazione si occupa di temi più importanti, più umani, più “reali”, va aumentando la sua imprecisione, la sua goffaggine». Perché infatti, presi dall’emozione, bisbigliamo: “Le parole non riescono a dire quel che provo”? Gli amanti si trovano così in un paradosso: la loro è «un incessante creazione originale» ma deve realizzarsi attraverso la parola che, come abbiamo visto, non è creazione: «parlare significa usare un determinato linguaggio che non è creazione di nessuno degli amanti».

PERCHÈ SI CHIAMANO “AMORE” E NON “TRALLALLÀ”? «Gli amanti comprendono molto bene che per comunicarsi il loro sentimento devono dirsi quelle parole» e questo accade «perché hanno sentito che, quando due persone si amano, lo devono fare»: è un uso sociale, scrive Ortega y Gasset. Cosa c’entra tutto questo con la condivisione ossessiva di post? È un discorso che vale per ogni uso. La coppia non solo si chiama “vita mia” ma si regala ciondoli con mezzo cuore e, nei casi più tristi, va fiera del divieto imposto a vicenda di non uscire da soli con gli amici. Perché tutto ciò? Perché così si usa, così la società in cui siamo cresciuti ci dice che va il mondo, così fanno “tutti”. Ed è lo stesso motivo per cui si fanno selfie che non vedranno album o comodini ma che, confezionati con filtri e aforismi di libri e autori sconosciuti, sono pensati per like e cuori su Facebook e Instagram. Ma a pensarci, il profilo pieno di foto in pose da perenne san Valentino, i “ti amo” a ogni post, sono diretti al nostro partner o ai follower? Cosa si dicono queste coppie? Come scrive il filosofo madrileno, «l’amore è eloquente». Ma i social ci fanno dimenticare che protagonista di questa eloquenza è la coppia.

«TI AMO MA NON POSTO». Chi si ama davvero non si parla su post: il dire di questi innamorati cercherà di sfuggire al parlare di frasi fatte e di foto costruite. Le coppie felici difendono la creatività della loro passione dalla banalizzazione degli usi. Non sentono di dover fare ingelosire amici o ex mostrando ogni fiore regalato; non pubblicano foto di lui o lei in costume da bagno come trofeo di caccia: in questa corsa al mettere in bella mostra si finisce col mostrare solo il bisogno di conferma. Ci siamo passati tutti: capita soprattutto ad adolescenti, e forse è giusto così. Non penseremo però che la persona giusta sia quella con cui non senti di dover condividere tutto sui social? Quella che ti fa dimenticare il telefono? Quella con cui non senti di dover ripetere 3 volte al giorno dopo i pasti “ti amo”? Quella che chiami con nomignoli da te inventati perché è facile dire amore, difficile è distinguerlo? Gli innamorati la conferma la trovano nel trovarsi insieme, più appagante di pollici all’insù. Frasi, regali, nomi, post di rito: l’amore non è rito, non è uso. Gli usi sono utili ma hanno un limite: sono inadeguati ad esprimere l’intimità. L’amore è creazione. Certo, pubblicare una foto ogni tanto non toglie spontaneità e neanche lo sportello aperto dell’auto. Ma, direbbe Ortega y Gasset, attenzione a non farne un uso: l’uso che stigmatizza gesti e pensieri lascia in balìa degli altri i sentimenti sottraendoli alla vita dei loro protagonisti. Il reale è più bello del virtuale.

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