Promesse e speranze non mantenute: i siciliani preferiscono il silenzio

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Un modo per volersi bene, per sapersi apprezzare per come si è, un modo per sfruttare uno dei pochi scudi di cui gli isolani dispongono. La mancanza di parola non è omertoso rifiuto di prendere una posizione né una forma di indolenza, ma il coraggio di distinguersi da chi delle parole fa uso eccessivo

Il silenzio vale più di mille parole. Lo sentiamo dire spesso, anche in tono goliardico. Sebbene tale espressione appartenga ad un linguaggio piuttosto comune, è probabile che ad ognuno di noi non sia mai capitato di riflettere sul reale valore che questo concetto può assumere; o, più in generale, si discute poco di quanto siano rilevanti quelle situazioni in cui la parola viene a mancare. La Sicilia, in questo senso, può aprirci orizzonti vasti ed inesplorati, possedendo, quasi di diritto – se esistesse – la palma di patria del silenzio. Un discorso complesso e magmatico, da cui però dobbiamo immediatamente sgombrare ogni ambiguità: qui non si parla, e non si intende farlo, di un silenzio dalle connotazioni degradate, malsane, torbide, assimilabile alla piaga dell’omertà. Il silenzio può avere ragioni e risvolti nobili che solo la magia della letteratura, cura per la banalità del quotidiano, sa tirare fuori. In Sicilia, dunque, tutti parlano poco? No. Ma forse dovrebbero.

«Io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono: i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli […]. Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice…». Leonardo Sciascia è stato notoriamente un uomo di poche parole, perfino da scrittore sempre calibrato e centellinato. Sapeva bene, perciò, di cosa parlava quando buttava giù queste righe che oggi leggiamo ne Gli zii di Sicilia, pubblicato per la prima volta nel 1958. Sembra esserci, delineato tra le parole sciasciane, un siciliano autentico, un siciliano più sensibile della media, che sa coniugare la sua natura ospitale e calorosa alla misura del discorso e al garbo delle maniere. Il vero isolano, a dirla tutta, è stufo dell’eccesso di parole: di quelle che gli sono state riferite, di quelle che gli sono state promesse e prospettate e di quelle che ancora continua a sentire e che assumono la spiacevole forma della falsa speranza. Scegliere il silenzio, per il siciliano, è un atto di determinazione e identità: è scegliere il momento opportuno per pronunciarsi, è difendersi dalle costruzioni fantastiche di chi farnetica troppo e si insinua nelle coscienze.

Così il siciliano, quantomeno chi rientra nella descrizione di Sciascia, ha imparato a lasciare che siano gli altri a giocare con la lingua, a specchiarsi nel riflesso dei loro discorsi vuoti ed è diventato un fine ascoltatore, un giudice super partes che prende posizione dall’alto del suo isolamento. Fare silenzio non è macchiarsi di ignavia, di pigrizia o di indolenza: selezionare le parole è un ottimo mezzo per rispettare se stessi, per mantenersi lucidi e vigili contro chi millanta l’impossibile, per non soffrire più del male della delusione. Come dice Sciascia, è un modo per volersi bene, per sapersi apprezzare per come si è: fragili e indifesi, con l’unico scudo di un silenzio dolente. Ma la Sicilia, si diceva, non è ancora per intero capace di coltivare una sana mancanza di parola e una volta di più questo aspetto mostra una frattura profonda che attraversa la nostra terra. Forse il destino di quest’isola si gioca proprio su questo tavolo, sulla prevalenza del silenzio sullo schiamazzo. E chissà che la definitiva rivincita non passi proprio dall’imparare a usare la testa e le orecchie piuttosto che la bocca.

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