Ritorno al futuro parte quarta: l’Italia post elezioni come nel 1815

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Il verdetto consegnato dalle urne il 4 marzo 2018 alla chiusura dei seggi restituisce la cartina della penisola come ai tempi della Restaurazione

Onestà e reddito di cittadinanza da un lato, «prima gli italiani!» e sicurezza dall’altro, in mezzo «Signori miei, vado via e mi porto a casa il pallone». Questo è il verdetto consegnato dalle urne il 4 marzo 2018 alla chiusura dei seggi. E dopo la prima proiezione esibita nel corso della #maratonamentana, metà di noi aveva già capito di essere tornato ai tempi della “Restaurazione”, quando la cartina della penisola italica presentava il Regno delle Due Sicilie a Sud, quello Lombardo-Veneto a Nord, lo Stato Pontificio al centro, e un po’ più su il Granducato di Toscana. Quasi duecento anni dopo, infatti, la mappa mostra un’Italia disegnata pressoché alla stessa maniera: il Movimento5 Stelle ha letteralmente trionfato al Sud, il centro-Nord è ancora presidiato dalla coalizione di centro-destra capeggiata dalla Lega, mentre la Toscana si è confermata (nonostante tutto) la roccaforte del Partito Democratico. Insomma, un “Congresso di Vienna” versione “reloaded”. Una visione un po’ semplicistica del risultato post-elezioni politiche 2018? Forse.

IL PARTITO DELLE DUE SICILIE. Secondo i dati riportati da TECNÈ, a livello nazionale il “Movimento” ha riscosso maggiore successo tra i giovani tra i 18 e i 30 anni, disoccupati, studenti e lavoratori precari attratti dalla promessa di misure di tipo assistenzialistico. È vero, da parte di una certa stampa, i siciliani che hanno scelto di votare 5Stelle sono stati dipinti come un popolo di rozzi e ignoranti boccaloni, adatti solo a trascorrere le proprie giornate al bar o sul web, e incapaci di informarsi correttamente. Uno stereotipo che non regge alla prova dei numeri, se contiamo che in Sicilia nell’uninominale il M5S ha vinto tutti i 28 collegi (esattamente come accadde nel 2001 al centrodestra che vinse 61 collegi su 61), incassando quasi il 50% delle preferenze con 1 milione e 200.000 voti. Appare tuttavia innegabile come, da Roma in giù, la voce «reddito di cittadinanza» abbia ingolosito i più. Non ci credete? Su Google Trends la ricerca “reddito di cittadinanza 2018” ha avuto un’impennata proprio nei giorni in prossimità del voto, raggiungendo il valore massimo di frequenza. La verità, forse, sta nel mezzo. Il Sud è stato ampiamente dimenticato dalla politica: nei programmi dei grandi partiti non vi è traccia di proposte rivolte allo sviluppo del meridione, sono spariti i temi legati all’evasione fiscale, alla lotta alle mafie e al lavoro. Quel lavoro che al Nord è tornato e al Sud non c’è mai stato.

IL VANGELO SECONDO MATTEO… SALVINI. Sospinta al Nord dal buon lavoro da parte delle amministrazioni locali, la Lega si è trovata perfettamente a suo agio all’interno del magma post-ideologico dei populismi. Ha improntato la campagna elettorale sui temi legati alla sicurezza e alle paure legate all’immigrazione, attestandosi come primo partito all’interno della coalizione di centro-destra, innalzando Matteo Salvini come futuro regnante della casata, con un vangelo in una mano, la Costituzione nell’altra e i cori di Pontida in sottofondo.Appare incredibile come in alcune zone del Sud sia bastato rimuovere la dicitura “Nord” dal nome “Lega” per dimenticare decenni di insulti e umiliazioni. Per citare Luca Fois di Spinoza.it: «I meridionali che hanno votato Lega, sono come un gruppo di quaglie in favore della caccia».

E RENZI(E) CHE FA? Passare dal 40% delle elezioni europee al 18% è stato un bel tonfo. In Sicilia, il Partito Democratico è crollato dai 470.000 elettori del 2013 a 280.000, registrando una considerevole migrazione di voti verso il M5S. Quali sono le ragioni di questa Waterloo? Diciamocelo chiaramente: in questa tornata elettorale il PD ha incarnato l’esatto opposto del cambiamento. Con i suoi 1.024 giorni alla guida del Paese, il Governo Renzi si è piazzato al quarto posto tra i più longevi della storia della Repubblica. Tra luci e ombre, un calo fisiologico dell’elettorato desideroso di cambiamento era prevedibile. Ma attenzione. Una recente ricerca del CISE, il Centro Studi elettorali della Luiss diretto da Roberto D’Alimonte, ha rilevato che «Il PD è l’unico partito per cui si registrano effetti significativi della classe sociale sul voto, ma nella direzione inattesa di un suo confinamento nelle classi sociali più alte e con un reddito più alto. In sostanza il PD del 2018 sarebbe diventato il partito delle élite», tanto nella propensione al voto reale, quanto nella percezione collettiva del resto dell’elettorato anche a causa di una comunicazione spesso arrogante e controproducente, tanto più lontana dalle periferie quanto più vicina alle logiche di palazzo. Aggiungiamoci la zavorra delle minoranze, tra Emiliani, Orlandiani, e i seguaci dell’“ei fu” Bersani e il “pater familias” D’Alema, oggi migrati verso i lidi di una sinistra che non trova una credibile proposta di innovazione con “Liberi e Uguali”. In un post su Facebook, Enrico Mentana ha scritto che «il voto ha messo il centro sinistra con le spalle al muro: o cambia alla radice o si trasforma in un cimitero degli elefanti». Niente di più vero.

COLPA DEL ROSATELLUM? A conti fatti, il Movimento 5 Stelle si conferma primo partito con il 32,86% dei voti, ma la coalizione vincitrice è il centro-destra con circa il 37% delle preferenze. I numeri per governare non bastano, e se si esclude l’appoggio del PD (e dalla base è già partita su twitter la campagna #senzadime, in sostegno di quanto dichiarato dal Segretario dimissionario), un’alleanza M5S-Lega appare improbabile: Salvini non pare infatti destinato a barattare la sua leadership all’interno del centro-destra per fare da stampella a un governo firmato Luigi Di Maio. Piccola postilla a margine. Un recente articolo di YouTrend ha dimostrato come il risultato di tale incertezza non dipenda dall’attuale “Rosatellum”. Nessuno dei sistemi elettorali presi in considerazione – il “Mattarellum”, il sistema tedesco, quello spagnolo, quello greco, fino a “first-past-the-post” del modello inglese –, infatti, avrebbe permesso la governabilità…tranne uno. A pensarci bene, con l’“Italicum” in vigore (a seguito delle modifiche per renderlo costituzionale), oggi al governo ci sarebbero stati proprio i 5 Stelle. La politica dà, la politica toglie.
Il cerino in mano resta quindi al nostro Presidente della Repubblica. “Sergio, stai sereno” (cit.).

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