Settis: «Nel paese
del diritto alla cultura
la scuola sta educando all’obbedienza»

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Il grande archeologo e storico dell’arte, già direttore della Normale di Pisa e presidente del consiglio scientifico del Louvre è stato ospite alla Scuola Superiore di Catania per una lectio magistralis in occasione del ventennale dell’ente fiore all’occhiello dell’Ateneo siciliano

«Nessun paese al mondo ha una costituzione che affermi il diritto alla cultura con tanta forza e tanta coerenza come la nostra carta fondamentale, eppure nessun paese in Europa ha tagliato gli investimenti pubblici in questo settore quanto l’Italia». Parola di Salvatore Settis, che ha recentemente tenuto presso la Scuola Superiore di Catania una lectio magistralis per il ventennale dell’istituzione d’eccellenza fiore all’occhiello dell’Ateneo siciliano. La presenza del grande archeologo e storico dell’arte nel capoluogo etneo è stata occasione preziosa per un’intervista su argomenti nodali come l’istruzione, la cultura e la salvaguardia del nostro patrimonio artistico e paesaggistico.

«In Italia prevale una visione del settore culturale come lusso per tempi felici, effimero rispetto ad altre esigenze»

NORD E SUD SEMPRE PIÙ DIVISI. Nel corso del suo intervento a Villa San Saverio, il professore ha citato alcuni dati, in gran parte provenienti dai vari Rapporti annuali sui flussi finanziari pubblici nel settore cultura e servizi ricreativi diffusi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Da questi ultimi emerge non solo come la posizione dell’Italia sia rimasta confinata negli ultimi cinque anni tra l’ultimo, il penultimo e il terzultimo posto in Europa per investimento in diritto alla cultura, ma anche come la contrazione della spesa in questo settore – passata dai 51 euro pro capite del 2000 a poco più di metà della cifra negli ultimi anni – sia distribuita nel Paese in maniera non uniforme. «Le risorse aggiuntive, come fondi strutturali e comunitari, che di per sé sembrerebbero privilegiare il Sud – ha spiegato – sono molto lontane dal colmare l’enorme gap che lo separa dal Nord». A questo si aggiunge il fatto che le fondazioni di origine bancaria, le quali nel Settentrione svolgono spesso un ruolo suppletivo rispetto ad agli investimenti pubblici, hanno un ruolo marginale proprio dove ce ne sarebbe maggiore bisogno, cioè al Sud. La disamina dei Rapporti s’è conclusa con una citazione estratta da uno di essi: in Italia prevale una visione del settore culturale come lusso per tempi felici, effimero rispetto ad altre esigenze. «Per questo motivo – continua il professore – una chiara e lungimirante politica nazionale è lontana dal venire».

«Negli ultimi vent’anni nelle università sono stati incoraggiati i nostri giovani a studiare archeologia, storia dell’arte e beni culturali per formare generazioni di disoccupati»

UN FARDELLO PER LE GENERAZIONI FUTURE. Ma di chi sono le responsabilità di tutto questo? Per il professore si tratta di una colpa condivisa da tutti i governi degli ultimi vent’anni, siano essi di centro destra, centro sinistra o tecnici, che hanno consegnato a noi e alle generazioni future un pesante fardello. «È stata perseguita una politica miope – continua Settis – fondata sul continuo calo delle risorse e sull’assoluta mancanza di turnover del personale tecnico scientifico nell’ambito delle soprintendenze, mentre in tutte le università venivano incoraggiati i nostri giovani a studiare archeologia, storia dell’arte e beni culturali per formare generazioni di disoccupati». Una situazione radicata a lungo, fino alla recente (anche se insufficiente) inversione di tendenza con l’aumento del bilancio dell’8% del Ministero dei Beni Culturali nel 2016 e l’assunzione di mille archeologi, storici dell’arte e restauratori. «Sono tanti – spiega il professore – ma rappresentano circa un settimo del fabbisogno rispetto ai pensionamenti degli ultimi anni».

«Nel suo discorso d’insediamento alle camere il presidente Conte ha nominato cinque volte la costituzione, e undici il contratto di governo tra i due vice premier»

LA LETTERA A CONTE E IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO. Sul nuovo “governo del cambiamento” Settis è altrettanto preoccupato, e ci spiega come, nonostante sia ancora troppo presto per poterne giudicare l’operato, la mancata risposta alla lettera aperta (pubblicata sul Fatto Quotidiano) da lui indirizzata al premier Conte non lasci ben deporre. «Non ho potuto fare a meno di rilevare come nel suo discorso d’insediamento alle Camere il presidente del Consiglio non abbia neppure lontanamente menzionato le politiche che il suo governo intende attuare nell’ambito dei beni culturali. Quanto alla scuola e all’università, si è limitato a un vago e retorico accenno, sottolineando come queste ultime siano in grado di formare “eccellenze assolute”. Come e con quali risorse non sappiamo». A destare perplessità è anche la contestuale dichiarazione del professor Conte, di voler dare concreta attuazione ai valori fondanti della costituzione. «Dal momento che ha fatto questo annuncio – continua Settis – non è fuori luogo rilevare come nello stesso discorso egli abbia citato la nostra carta fondamentale cinque volte e undici volte il cosiddetto contratto di governo tra i suoi due vice presidenti del consiglio».

«La paternità del paesaggio e del patrimonio storico artistico è del popolo sovrano. Nel momento in cui dimentichiamo questo indeboliamo la nostra democrazia e non possiamo più reclamare nulla, nemmeno i fondi per la scuola e l’università»

IL PAESAGGIO COME CORPO DELLA SOCIETÀ. Ma per quale motivo il tema della tutela del nostro paesaggio e del patrimonio storico artistico riguarda non solo la salvaguardia della bellezza, ma il tema dei diritti e della democrazia? «Il punto nodale – ci spiega ancora Settis – è che il paesaggio non va inteso come un terreno neutro, da utilizzare per i propri usi e consumi. Anche il principe che possieda una grandissima estensione di terreno deve sapere di essere un usufruttuario di quella terra, che va conservata per le generazioni future». A parlare chiaro, in questo senso è la nostra Costituzione, che all’articolo 9 attribuisce la paternità del paesaggio, così come il patrimonio storico artistico, al popolo sovrano. «Nel momento in cui dimentichiamo questo – continua il grande studioso – indeboliamo la nostra democrazia e non possiamo più reclamare nulla, nemmeno i fondi per la scuola e l’università. Il paesaggio e il patrimonio storico artistico sono il corpo della società, che richiede cure e costanti controlli».

«La cosiddetta “gentrification”, che ormai è molto studiata in tutto il mondo, è di fatto un processo di separazione per censo che tende a espellere dai centri storici i più poveri, magari in nome del decoro, consegnandoli a chi ha più soldi»

LA SALUTE DELLE NOSTRE CITTÀ. Prenderci cura di questo patrimonio significa anche porre l’attenzione al modo in cui trattiamo i luoghi in cui viviamo. Nel volume “Se Venezia muore” (e nel successivo “Architettura e democrazia”), il professor Settis ha posto particolare rilievo sul cambiamento che sta interessando i centri storici delle città d’arte, spesso trasformate, in nome del decoro, in musei. «Venezia – ci racconta ancora – è oggi pienissima di persone che vi si recano per vedere e comprare, ma negli ultimi quarant’anni ha perso due terzi dei suoi abitanti: sta diventando una sorta di shopping center. La cosiddetta “gentrification”, che ormai è molto studiata in tutto il mondo, è di fatto un processo di separazione per censo che tende a espellere dai centri storici i più poveri, magari in nome del decoro, consegnandoli a chi ha più soldi». Questi ultimi, tuttavia, una volta acquistata una casa in centro, spesso non si preoccupano del fatto di viverci solamente un giorno l’anno, quanto che la facciata sia stata risistemata. «Secondo il mio punto di vista si tratta di una concezione della città completamente sbagliata – continua Settis – perché non tiene conto della necessaria varietà del corpo sociale. Va combattuta, come vanno combattuti i ghetti urbani che stanno sorgendo dappertutto, non solo nelle periferie, ma anche in quartieri del centro meno pregiati che vengono gradualmente abbandonati e occupati da “squatters” di varia natura. Lasciare le città al proprio destino è molto rischioso per le generazioni future, delle quali ci dovremmo preoccupare di più».

«La scuola che è stata concepita in questi anni reprime l’indipendenza intellettuale in favore dell’ubbidienza. E questo a me proprio non piace».

UNA SCUOLA CHE REPRIME L’INDIPENDENZA. Proprio partendo da un pensiero alle nuove generazioni, non possiamo non chiedere al professor Settis un commento sul nostro sistema scolastico e sugli effetti della cosiddetta “Buona Scuola”, che ha molto puntato sul concetto di competenze. «La direttiva europea, ultimamente rilanciata dall’ex ministro Fedeli, secondo cui non è poi così importante studiare Dante, Giotto, la fisica o la chimica ma bisogna piuttosto “imparare a comunicare” ha poco senso se si trascura la conoscenza. Se dovessi salire su un aereo ai cui comandi siede un esperto in didattica del pilotaggio scenderei subito. Purtroppo, tra i pedagogisti c’è una parte molto cospicua – che in Italia sembra aver avuto il sopravvento – la quale ritiene che la didattica sia importante a prescindere dai contenuti. Fortunatamente però, nelle nostre scuole ci sono anche centinaia d’insegnanti che sono anche molto bravi a protestare e recentemente hanno stilato a riguardo la cosiddetta “Carta di Roma”». In questo contesto, spiega ancora il professore s’innesta la cosiddetta competitività europea, che ipotizzerebbe una scuola in grado di formare persone disposte a essere impiegate in qualsiasi ambito. «In altre parole – continua il professore – essa è vista come un luogo di formazione di servitori, anziché di cittadini autonomi. Nelle famose otto competenze non è elencata quella di ragionare con la propria testa, che dovrebbe essere la prima». La necessità sarebbe dunque quella di formare cittadini maggiormente responsabili, in grado di interrogarsi sulla società ed eventualmente di criticarla, proponendo qualcosa di diverso. «La scuola che è stata concepita in questi anni – conclude Settis – reprime l’indipendenza intellettuale in favore dell’ubbidienza. E questo a me proprio non piace».

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