Un weekend nei luoghi
di Montalbano

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Dalla spiaggia di Punta Secca al castello di Donnafugata, fino a Ragusa Ibla, due giorni di totale relax tra spiagge, percorsi gastronomici e tramonti sul mare

Ci sono luoghi che, per predisposizione naturale e modus vivendi dei loro abitanti, inducono in maniera quasi automatica a uno stato di rilassamento. La costa sudorientale della nostra isola, complice la sua posizione antistante ai paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo, appartiene senza dubbio a questa categoria. Sebbene luoghi come Marina di Ragusa non lesino divertimenti e locali notturni, borghi marinari come Casuzze, Caucana o Punta Secca sembrano fermi in un tempo lontano, quasi cristallizzato. È stato probabilmente anche questo motivo ad aver fatto scegliere queste zone come location per girare il celebre sceneggiato de “Il commissario Montalbano”, rivendendovi la Sicilia tratteggiata nei romanzi di Camilleri (che pure sono ambientati nell’agrigentino, di cui lo scrittore è originario). Ma come si sono trasformati questi luoghi dopo vent’anni di fiction?
La signora Albora da qualche tempo affitta una parte della sua casa di villeggiatura ai turisti. «Chiaramente ne vediamo molti più che in passato – racconta – ma questa zona rimane comunque molto tranquilla. Il cambiamento più evidente riguarda il periodo invernale, durante il quale fanno tappa qui gli appassionati di cineturismo». In estate, invece, sono in molti a scegliere la località, complice un mare cristallino (la zona è una delle poche a non essere indicata da Legambiente come fortemente inquinata dopo le rilevazioni di Goletta Verde) e il desiderio di allontanarsi dal caos cittadino.

Alcuni scorci di Punta Secca (foto Ylenia Mottese e Giorgio Romeo)

LE SPIAGGE E IL BORGO. Sebbene tra le spiagge di Punta Secca la più fruibile sia quella nei pressi del faro, con la sua distesa dorata, è quella vista tante volte nello sceneggiato televisivo ad attrarre maggiormente l’attenzione, per via dei colori e le sfumature che la secca, con le sue formazioni rocciose conferisce al paesaggio. Da non perdere una sosta presso la piazzetta dove svetta la “Torre Scalambri”, costruita nel XVI secolo come struttura difensiva (e motivo per il quale la località viene ancora indicata in alcune vecchie carte geografiche come “Capo Scalambri”). Si tratta di uno dei punti privilegiati per osservare malinconici tramonti e non è infrequente incontrarvi artisti di strada (durante il nostro soggiorno siamo stati accompagnati più sere dalle note jazzate di un chitarrista) o trovarvi eventi culturali organizzati dal comune, come presentazioni di libri.

La vista dai tavoli di “Enzo a Mare” ; in basso” linguine allo scoglio” (foto G. Romeo)

Per il pranzo è immancabile una sosta da “Enzo a mare”, ristorante noto agli autoctoni come “lo chalet” e reso celebre ancora una volta dallo sceneggiato televisivo. L’effetto di trovarsi praticamente sulla spiaggia è senz’altro scenografico, mentre il menù si caratterizza per piatti semplici ma d’impatto. Dall’antipasto del commissario, un misto di pesce si passa a vari tipi di linguine (noi abbiamo provato quelle allo scoglio). Sebbene probabilmente la dimensione “a conduzione familiare” si sia un po’ persa (perlomeno in cucina) l’effetto rimane quello di un posto informale e piacevole. I prezzi sono nella media (30 euro circa a testa per un antipasto da dividere, un primo e un dolce).

Il castello di Donnafugata e l’abito di Donna Franca Florio (foto G. Romeo)

LA BELLE ÉPOQUE AL CASTELLO DI DONNAFUGATA. Dopo una mattinata trascorsa in spiaggia, perché non fare un’escursione al Castello di Donnafugata? La dimora nobiliare del tardo Ottocento, divenuta iconica per via dell’ampia facciata neogotica coronata da due torri, è visitabile fino alle 19 e offre un valido diversivo a una vacanza di puro relax. All’interno del percorso di visita è attualmente incastonata una mostra intitolata Belle Époque, mito e moda della gioia di vivere, che propone al visitatore alcuni abiti d’epoca. Meritevole d’attenzione quello da “Gran Soirée” di Donna Franca Florio, accompagnato da un simpatico aneddoto sui dispetti delle sue due scimmiette da compagnia, che rimanda alla “mise” dell’aristocratica siciliana così come rappresentata nel celebre ritratto di Giovanni Boldini. Gradevole è poi la passeggiata nel parco di otto ettari che circonda il castello. Originariamente pensato come luogo di distrazione per i visitatori, esso racchiude oltre alla grande varietà di specie vegetali (che rendono questo posto una vera oasi nel deserto) alcune “chicche” come un tempietto circolare e un affascinante labirinto costruito nella muratura a secco tipica di queste zone.

Ragusa Ibla (foto G. Romeo)

SOSTA RAGUSA IBLA. Allontanandosi un po’ dalla costa (magari di ritorno verso Catania, qualora si provenisse dalla zona etnea) vale sempre la pena di fare una sosta a Ragusa Ibla. Durante la nostra visita il cielo era coperto, ma più che un limite ciò ha rappresentato un’opportunità per lasciare i cappelli in macchina e non patire troppo il sole cocente. La passeggiata ci conduce attraverso i vicoli fino al Duomo di San Giorgio e prosegue poi fino al Giardino Ibleo. La villa, costruita nel 1858, sorge su uno sperone di roccia e si caratterizza per l’affascinante viale adornato da colonne con vasi in pietra scolpiti.

In alto: insalata di mare e burrata, in basso gli esterni de “I Banchi” (foto G. Romeo)

I BANCHI. Per il pranzo optiamo per “I banchi”, il locale più “accessibile” ideato alcuni anni fa dallo chef bistellato Ciccio Sultano insieme al collega Peppe Cannistrà, che nei fatti è il vero deus ex machina. Si tratta di un concept raffinato, che coniuga diverse anime: panificio, forno, pasticceria, bar, ristorante. Ci accomodiamo fuori, sebbene valga la pena di fare una visita veloce agli spazi: l’antica “carrozzeria” e le cantine del settecentesco “Palazzo Di Quattro”, ristrutturati dall’architetto Fabrizio Foti. Arrivato al momento di ordinare la nostra scelta ricade su un menù di degustazione (30 euro a testa, acqua inclusa) pensato per il pranzo: tre portate a discrezione dello chef che nel nostro caso si tramutano in un percorso interessante. Il benvenuto dello chef è stato un crostino di baccalà con cappero, cui è seguito, come antipasto, un’insalata di mare e burrata soffiata, basilico e bbq, senza dubbio il più memorabile tra i piatti del menù: dai sapori equilibrati e la presentazione curata. In seguito, inframezzati da un gelato alla fava, ci sono stati serviti degli spaghetti con ragù di pesce bianco, finocchietto e pomodoro ciliegino, buona la pasta fatta in casa, delicato il condimento e la base. Per chiudere la scelta è stata affidata a una cassata siciliana, che sebbene sia da sempre ad appannaggio della costa occidentale dell’isola, ha sorpreso per la raffinata lavorazione che fa di questo posto anche una pasticceria di prim’ordine. Il tutto è stato abbinato a una birra locale, una Yblon Hoppa, “pale ale” dai sentori agrumati, leggermente amara.

Alcune opere esposte a Palazzo La Rocca (foto G. Romeo)

GIOVANI ARTISTI IN MOSTRA A PALAZZO LA ROCCA. Sulla strada del ritorno facciamo una sosta a Palazzo La Rocca, edificio barocco realizzato alla fine del ‘700 dal barone di Sant’Ippolito, dove è allestita fino a fine mese la parte dedicata ai giovani del Ragusa Foto Festival. Percorsa l’affascinante scalinata a doppia rampa in pece con il pavimento decorato da inserti in maioloche, si accede alle sale del primo piano, dove ci accolgono i lavori della modicana Maddalena Migliore, che ha dedicato il suo libro d’artista “Rise Up” al movimento “No Muos”, e quelli del catanese Claudio Majorana: alcuni scatti di ragazzi cresciuti a Misterbianco intitolati Head of the lion. La seconda sala è invece interamente riservata all’installazione del ferrarese Federico Buzzoni. Intitolata The Black hole, l’opera consiste in una forma scultorea direttamente trasposta da un “buco nero” generato per errore da Google Street View in una cittadina siriana e vuole porsi come metafora del conflitto che affligge il paese del vicino Oriente. Tra le opere che seguono, troviamo (tra le altre) il progetto fotografico Gibellina 1969 del catanese Giuseppe Iannello e la serie intitolata Questa stanza è troppo piccola per due della bolognese Veronica Billi.

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