Una nuova vita grazie al pallone: l’integrazione (non solo sul campo) dei giocatori della “EGS”

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La  “Educare Giovani Sport”, composta da italiani e migranti, è stata la squadra di calcio rivelazione dello scorso campionato di terza categoria siciliana

«Sono in Italia da quasi 4 anni. Quand’ero in Mali giocavo in Serie A come portiere, qui lavoro come magazziniere e do una mano in una comunità d’accoglienza come interprete per i nuovi arrivati, ma continuo a praticare il calcio: sono diventato un attaccante». Mahamadou Ndiaye ha vent’anni ed è una delle promesse della Educare Giovani Sport (EGS) una realtà sportiva che opera a Catania, composta da italiani e migranti.

IL CONTESTO. La squadra si autofinazia, gli allenamenti avvengono in un campo diroccato e molti dei ragazzi non hanno ancora ricevuto i documenti per poter giocare, ma tutto questo non basta a fermare il loro entusiasmo. L’iniziativa, nata lo scorso anno per volontà dei medici Mirko Campisi e Alessandro Cento, si pone come obiettivo quello di favorire l’integrazione aiutando l’inserimento dei ragazzi giunti da altri paesi e sensibilizzando i membri siciliani della squadra. La singolare realtà di EGS, tuttavia, ha ottenuto non solo un risultato sociale, ma anche agonistico, classificandosi al quinto posto nel campionato di terza categoria siciliana. «Questo risultato – ci spiega Campisi, che della squadra è anche l’allenatore – è stato possibile anche grazie a un criterio di selezione che guardasse non solo al talento calcistico dei ragazzi, ma anche agli aspetti umani, sociali e culturali. Abbiamo svolto oltre 2.000 selezioni e siamo davvero orgogliosi della nostra squadra».

NON SOLO SPORT. «La passione per il calcio e l’aiuto dei miei compagni italiani – racconta ancora Mahamadou – mi sono state molto utili per crescere mentalmente e per comprendere quanto sia fondamentale il rispetto per avere successo in campo e fuori». Il progetto, dunque, mira a fare dello sport uno strumento per cogliere l’essenza del rispetto verso il prossimo, trasmettendo il valore dell’integrazione multietnica non solo come modello da esportare su scala più ampia, ma anche come occasione formativa per acquisire un bagaglio di esperienze perennemente utili. «Molti di questi ragazzi – racconta l’allenatore – passano le loro giornate tra le comunità e le scuole per imparare italiano. Qui, invece, imparano le regole del calcio, che poi sono quelle della vita».

UN IMPULSO VERSO LA RINASCITA. La partecipazione al progetto, ha consentito ai ragazzi non solo d’integrarsi, ma d’inserirsi appieno anche nel tessuto sociale cittadino. «Alcuni di loro – spiega Antonio Labirinto, ex sottoufficiale della Marina e ora preparatore dei portieri – hanno la passione per il teatro e per la recitazione, altri hanno aperto un ristorante specializzato in pietanze non italiane. Il nostro portiere, Adama, lavora in una sartoria e Charles, che ha messo su famiglia e vive qui da ormai sei anni, lavora come volontario per Save The Children. Sono risultati eccezionali se pensiamo che molti di loro fino a pochi mesi fa non avevano nulla. Oggi, invece, sono stati in grado di compiere gesti eccezionali dentro e fuori dal campo». Quegli stessi sforzi hanno fatto sì che nella partita contro la “Pro Librino”, la squadra rimotasse da 0-3 a 4-4. La rinascita può avvenire anche attraverso lo sport.

 

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