Vivere nel silenzio: «La clausura non è chiusura, ci consente uno sguardo diverso sul mondo»

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Suor Maria Cecilia La Mela, monaca benedettina di clausura, sfata i miti che ruotano attorno all’ordine delle claustrali e racconta la tradizione dell’antico canto in onore della patrona di Catania che tradizionalmente viene intonato dalle sorelle in occasione della festività

Quando si pensa alla clausura, probabilmente, l’idea che muove l’immaginario collettivo è quella di una vita passata dietro le sbarre, in luoghi bui, cupi, rinchiusi in un silenzio assordante. Se questo, in alcuni casi, può essere verosimile, non bisogna lasciarsi guidare dalle sole suggestioni. In prossimità dell’annuale festa in onore di sant’Agata, patrona della città di Catania, abbiamo incontrato suor Maria Cecilia La Mela, che ci ha raccontato come vivono le monache del monastero di San Benedetto a Catania. «Erroneamente – premette suor Cecilia – spesso veniamo chiamate “Clarisse di san Benedetto”, ma a differenza delle Clarisse, che devono il loro nome alla regola da loro seguita, quella di santa Chiara, noi siamo “Benedettine” perché seguiamo la regola di san Benedetto».

UNA CLAUSURA CHE APRE. «La vita in convento – racconta suor Cecilia – non è come molti la immaginano. Noi benedettine siamo monache contemplative con una clausura costituzionale. Questo significa che la nostra clausura è regolata dalle nostre costituzioni, garante delle quali è la nostra Madre superiora. A differenza di altri ordini, che hanno una clausura papale e fanno riferimento direttamente alla Santa Sede, noi siamo soggette agli ordini del Vescovo, che può conferire permessi speciali per alcune uscite particolari». Suor Cecilia racconta come qualcuno abbia loro contestato l’appartenenza a una semi-clausura, spiegando che in realtà si tratta solo di una diversa impostazione della stessa. «La nostra scelta è una ricchezza e non una chiusura: io posso essere in clausura e sentirmi libera, così come posso essere fuori e sentirmi schiava, diversa, non accettata. Per noi la clausura è vitale, perché la regola di san Benedetto dà molto spazio all’accoglienza. Sono molti i visitatori che vengono a parlare con noi con macigni nel cuore, piangono, chiedono aiuto. Fuori c’è troppa fretta e le persone non ascoltano».

IL POTERE DELLA PREGHIERA. «La preghiera – spiega ancora suor Cecilia – non è una bacchetta magica, ma senz’altro aiuta la gente a portare il proprio peso rendendola più serena». Di certo anche le claustrali benedettine hanno dei problemi ai quali pensare, ma la loro serenità deriva proprio dalla preghiera. «Così come voi mettete il cellulare sotto carica – spiega ancora – noi carichiamo la nostra energia positiva attraverso la preghiera. Lui ci dona la pace e la forza per aiutare gli altri. Saper ascoltare è una regola importante di san Benedetto».

UNO SGUARDO DIVERSO SUL MONDO. «A volte – continua suor Cecilia – per osservare bene un quadro bisogna porsi ad una certa distanza da esso, altrimenti si rischia di coglierne solo alcuni particolari. Allo stesso modo, la nostra separazione dal mondo ci serve per vederlo meglio. La clausura è uno spazio dell’anima, non un perimetro che ti confina. È una questione di cuore». Qualche tempo fa, durante un’intervista, alla madre superiora Giovanna venne fatto notare il fatto che le sbarre avrebbero potuto impressionare qualcuno. Suor Cecilia ha voluto ricordare la sua risposta: «Tutto dipende da come viene vissuta la cosa. Al giornalista fece notare come, a parti invertite, fosse lei a vederlo dietro le sbarre». Una considerazione, infine, viene fatta sulla femminilità e sulla sensibilità sociale. «La clausura, al contrario di ciò che pensano molti, non sterilizza la donna. I desideri e le passioni non vanno persi ma, anzi, vengono potenziati. Viviamo a pieno la femminilità, affiniamo la capacità di cogliere le sfumature».

video di Orietta Scardino per LaSicilia.it

IL CANTO IN ONORE DI SANT’AGATA. Avere l’opportunità di parlare con suor Cecilia ci ha anche consentito di chiederle del canto che tutti gli anni lei e le sue consorelle dedicano al passaggio della “Santuzza” (come viene affettuosamente chiamata dai catanesi). «Il testo del canto – racconta ancora suor Cecilia – rappresenta le ultime parole di Agata, riportate negli atti del martirio. Dopo l’amputazione del seno, la santa venne portata in carcere in punto di morte. L’apparizione di san Pietro, però, la salvò da morte certa lasciando Quinziano incredulo». Oltre ad essere stata ferita fisicamente, Agata aveva subito una ferita nell’orgoglio, nel suo essere donna, nella sua dignità. «Il suo messaggio – continua suor Cecilia – è anche questo: l’aver subito una ferita come donna. Ma era una giovane coraggiosa, tanto da rivolgersi al governatore siciliano chiedendogli: non ti vergogni di ferire una donna in quella parte da cui tu stesso hai preso nutrimento? È un grande messaggio sul rispetto e della sacralità che bisogna attribuire al corpo umano, e soprattutto a quello femminile».

IL TESTO DEL CANTO. Il testo latino del canto in onore a sant’Agata è stato musicato alla fine dell’800 dal musicista, di origini napoletane, Filippo Tarallo in una polifonia dolcissima che la voce femminile rende soave e fortemente suggestivo: «Stans beata Agatha in medio carceris, expansis manibus orabat ad Dominum: Domine Jesu Christe, Magister bone, gratias tibi agoqui me fecisti vincere tormenta carnificum; jube me Domine ad tuam immarcescibilem gloriam feliciter pervenire» (Stando la beata Agata in mezzo al carcere, elevate le mani pregava il Signore: Signore Gesù Cristo, Maestro buono, ti ringrazio perché mi hai fatto vincere i tormenti dei carnefici; esaudiscimi, o Signore, e fammi pervenire felicemente alla tua gloria infinita). «Per noi claustrali benedettine è un onore poter dar voce alla Santa nel giorno che ne ricorda il martirio. Anche noi, dal nostro monastero, siamo contagiate dall’euforia della festa, dai profumi e dal clima che si percepisce in quei giorni, dagli spari che a mano a mano si fanno sempre più vicini. Poi, essendo donne, il legame e l’emozione sono ancora più forti».

UNA TRADIZIONE “RECENTE”. Nonostante sia ormai diventata una tradizione assodata, l’usanza di affacciarsi per dedicare un canto ad Agata è nata solo 30 anni fa. «Sebbene questo canto sia da tempo tramandato dalle nostre suore – conclude suor Cecilia – solo a metà degli anni ’80, l’arcivescovo di allora, ci chiese di dare questo contributo, perché sapeva che conoscevamo questo canto. C’è stato chiesto come servizio e come tale lo viviamo. È un modo per riportare la festa alla sua sacralità, ed essendo svolto verso la fine, poi, lascia un ricordo più vivo».

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