Welcome to UK:
la vita tra un “trial day”
e un bancone del caffè

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Tra un espresso e l’altro (fatto ad altri, sia chiaro), capisci come funzionano le cose. Tocchi con le mani i desideri, i sogni e le aspirazioni degli altri. Dentro, ancora una volta, ci metti anche le tue

A Londra piove, ogni quarto d’ora esce il sole. Bastano pochi giorni per imparare a vestirsi adeguatamente a strati, a non dimenticare di indossare un impermeabile e delle scarpe comode. Dopo una settimana si impara, invece, a muoversi velocemente tra la folla di gente per accaparrarsi un posto in ascensore ed evitare i diversi gradini (78, i miei) che separano dalla prima fermata utile.

La prima parola inglese che impari invece è Trial day, ovvero la giornata di prova lavorativa che determinerà la tua assunzione. Ottenere il famoso “Trial” non è difficile. Nel campo della ristorazione, nei bar o nei pub le porte sono sempre aperte.
Certo il lavoro è quello che è, ma è ben pagato tanto da farti pensare in un primo momento: “Ma perché ho studiato”? Poi, quando ti accorgi che dovrai lavorare più di 40 ore a settimana, a ritmi e turni veramente stressanti (soprattutto nei weekend), ti ripeti: “Sarà solo per qualche mese”.

Prendi la metro, ti perdi un attimo. Ma grazie a Citymapper, ritrovi la giusta direzione. Qui senza telefono e applicazioni varie, è impossibile sopravvivere.
Fai l’intervista, due ore di training per capire cosa fare e poi una e-mail con scritto: “You can start this week”, con un contratto che prevede 28 giorni di ferie. Dimenticavo: il giorno di prova, è ovviamente pagato.
Welcome to UK. Se ti muovi, cerchi e non ti arrendi, qualcosa, o meglio più di qualcosa la trovi. Dipende dalla fretta che si ha di guadagnare per pagare l’affitto (nota dolentissima), l’abbonamento alla metro e ovviamente anche dalla voglia di mettersi il prima possibile in gioco.

La tua laurea, quella che non hai ancora appeso alle pareti del soggiorno, la continui a mettere da parte. “Ricordatene quando ti sentirai pronta”, ti suggerisce il ragazzo che oggi è il tuo trainer. “Che facevi nella vita in Italia?” “Io sono armeno, e lavoro qui da cinque anni; grazie a questo lavoro mi sono pagato l’università e fra un mese mi sposterò per lavorare nel campo IT”.

Tra un caffè e l’altro (fatto ad altri, sia chiaro), capisci come funzionano le cose. Dietro ai banconi, tra una pausa e l’altra tocchi con le mani i desideri, i sogni e le aspirazioni degli altri. Dentro, ancora una volta, ci metti anche le tue.

Prima di partire, cerchi di raccogliere tutte le informazioni necessarie per farti un’idea di cosa sia possibile trovare nella tua nuova città. Ti iscrivi alle varie community di “Italiani all’estero” e appunti consigli e critiche. “Che senso ha spostarsi all’estero per fare un lavoro che ti permetterà di pagare affitto e mezzi pubblici per spostarsi? Qui si lavora per sopravvivere”, commenta qualcuno. “La possibilità di superare i propri limiti, la capacità di adattarsi e di conoscere (e convivere) con persone e culture diverse”, risponde qualcun altro. “La possibilità di scegliere” – annota un altro ancora.

Tu il tuo senso lo hai scoperto anche. Quando la mattina, infreddolita, a lavoro incontri Miliano, nato a Londra, che si sforza di salutarti in italiano, pronunciando un timido “Buongiorno”; quando condividi la tua pausa con Camila, brasiliana che è alla ricerca di amici con cui condividere il suo tempo libero e migliorare il suo inglese; o quando infine Ramune, lituana, ti confida i suoi sogni e ti sostiene perché si ricorda ancora delle difficoltà che ha incontrato i primi tempi.

Fuori piove, ma tu non te nei sei neanche accorto. Il tempo è passato tra una chiacchierata e l’altra. Stare in metro, schiacciata tra centinaia di persone, inizia a fare meno paura.

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