2025. Oltre il rumore, storie che restano

Tra scandali, incendi e cronaca nera, l’anno appena trascorso è stato anche un anno attraversato da storie che indicano un’altra direzione. Non l’antifrasi della catastrofe, ma pratiche concrete di resistenza, cura e responsabilità collettiva. Dal diritto a restare alle imprese sociali, dalla scuola ferita che reagisce alla giustizia che prova a correggersi, fino alle rinascite personali e all’impegno civile di una vita intera. Un esercizio necessario di memoria e di prospettiva, nel tempo dei bilanci, per ricordarci che un ottimismo possibile esiste già. Sta nel riconoscerlo

Leggere la cronaca vuol dire spesso consegnarsi al pessimismo, per la nota regola che una notizia è, di per sé, una cattiva notizia, e l’anno che si è appena concluso in Sicilia non fa eccezione: un anno di scandali giudiziari, incendi, specie aliene invasive e altri choc mediatici quotidiani. Diventa un esercizio utile, se non necessario, quello di ricordarsi di ‘belle’ storie, specialmente nel capodanno, tempo di consuntivi e bilanci. Magari storie che non siano solo il capovolgimento di una cattiva notizia, l’antifrasi della catastrofe, ma il promemoria che ricorda di un ottimismo possibile e sperabile. Il 2025 non ha fatto eccezioni: ci sono state tante belle storie da non perdere di vista, in grado di suggerire modi e forme di buone pratiche, storie granulari, molecolari, ma che raccontano bisogni collettivi, pratiche condivise importanti, momenti decisivi nel contesto di una vita. 

Il diritto a restare, trasformato in movimento

Uno dei problemi della Sicilia è l’emigrazione, gli “expat”, i siciliani che scelgono di lasciare l’isola: 560.000 tra il 2001 e il 2021, più della metà giovani tra i 18 e i 35 anni. Qualcuno la chiama diaspora siciliana. Dalla coscienza della gravità di una tale emergenza, a metà novembre più di sessanta associazioni hanno scelto di unirsi nel “Patto per Restare”, cioè il Movimento per il Diritto a Restare. L’obiettivo dichiarato è combattere “contro le cause che da troppi anni costringono i siciliani a partire”, dichiarare “guerra totale al clientelismo” per “restituire dignità all’isola”. Tra i componenti del movimento si contano molti laureati e giovani professionisti, con alle spalle un periodo di studio o lavoro fuori dalla Sicilia. Ex cervelli in fuga, expat di ritorno. Associazioni come “Questa è la mia terra e io la difendo” raccolgono la preziosa eredità di Giuseppe Gatì, un giovane che nel suo blog sosteneva i motivi che lo avevano spinto a restare e accusava la cultura che favorisce la fuga dei siciliani. Morì 17 anni fa a soli 22 anni in un incidente sul lavoro. Alla sua memoria hanno creato un centro studi e organizzano un festival annuale a Campobello di Licata sul diritto a restare. Il metodo è “trasformare il tema in proposte, e le proposte in fatti.” “Contiamo – hanno dichiarato – di iniziare a gennaio 2026. Ogni occasione sarà buona per fare scrusciu”.   Il 2025 ha visto anche un’altra grande azione collettiva e autonoma. L’urgenza che l’ha suscitata sembra la stessa del Patto per Restare: il fatto che nei prossimi 25 anni la Sicilia perderà 859mila persone, un fatto così grave da permettere di immaginare “un futuro distopico della Sicilia dove un ministero regola le partenze e i cittadini si dividono tra Diversamente Presenti e Restanti”.

Dalla diaspora alle competenze: una filantropia che prova a organizzarsi

A gennaio del 2024 Antonio Perdichizzi, imprenditore, si chiede: “quanti siciliani, sparsi per il mondo, hanno accumulato esperienze, competenze e risorse e sarebbero disposti a restituire qualcosa alla loro terra, se qualcuno glielo chiedesse?”. In un meno di un anno mette insieme più di 500 “pionieri”, cioè professionisti siciliani o legati alla Sicilia che si impegnano a sostenere economicamente la fondazione e mettono a disposizione un minimo di 3 ore l’anno delle proprie competenze specifiche. A dicembre del 2024 nasceva la Fondazione Marea che, attraverso “Onda”, un progetto di pre-incubazione e accelerazione di imprese sociali, nel 2025 ha selezionato, formato e finanziato 13 progetti di imprese sociali in tutte le province dell’isola. Progetti che si occupano di tante cose: rigenerazione urbana e partecipazione democratica delle aree interne, agricoltura sostenibile e sociale, turismo etico e welfare comunitario.  Di questa ambiziosa iniziativa – la “visione” per il 2030 è creare più di 500 posti di lavoro e 25 nuove imprese – sorprende non solo la forte filantropia, la capacità aggregativa, e l’autonomia, ma soprattutto la sperimentazione di un modello nuovo di partecipazione e di sviluppo locale. 

Quando una scuola brucia e una comunità risponde

La Sicilia è la regione con meno diplomati d’Italia, e Catania la città con il più alto tasso di dispersione scolastica del paese. Il capoluogo ha molti altri tristi primati educativi, ma forse proprio per questo – dalle contraddizioni più acute – a Catania maturano le condizioni e le sensibilità per una risposta civile più consapevole e partecipata. Nella notte tra il 27 e 28 novembre 2025 le porte della scuola “Pestalozzi”, a Villaggio Sant’Agata, periferia di Catania, sono state forzate e qualcuno ha incendiato la biblioteca della scuola. Plesso chiuso, secondo piano inagibile e centinaia di migliaia di euro di danno. Ma la risposta civile che è seguita – una raccolta fondi “La solidarietà NON brucia” che in pochi giorni ha raccolto migliaia di euro, una raccolta di libri, concerti di beneficenza organizzati dall’Università, mercatini di natale – è stata un esercizio collettivo di solidarietà. Il segno delle tante energie di una comunità che forse non ha ancora perso la bussola. Nella manovra di bilancio 2026 sono stati stanziati 200mila euro per la ricostruzione della biblioteca.

Il limite della legge e ciò che resta umano

Il presidente Mattarella ha concesso la grazia parziale a Abdel Karim, condannato a 30 anni di carcere per omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Abdelkarim era stato arrestato a Catania dopo che un’imbarcazione, era il ferragosto del 2015, fu soccorso al largo della Sicilia: erano sulla nave oltre 360 persone di cui quasi 50 furono trovate morte nella stiva.  A lungo la sua condanna è stata contestata da attivisti e organizzazioni: le indagini, basate su testimonianze raccolte a sbarco avvenuto, sono a giudizio di alcuni confuse, le pratiche investigative imprecise. Secondo Alessandra Sciurba docente all’Università di Palermo e attivista “in quanto libici, sulla base di pochissime testimonianze raccolte sotto shock e mai più ascoltate, Alà e i suoi compagni sono stati condannati a 30 anni. Ci sono testimoni pronti a confermare che in quella barca non c’era equipaggio, che questi condannati erano semplici passeggeri, che Alà ha vomitato per tutto il tempo». A giugno la Corte di cassazione aveva rigettato la richiesta di revisione del processo. La Corte d’appello di Messina aveva suggerito di fare richiesta di grazia per «ridurre lo scarto indubbiamente esistente tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale della effettiva colpevolezza».  La grazia non è totale perché avrebbe contraddetto una sentenza definitiva della Cassazione. Come spiegato da Gustavo Zagrebelsky, la grazia, pur nella sua parzialità,  riconosce la legalità della condanna ma non la sua giustezza: “la sua condanna è legale, ma è ingiusta e l’ingiustizia è tale da risultar di là di ogni dubbio”. Abdel aveva 20 anni quando venne portato nel carcere di Piazza Lanza. Nella Libia della guerra civile era un calciatore e studiava ingegneria, in Europa sperava di continuare a studiare e giocare. Oggi ha 30 anni, nel carcere Ucciardone di Palermo ha fatto le scuole medie e superiori, ora è iscritto alla facoltà di Scienze Politiche. Ha anche scritto un libro, frutto della corrispondenza dal carcere con Alessandra Sciurba: “Perché ero ragazzo”, pubblicato da Sellerio questo settembre e presentato grazie a un permesso speciale a Palermo, sul sagrato della Cattedrale. Avendo visto Palermo soltanto dal carcere aveva definito quell’evento “un miracolo”: la grazia di Mattarella non sarà stata per lui soltanto una “bella notizia”.

Rinascere non come metafora

La storia della palermitana Betty C. ricorda i caratteri di un capodanno: fare i conti con se stessi e rinascere.  Betty ha scritto la sua autobiografia, Loop Out. Storia di un’adolescente in fuga, edita a marzo di quest’anno, mentre era ancora tossicodipendente. L’ha scritta sul telefonino, pensando di comporre un diario, lungo i 14 anni della sua dipendenza, mentre la sua vita scorreva e lei non sapeva ancora quale sarebbe stato il suo destino. Betty racconta di avere consumato la prima dose di eroina quando aveva solo 14 anni, a Ballarò a Palermo, e di avere poi sviluppato diverse dipendenze senza mai uscire dal loop del consumo, pur avendo affrontato percorsi di riabilitazione e l’inferno quotidiano del senso di colpa per “avere buttato la propria vita”. Presto lascia la scuola, ed entra in una lunga, estenuante routine, la sua vita si frammenta, e quando sembra aprirsi a cambiamenti si richiude sempre su se stessa. Betty non è sola nel suo deserto: accanto a lei molti compagni di viaggio, tossicodipendenti, senzatetto ed emarginati di una Sicilia che sembra cambiare poco. Alcuni sono anche morti per overdose. E mentre anche la sua esistenza sembrava farsi irrimediabilmente precaria, mentre viveva abusivamente in un garage abbandonato di Roma, Betty si è salvata. Una gravidanza inaspettata, non voluta e quasi interrotta, le ha fatto scoprire “un’opportunità difficile da rifiutare” cioè “l’amore bellissimo” di suo figlio che le ha “dato un motivo per vivere”. Loop Out non è un’opera qualunque: la sua lingua, a tratti aspra, dominata sempre dallo stesso ritmo, ricorda la grande arte narrativa e descrittiva delle autobiografie di Vincenzo Rabito, il contadino semi-analfabeta che ha raccontato due volte la sua vita su una macchina da scrivere che dominava a stento. La narrazione in progress permette al lettore qualcosa di miracoloso che la letteratura non concede spesso: ricostruire al posto del narratore i fili delle vicende, dare un ordine alle cose, interpretare un’esistenza intera. 

Una vita intera come forma di coerenza

La lotta al crack è al centro dell’attivismo di Nino Rocca, palermitano di 77 anni, attivista da quando ne ha 17, che a settembre di quest’anno è salpato per Gaza imbarcandosi sulla Freedom Flotilla. Nino è stato il membro dell’equipaggio più anziano della spedizione di quest’estate: «Ho risposto a un dovere morale, sono qui per testimoniare che la mia vita non vale più di quella di un palestinese». È poi dovuto rientrare a Palermo per un guasto alla barca e quindi non è riuscito a concludere la missione. Ma nei vicoli di Palermo continua ad aiutare gli ultimi, assorbito da un impegno civile che è impegno di una vita, il motivo di un’intera esistenza sempre coerente con se stessa. 

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Studente di lettere classiche all'università di Catania e allievo della Scuola Superiore di Catania. Collabora con la rubrica culturale della Treccani "Il Chiasmo" e gestisce il giornale universitario "InChiostro".

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