«Ciò che accadde tra il 9 e l’11 gennaio superò ogni possibile concezione umana. Lo sconvolgimento durò per ben quattro minuti e fu così violento che non era possibile mantenersi in piedi o addirittura aggrappato ad una pianta. Coloro che caddero a terra furono sbalzati lontano dalle scosse, come quando la forza della corrente del mare ti trascina dalla parte opposta rispetto a quella verso cui tenti di nuotare. In molte città la terra si aprì letteralmente: ne nacquero voragini profondissime, dalle quali fuoriuscì così tanta acqua che le zone circostanti vennero allagate. E chi si ritrovò vicino a questi crateri ricorda l’alzarsi di un acre fetore di zolfo». Cartoline di una Sicilia apocalittica, quelle tramandateci nel 1697 dal botanico palermitano Paolo Boccone, a quel tempo residente a Venezia. Pagine che si sforzano di risultare analitiche, eppure ancora cariche di spavento e di incredulità, ancora disperatamente doloranti a distanza di quattro anni da uno degli eventi che più segnarono per generazioni la storia isolana. Perché il terremoto del 1693 non fu soltanto un incubo per le incolpevoli vittime che si videro costrette ad affrontarne le conseguenze, ma un’ombra che non smette ancora oggi di proiettare la sua oscurità sul presente, un mito distruttivo e titanico che aleggia minaccioso sull’immaginario dei contemporanei, un crudele progenitore di tante altre immani devastazioni, sempre pronto ad insinuarsi tra le pieghe delle nostre preoccupazioni ogni volta che un tremore ci fa sobbalzare dalla sedia.

La portata del disastro che ne seguì, d’altra parte, fu ben chiara sin dagli istanti immediatamente successivi alle scosse (la più violenta delle quali, attestandosi a 7.4 gradi della scala Richter, mantiene ancora oggi il primato di sisma più intenso della storia italiana). In un altro stralcio del racconto di Boccone, ad esempio, viene ripercorso l’inusitato stravolgimento paesaggistico a cui la Sicilia andò incontro:

La città di Catania fu in gran parte demolita (si stima che il 63% della popolazione allora residente perse la vita, ndr). Nella città di Noto il selciato adibito al passaggio dei cavalli si aprì a tal punto da inghiottire un uomo che lì si trovava a passare. Dalle montagne si distaccarono massi di enorme grandezza, i quali iniziarono a rotolare verso l’abitato di Sortino, abbattendosi sulle case e provocando svariati morti. La Fonte Aretusa di Siracusa per alcune settimane restituì alla cittadinanza acque così salmastre da essere inutilizzabili e persino ora che hanno recuperato parte della loro dolcezza rimangono un po’ salate, per quanto abbondanti».

Altrettanto vivide, nel corso dei secoli, sono state le cronache e le opere d’arte che si sono sforzate di razionalizzare l’impossibile: poesie che invocavano pietà rispetto alla «spada di Dio» che si era abbattuta sulla Trinacria per punirla di peccati non meglio specificati; illustrazioni che ritraevano comuni cittadini nell’atto di scavare e spazzare tra le macerie, o addirittura di opporsi con la sola forza delle braccia al crollo di un muro; dipinti che nostalgicamente ricordavano le bellezze dell’isola prima che l’inferno si scatenasse. Una profusione di testimonianze, dirette ed indirette, che ancora non smette di commuovere, tanto più nella ricorrenza di quel dramma. Il quale, come poi sinistramente si verificò anche nella Valle del Belice, continuò imperterrito a mietere vittime anche quando la terra smise di tremare.

«Il Regno è un cadavere! Tre – sosteneva un testimone dell’epoca – sono i pericoli che corriamo: il primo è la pesta derivante dalla puzza di tanti cadaveri; il secondo è la fame, perché non esistono più campi da coltivare e il bestiame rovina quel poco di seminato che è rimasto; il terzo è la guerra, essendo le porte principali del Regno aperte, senza speranza di poterle proteggere».

Impressione confermata anche da padre Alessandro Burgos, accorso immediatamente per prestare soccorso agli sfollati: «Dappertutto regna la confusione. E a questa si aggiunge tanta miseria, la penuria di viveri causata dalla perdita di ogni dispensa, di ogni granaio, di ogni mulino». Passò addirittura un mese perché le prime visite istituzionali avessero luogo. Quanti, se ci fosse stata maggiore tempestività, avrebbero trovato la salvezza?

Così quel dramma vive ancora oggi dinanzi ai nostri occhi. Tramutato, tuttavia, in un sublime monumento ai caduti. Perché da quella devastazione, come fiori variopinti nel deserto, sorsero le meraviglie barocche di cui a ragione i siciliani si vantano. Le fenditure del terreno sostituite da sinuose spirali, l’aridità dei calcinacci dall’abbondanza delle forme, la conclusione di un attimo da un nuovo, secolare ciclo vitale (basti pensare alla distruzione del borgo di Occhiolà e alla costruzione di Grammichele). La ferita, naturalmente, rimase e rimane. Ma raramente se ne vide una così fascinosamente rimarginata.

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