A Carlentini il cielo è sotto i piedi: il Mosaico Pavimentale che cambia lo sguardo della città
All’ombra delle Mura Urbiche Cinquecentesche, nel cuore della città, si estende uno dei mosaici moderni più grandi al mondo, realizzato attraverso un intervento che ha trasformato materiali di scarto e pietre del territorio in una narrazione visiva capace di unire arte e rigenerazione urbana. Nato come parte del recupero delle mura, il progetto si è evoluto durante il cantiere, coinvolgendo maestranze locali in un processo creativo condiviso. Un’opera che ribalta l’idea di monumento e restituisce senso allo spazio pubblico
C’è un punto, in via Nazionale, a Carlentini, in cui lo sguardo è costretto a fare un gesto inusuale: abbassarsi. È qui che, nel luglio 2006, sono stati ultimati i lavori del Mosaico Pavimentale, progettato dalla professoressa Mariagrazia Brunetti. Cinquecento metri quadrati di superficie pavimentale che, per estensione, lo rendono uno dei mosaici moderni più grandi al mondo, adagiato al di sotto delle Mura Urbiche Cinquecentesche della città – sancendo un suggestivo incontro tra passato e presente.
L’opera nasce all’interno dell’intervento di recupero delle mura urbiche della città, fortemente voluto dalle progettiste, la prof.ssa Gabriella Caterina e la prof.ssa Stella Casiello. L’idea era semplice e insieme potentissima: riqualificare un’area urbana restaurandola in una prospettiva tutta nuova e utilizzando materiali di scarto.
Camminando sul mosaico, si comprende cosa significhi. Non è una decorazione applicata al suolo. È una volta celeste ribaltata, una distesa scura che accoglie frammenti metallici e oggetti quotidiani come fossero corpi celesti in orbita, che danno vita a forme e parole.
OGGETTI CHE RINASCONO. I lavori per la realizzazione del mosaico hanno inizio nel novembre del 2005. Dopo appena un mese dall’apertura del cantiere, il maltempo costringe a una pausa. Ma quando le attività riprendono, succede qualcosa di inaspettato: nasce una comunità di esecutori.



Sotto la guida severa ma generosa dell’artista fiorentina Mariagrazia Brunetti, una squadra organizzata di operai impara a “costruire immagini”. Non semplicemente a posare tessere, ma a comporre visioni. In pochi mesi si forma un gruppo di esperti di mosaico moderno, capaci di trasformare materiali grezzi in linguaggio visivo. Le pietre utilizzate sono un omaggio al territorio: il frantumato lavico, la pietra bianca di Modica e la pietra Sabucina costituiscono la traccia principale del mosaico. È attraverso la loro sapiente disposizione che le rappresentazioni si definiscono, così come le linee serpeggiano tra le figure – creando una specie di filo magico – mentre i materiali di scarto li completano e li riempiono di colore. Così, per esempio, frammenti di vetro tingono di sfumature verdi e azzurre l’iride di un grande occhio, contornata da fili metallici e pezzetti di ferro, utilizzati anche per formare le lettere della parola “ARMONIA”, che si estende al di sotto della rima inferiore. E poi ancora viti e bulloni, piccole scintille in una distesa di stelle, ma anche pesci, farfalle, simboli, frasi; di scarti sono fatte anche le lancette di ferro di un grande orologio, il centro del Sole e i contorni dei suoi raggi. Tutto, all’interno del mosaico, si incastra e rivive: tubi, raccordi di ponteggio, staffe a “L”, tondini, pile esauste, bossoli, scatolette di tonno, lattine, rubinetti, fermacampioni, tegole. Oggetti comuni, residui di cantieri e di vita quotidiana. Inseriti nello sfondo di frantumato lavico — che l’artista definisce “il cielo in cui si muovono gli oggetti spaziali e che brilla di luccichii” — questi materiali si trasformano. Il rifiuto diventa costellazione, il metallo ossidato cattura la luce. Non c’è mimetizzazione: gli oggetti si riconoscono. E proprio per questo parlano.
UNO SPAZIO RIBALTATO. Il progetto originario non resta intatto. Durante l’esecuzione, Brunetti lo modifica. Aggiusta, integra, accoglie imprevisti. È una lezione sul mosaico moderno: non rigidità, ma flessibilità. Non schema chiuso, ma organismo che cresce insieme al cantiere. Questa apertura al cambiamento è forse il tratto più contemporaneo dell’opera. Il mosaico non è la traduzione meccanica di un disegno, ma un processo. Ogni inserimento, ogni scarto recuperato, ogni variazione diventa parte della narrazione.
Ecco perché il Mosaico Pavimentale di Carlentini è, a pieno titolo, un gesto urbano che ribalta la gerarchia dello spazio: non si alza un monumento da contemplare, ma si trasforma il suolo che tutti attraversano.
(In copertina: Foto di Sabrina Francalanza)
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