All’ombra del maestro: Rodriguez, i quadri della luce e il mito di Caravaggio

Nato a Messina da padre spagnolo, l’artista isolano dimostrò un talento pittorico molto precoce. In uno dei suoi viaggi a Roma restò ammaliato dall’arte del Merisi. Per uno strano scherzo del destino, rientrò a Messina nel 1610, poco dopo la partenza dalla Sicilia di quello che divenne il suo riferimento spirituale. Fu talmente devoto a quello stile da diventare il più grande caravaggista dell’isola, le cui opere, più di una volta, vennero scambiate per degli originali del Merisi

Lo si potrebbe immaginare così, Alonso Rodriguez. Gitano come il padre, soldato spagnolo che, nel 1578, si era ritrovato a prestare servizio tra le strade di Messina. Inquieto e instancabilmente creativo, come il talento pittorico che gli era valso, fin da ragazzino, l’elogio del Senato cittadino, che gli aveva sovvenzionato un viaggio di studio tra Roma e Venezia. E verrebbe proprio da immortalarlo poco più che ventenne, spirito errante tra le antiche vestigia della Città Eterna: in cerca di sé, di un’ispirazione sublime, di una scintilla che lo guidasse al compimento del proprio destino. Fino a quando quel proposito un po’ vago, un po’ utopico, non aveva assunto l’affascinante forma di una pala d’altare. Una di quelle che Caravaggio aveva lasciato a Roma, forse a Santa Maria del Popolo, magnetica come la luce di cui era infusa. Intrisa di vita, di dinamismo, di intensità. Tanto che Alonso, le cui tracce conducono anche a Napoli, dove il fratello Luigi studiava anch’egli da pittore, si era ripromesso che mai avrebbe distolto lo sguardo da quel modello. E fu esattamente in questo modo che ebbe inizio la parabola artistica di quello che oggi, seppur la sua notorietà sia ancora lontana dall’essere affermata, è considerato a buon titolo come il maggiore dei caravaggisti siciliani. Una storia ricca di intrecci, la sua, costantemente all’inseguimento di un sogno, fatta di incontri sfiorati e di aneddoti quasi romanzeschi. Di sdoppiamenti e di equivoci che, involontariamente, ne hanno testimoniato la grandezza. Perché, dopo tanto peregrinare e dopo tanto osservare, nel 1610 si era riunito all’amata Messina. Proprio quando il suo mito, la sua somma aspirazione, aveva appena abbandonato la Città dello Stretto. Generando un’eco, un’atmosfera, un tumulto ai quali Rodriguez si aggrappò con forza e passione.

Quell’incontro personale con Caravaggio – soltanto sfiorato a Messina e forse solo accennato nella capitale – divenne quasi una magnifica ossessione. Più l’incrocio dei loro sguardi saltava, più il fantasma di quell’avventuroso e oscuro rivoluzionario dell’arte gli sussurrava all’orecchio i movimenti del pennello. E ben presto, oltre che un rinomato artista a cui le istituzioni cittadine e i facoltosi privati si rivolgevano per gli impegni più disparati – come ad esempio la Cena in Emmaus e l’Ecce Homo nella chiesa di Santa Maria di Gesù – l’anima di Caravaggio si sovrappose alla sua. Rodriguez divenne, infatti, una sorta di imitatore ufficiale, riconosciuto del Merisi: nessuno venne giudicato più adatto di lui a riprodurre i grandi capolavori del Genio. Nemmeno il Minniti, grande artista siracusano che pure aveva frequentato e persino posato per Caravaggio. Il calore delle tonalità cromatiche, la raffinata plasticità di quei corpi scavati, fortemente espressivi, la gravità di gesti e sguardi mai del tutto privi di una sacra leggerezza, la complementarità tra la luce e le ombre rappresentavano perfettamente la lezione assorbita da quel maestro spirituale per il quale l’artista siciliano verrà investito anche da un profondo rammarico, dovuto al semi-oblio nel quale il Merisi cadde nell’arte isolana dal 1640 in poi. Quel binomio a distanza, d’altra parte, risultò essenzialmente inscindibile. Al punto che Roberto Longhi, tra i più eminenti storici dell’arte del ‘900, finì per confondere il loro tratteggio in una sorta di gioco di specchi. Contemplando proprio la Cena in Emmaus e l’Incredulità di San Tommaso, ne attribuì la realizzazione proprio a Caravaggio e non al suo singolare discepolo, per giunta non proprio apprezzato: «Fin dal 1910 avvistai come opere del Caravaggio due tele compagne, purtroppo guastissime, nel museo di Messina. L’avvistamento sfuggì alla critica che seguì a pubblicarle con l’attribuzione municipale al mediocre Alonzo Rodriguez (Mauceri) o al napoletano Battistello. Purtroppo un restauro di qualche anno fa ha ulteriormente danneggiati piuttosto che favoriti i due dipinti; ma ad onta di tali traversie, rimane ancora abbastanza per riconoscervi la potenza concentrata e il fotogramma fulminante del Caravaggio negli ultimi anni del Cinquecento. Opere dunque dipinte in Roma e portate chissà quando in Sicilia».

E proprio l’Incredulità appare quasi come un manifesto, un lascito eloquente del caravaggismo siciliano: di un realismo sofferto, carnale. Di una composizione fortemente comunicativa, a tratti persino teatrale. Di un mistero che sembra disvelarsi dinanzi occhi, ma mai del tutto, come un’anima frastagliata. Un po’ come la vita e l’arte di Rodriguez, andata in gran parte perduta o danneggiata in seguito al terribile sisma del 1908. All’ombra di un mito eterno di cui fu, al tempo stesso, custode e continuatore.

(In copertina: Cena in Emmaus, 1610-1615, Museo Regionale di Messina)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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