Dalla voce struggente e disperata di Olivia Sellerio al raffinato fioretto con cui Carmen Consoli combatte le sue battaglie sociali. La nostra canzone, negli anni, ha raccontato mirabilmente le nostre passioni, le nostre paure e le nostre speranze. Eccone alcune tra le più iconiche

Sicilia, terra di malinconici. Di poesia che inneggia alla vita senza mai perdere la sua inquieta venatura. Terra di storie che si dipanano con lo stesso calore del sole ma anche con il candido, timido e nostalgico pallore della luna. Un’isola straziata, la nostra, dalla sensibilità del suo animo, dalla consapevolezza di essere così profonda da sfuggire persino alla piena comprensione di sé stessa. E allora che fare se non interrogare l’arte come una sacra indovina? Che fare se non chiedere alla sua magia di svelare a noi comuni mortali l’origine di quella sicilitudine che ci portiamo dietro come un marchio identitario? Così ci appelliamo alle opere degli scrittori o a quelle dei pittori, per trovare un’immagine che combaci con il nostro dubbio. Ma c’è anche un’altra preziosa risorsa da sfruttare: il nostro patrimonio musicale. In alcune delle più celebri e affascinanti ballate del nostro dialetto, dalle più lontane nel tempo fino alle più contemporanee, l’animo tormentosamente passionale dei siciliani è stato sezionato fino alle sue membra più infinitesimali e autenticamente pulsanti. In quelle composizioni non risiedono soltanto frammenti di passato da lucidare ed esporre nel museo della memoria: ma anche un possesso imperituro e condiviso, che ci forma tutt’oggi al di là della nostra comprensione.

Ancora vivo è il ricordo di canzoni pioniere di quello che ormai non è più soltanto un fenomeno legato al folklore, ma al senso più completo della parola cultura: nessun siciliano che si rispetti farebbe fatica a richiamare alla mente la soave e sospesa serenata (originariamente scritta sotto forma di lirica da Giovanni Formisano e poi trasformata in musica da Gaetano Emanuel Calì) E vui durmiti ancora; o le addolorate note della divina Rosa Balistreri (Cu ti lu dissi, Mi votu e mi rivotu), evocazioni di una bellezza e di un sentimento sempre minacciati dall’ombra della mancanza. Da allora la nostra musica, figlia di tali eccelsi progenitori, ha prodotto nuove indimenticabili melodie. Quelle scanzonate e catartiche di Saretto Calì, che ci ricordano quanto importante possa essere il riso come meccanismo di difesa contro le brutture della vita; o quanto istintivo possa risultare, con la valigia in mano, volgersi lacrimosamente indietro alla propria terra e sussurrarle: «Stringimi forti, non ti sacciu lassari. Staiu partennu, ma già vogghiu turnari». Quelle impegnate e roventi di Malarazza, canto popolare reinterpretato dai Lautari in coppia con Carmen Consoli, che riportano ad una Sicilia antica e bestiale fatta di prepotenti e sfruttati, in cui un servo rivolge a Cristo la sua anelante brama di libertà: «Cristu, lu me patruni mi strapazza/ mi tratta comu n’cani ppi la via./ Si piglia tuttu cu la so manazza/ mancu la vita dici ca è mia./ Distruggila, Gesù, ‘sta malarazza». E poi, immancabili, le grandi e struggenti intonazioni che restituiscono il caleidoscopico volto dell’amore. Tra queste, Cocciu d’acqua, canzone con cui nel 1983 Stefano Biondi si aggiudicò la 4° edizione festival della nuova canzone siciliana: un’immagine gioiosa e pura è quella che ci accarezza il cuore, di un sentimento che si cela nella semplicità quotidiana, nel rito innocente e compiaciuto di litigare per poi far pace abbracciandosi. Ma l’amore, molto spesso, sa anche essere velenoso e soffocante: sa tenerti prigioniero nelle sue spire, importi la sua legge senza concederti l’onore delle armi, sovrastarti senza lasciarti il tempo di divincolarti. Sa essere un padrone crudele e masochista, un «malamuri c’un ti nni fuj, ‘un ti nni scappi», che «arrappa lu cori, antrica li veni e passìa intra li rappi», come canta, disperata e suggestivamente arabesca, Olivia Sellerio, voce che da anni accompagna le avventure televisive del Commissario Montalbano.

Un quadro parziale quello fin qui emerso, certo, ma pur sempre significativo. Perché esemplificativo di una dinamica che appartiene in modo particolare a noi siciliani: quella di saper raggiungere il fondo delle cose. Sì, siamo ancestralmente attratti dal vortice tumultuoso delle passioni: ci gettiamo a capofitto tre le loro pieghe, ci aggrappiamo con tutto il nostro essere a quell’attimo di estasi, senza timore per il dolore o la delusione che potrebbero scaturirne. Viviamo, come popolo, sul limitare di quella soglia impercettibile che separa esaltazione e precipizio, emozione e vacuità. Amiamo i vortici travagliati perché solo nel confronto con essi ci sentiamo vivi. Anche dinanzi alla nostalgia al commiato, agli addii forzati, alle illusioni che disvelano l’amarezza di un miraggio, agli amori irrealizzati o finiti troppo presto, a quelli così sofferti da spingerci a maledirli. Questo ci insegna la nostra musica: che la nostra natura non consiste appena nel guardarli, quei vortici. Ma nel saltarvi dentro e gustarne ogni istante. Per imparare che, a volte, anche la sofferenza ti mostra la strada verso la vita.