Intorno a mezzanotte. La storia di Chet Baker termina nella solitudine di una stanza d’albergo come nel film Round Midnight di Bertrand Tavernier, ma non ha inizio nei ghetti neri. Il colore della pelle di Chesney “Chet” Baker non era lo stesso di quella di Miles Davis, Charlie Parker, Lester Young, Bud Powell e Billie Holiday. Tuttavia, da quella misteriosa notte del 13 maggio 1988, quando morì precipitando dalla finestra di un albergo nella zona del quartiere a luci rosse di Amsterdam, il suo nome si è affiancato alla schiera di quei “jazzisti maledetti” che hanno scritto alcune delle pagine più importanti e drammatiche della storia di questa musica.

Chet Baker lo conobbi in un freddo e spoglio camerino del Messina Jazz Meeting nell’estate del 1985. Aspetto sofferto, il volto segnato da profonde rughe, capo chino, sguardo fisso nel vuoto, il musicista nato nel 1929 in Oklahoma sembrava uscito dal tunnel della droga: aveva perso i denti, le mandibole gli erano state fratturate dagli spacciatori, ma la sua tromba risuonava come prima: dolce, malinconica, poetica. «È stata importante la droga ed ha avuto molta influenza su di me, come artista e come uomo», biascicò. Poi, dopo una pausa di riflessione, aggiunse: «Se non lo avessi fatto forse non suonerei come faccio oggi. Tutti i musicisti a quel tempo usavano droghe. Tutti quelli che vivevano e suonavano con me, da Charlie Parker a Gerry Mulligan».

Era il Baudelaire della tromba, il poeta per cui la droga rappresenta il mezzo più adatto per esaudire quel gusto dell’infinito che urge nei cuori, per superare l’eterno “mal de vivre”. Non rinnegava il passato, ma sembrava essersi disintossicato.

Lo rividi due anni dopo, nel dicembre del 1987, al Nuovo Teatro di Catania, ospite della rassegna del Brass Group.  Nel suo volto balenò un sorriso, si leggevano segnali di ottimismo: mi annunciò di aver appena terminato di realizzare tre video con Elvis Costello, stava interpretando un film di Pierre Mertens ed avrebbe dovuto scrivere la colonna sonora del lavoro cinematografico di Bruce Weber. Cinque mesi dopo, intorno a mezzanotte, la tragica e inattesa notizia.

Su quella notte ad Amsterdam restano irrisolti tanti misteri. La polizia si limitò a comunicare che «tutto quello che sappiamo è che non è implicata alcuna attività criminosa», lasciando propendere verso l’ipotesi del suicidio. Ma la finestra della camera del trombettista scorreva verticalmente lasciando uno spazio di appena 25 centimetri, nel quale era difficile infilarsi anche per uno smilzo come lui. Su quella notte indaga adesso il regista olandese Rolf van Eijk nel film Jazz Noir – Indagine sulla misteriosa morte del leggendario Chet che sarà proiettato il 23 novembre al cinema King di Catania, dal 22 al 24 al The Space di Etnapolis e dal 23 al 24 all’Iris di Messina.

«Sono un fan di Chet Baker da quando avevo vent’anni», racconta il trentasettenne regista olandese. «Prima non ascoltavo jazz, ma mi sono trasferito ad Amsterdam. E nella mia strada, nel centro di Amsterdam, c’era un jazz café. Da quel momento cominciai ad ascoltare jazz. Poi è arrivato Chet Baker e mi sono innamorato del suo tono di voce unico e della sua vulnerabilità, anche, ovviamente, del modo in cui suonava la sua tromba. A quel tempo la mia ragazza mi aveva lasciato dopo sei anni di fidanzamento, la musica di Chet mi ha davvero aiutato ad alleviare il dolore dell’amore perduto. Invece di farmi arrabbiare, mi ha addolcito e mi ha aiutato a mettere da parte il mio ego. Ho davvero iniziato ad interessarmi alla persona dietro la musica e ho iniziato a fare ricerche su di lui. Ho scoperto che c’erano due lati di lui. La sua “apparizione sul podio”, con lui sul palco molto vulnerabile e piccolo, e dietro il palco, nella sua vita privata, dove non era un uomo molto romantico. Era molto manipolatore, egocentrico e ho scoperto che non era in grado di impegnarsi veramente con il vero amore. Ma può cantarlo. Sono stato stimolato dal fatto che fosse adorato in tutto il mondo da milioni di persone. Le donne, gli uomini lo amavano. Era bello da giovane, come James Dean. In Italia lo chiamavano “L’Angelo”. Ma è morto da solo sul marciapiede di una strada sporca nel quartiere a luci rosse di Amsterdam».

Il film parte proprio dagli ultimi giorni del trombettista ripercorsi dal detective Lucas. Della figura di Chet non si nasconde niente, il film ne mostra la debolezza, la violenza verso la fidanzata Sarah, non evita la tossicodipendenza, ma ne esalta le doti artistiche, frutto anche del suo tormento interiore. «Il blues pervade tutti noi», disse Baker. «Abbiamo bisogno del blues, perché quando sei stanco del blues non hai più niente su cui contare». Quello che ne esce è il ritratto di un angelo e demone, genio e sregolatezza, di un uomo sul finire della sua esistenza, segnato dall’arte e dalla vita, nel fisico e nell’anima. La pellicola ha un affascinante andamento lento, con una fotografia dalle tinte fosche, è dolente, sofferente come la vita del jazzista. È l’attore Steve Wall (anche frontman della band The Walls and The Stunning), a calarsi perfettamente nel personaggio di Chet Baker, con la sua voce strascicata e la camminata incerta, mostrando sul volto i demoni del jazzista che si trascina nei vicoli decadenti di Amsterdam e che si trasforma sul palco dei fumosi jazz club. Steve Wall ha preso lezioni di tromba ed ha lavorato sulla voce in modo che fosse più nasale, così da riuscire anche a cantare due brani portanti della colonna sonora: My Foolish Heart e My Funny Valentine.

«Conoscevo già Chet Baker, avevo alcuni suoi album, ma per preparami a questo ruolo ho cercato tutto ciò che lo riguardava, libri, interviste e filmati di concerti», ha detto Steve Wall. «Ho amato questa ricerca. Non avevo mai suonato la tromba prima ma ho preso lezioni durante le riprese, ho imparato anche la diteggiatura e la respirazione, quindi sembra che stia davvero suonando. Volevamo che sembrasse assolutamente reale, in modo che anche un trombettista che guarda il film pensi che sto suonando».

Il sorprendente finale farà discutere. «L’elemento potente del cinema è che puoi giocare con il tempo e lo spazio all’interno della storia che racconti. È l’ultima forma d’arte per farlo», commenta il regista. «Quello che volevo fare, dopo aver visto la storia svilupparsi sui due personaggi di Chet e dell’investigatore Lucas, che hanno qualcosa in comune, è che dopo aver iniziato “insieme”, alla fine si sarebbero riuniti in una stanza. Non è un film guidato dalla trama, ma è più un viaggio spirituale. Chet funziona come una figura di “Cristo”, che ha dato la sua vita alla musica, mentre il detective deve percorrere la sua strada».

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