Da un lato il lusso sfrenato di un ristorante accessibile a una ristrettissima cerchia di individui; dall’altro, il viaggio interminabile di un bambino che, sotto un sole cocente, cerca disperatamente di ottenere due taniche d’acqua. In mezzo, nessun commento o didascalia: solo l’evidenza del nostro presente fatto di contraddizioni e la forza evocativa dell’arte. La stessa a cui Armin Greder, con le sue illustrazioni, da tutta la vita affida il suo desiderio di giustizia ed equità. «L’arte è uno strumento. E a quali fini debba essere applicato dipende dall’artista che lo usa». È da questo assunto di partenza che Notiziario (Orecchio acerbo editore, 2023) – opera che l’artista di fama internazionale nato in Svizzera nel 1942 e poi emigrato nella lontana Australia nel 1971 ha di recente presentato a Catania – pone alla nostra società delle domande scomode. Come si può accettare, ad esempio, che sui social diventi virale un video di un padre che, in Pennsylvania, insegna alla figlia di otto anni come maneggiare un lanciafiamme? O che dallo scioglimento dei ghiacciai, e da tutte le catastrofi legate al climate change che stanno costringendo numerose popolazioni ad emigrare dalle loro terre natali, ci sia chi riesca ad arricchirsi vendendo acqua pura imbottigliata? «Il mio intento – ha spiegato Greder – non era tanto quello di trasmettere un messaggio, quanto mostrare semplicemente il tremendo abisso che separa il primo e il terzo mondo, la ricchezza e la povertà. L’evidenza che emerge è innegabile: dobbiamo accettare che la società che ho cercato di riassumere nel mio libro è qualcosa di terribile».

LE COLPE DEI MEDIA. Ma nelle 17 coppie di notizie che Greder ha voluto immortalare con il suo carboncino – che significativamente dona colore alle scene ambientate nel mondo dell’abbondanza, giocando invece sui delicati toni cromatici del beige e del marrone per indicare l’indifferenza dell’occhio comune verso le controparti – c’è spazio anche per una critica al mondo dell’informazione, incapace di arginare il proliferare delle fake news e troppo spesso polarizzato al punto da deformare lo sguardo sulla realtà. «È semplice notare come – ha proseguito l’artista – molte volte articoli assolutamente incongruenti tra loro finiscano per condividere lo stesso segmento di telegiornale o la stessa pagina. Ma, in fondo, è questa la natura del nostro mondo: profondamente schizofrenica».

Armin Greder

IL PRIVILEGIO DI RACCONTARE. Di tale schizofrenia lo stesso Greder, a suo dire, è un risultato. «Adoro viaggiare e spesso sono state proprio le varie tappe in giro per il mondo ad alimentare la mia arte. Il punto è che sono bianco ed ho un passaporto svizzero. Con questa combinazione è facile, sono ben accetto quasi ovunque. È capitato persino che il governo australiano, una volta ottenuta la cittadinanza, mi pagasse il viaggio. Ma se fossi nero, e possedessi ad esempio il passaporto del Burkina Faso, molto probabilmente dovrei ricorrere a mezzi illegali se volessi andare entrare in altri paesi, con buone probabilità di andare incontro una morte spiacevole prima di arrivarci. E anche se ci arrivassi, che tipo di vita potrei aspettarmi?». Quella di tanti dei soggetti che trovano spazio nelle sue pagine. «Ho scelto di rappresentarli con una certa dose di realismo, ma, al tempo stesso, ho anche optato per dei tratti che li avvicinano alla caricatura. Mi è sembrato il modo migliore per restituire il modo in cui vengono privati di ogni credibilità e dignità».

IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA. Navigare controcorrente, d’altro canto, per l’artista svizzero è quasi naturale. Fin da quando era appena un ragazzo: «Ricordo che mia madre portava a casa dalla biblioteca comunale del picciolo centro in cui vivevo libri che raccontavano di viaggi e spedizioni in luoghi lontani. Ho iniziato a fantasticare su quei posti e a realizzare che con l’arte avrei potuto esplorarli e fissarli su un foglio. Ma i miei genitori erano piuttosto scettici rispetto alla mia volontà di seguire questa inclinazione. E così posso dire di aver imparato più facendo che studiando». Poi la svolta: «Tra un lavoretto e l’altro mi occupavo di realizzare vignette politiche e progetti di design grafico. Fui notato e scelto per insegnare illustrazione al Queensland College of Art. Solo allora iniziai a riflettere seriamente su cosa significhi comunicare attraverso l’illustrazione».

BUCARE L’INDIFFERENZA. La sintesi di quella riflessione anima ancora oggi i suoi lavori: «Mi guardavo intorno – esattamente come mi accade oggi – e continuavo a vedere un mondo che cadeva a pezzi. Un sistema in cui alcuni godevano di ogni diritto mentre altri faticavano ad ottenere quelli più elementari. Capii che il mio modo di illustrare sarebbe stato un mezzo per fare critica sociale». In soccorso gli vennero esempi illustri di artisti che senza timore avevano denunciato le ingiustizie del proprio tempo: «Cominciai a guardare a Goya, a Käthe Kollwitz e a Honoré Daumier, al loro coraggio di denunciare ciò che non andava. E l’illustrazione mi apparve allora come un grande teatro, in cui potevo affidare agli attori che avrei disegnato un’infinità di storie». Non è forse una prerogativa dell’arte saper essere scomoda? «Negli anni ’70, i libri illustrati erano considerati per bambini e rappresentavano un mondo sano, ideale. Ma me interessava il mondo reale, il suo lato oscuro, gli abusi di cui nessuno parlava. Non mi sorprende che il mio primo lavoro, L’isola (che ha come tema quello dei migranti, ndr), sia stato inizialmente rifiutato». Ma la sua determinazione, alla fine, ha avuto la meglio. E oggi Greder, con il suo inconfondibile stile, parla ad ogni generazione: «Sono convinto che l’immagine sia un lusso. E che spesso sia la autentica estensione delle parole»

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