Nell’opera che più di ogni altra ne ha determinato la fama, Il deserto dei Tartari, Dino Buzzati scriveva malinconicamente: «Gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita». L’isolamento, il senso perenne di estraneità, è una categoria fondativa dell’umano sentire. Assomiglia, questa radicale e talvolta inconscia incomunicabilità tra simili, ad un fardello silenzioso di cui è difficile liberarsi. Ad una cella oscura in cui non si intravede la chiave per scardinarla. Quelle segrete, così temute eppure così frequentate, sono spesso state l’amaro palcoscenico di innumerevoli illustri scrittori. Dante, Foscolo, Dickinson, Woolf, Dostoevskij, Kafka, Pavese, giusto per citarne alcuni. Proprio il loro sforzo titanico di accorciare le distanze, di sentirsi parte di un mondo che li aveva rifiutati o dal quale avevano volutamente fatto un passo indietro, ha animato le loro straordinarie pagine. E si è riverberato, come il cangiante riflesso di un lampo, sui personaggi che dal loro ingegno hanno preso vita. Sulle loro scelte, sulla loro inerzia, sul loro irrazionale timore del tempo, sulle frasi smozzicate dalla rassegnazione. Tra questi, andrebbe annoverato anche un nome che ha pagato con una fama ben al di sotto dell’effettivo valore della sua scrittura un carattere estremamente riservato e a tratti intransigente. Il riferimento è al palermitano Angelo Fiore (nato nel 1908), che con il suo stile elaborato e la sua poetica modernista ha incarnato una delle più singolari esperienze letterarie del secolo scorso. Benché i riconoscimenti in vita non gli mancarono – su tutti quello di Mario Luzi che fu tra i primi ad intravederne le potenzialità – oggi il suo nome appartiene a quell’indistinto insieme di sedimenti sul fondale della memoria che fanno fatica a riemergere con costanza. Eppure il monito lanciato al suo tempo sembra più che mai proiettarsi in avanti fino a noi e alle nostre false e fragili certezze.

I suoi romanzi, infatti, appaiono ammantati da un’atmosfera di immobilismo. Personaggi inconcludenti, esistenzialmente claudicanti, tutto fuorché decisi e convinti del loro stare al mondo, si alternano in quadro generale desolante, all’interno del quale nessuno riesce mai davvero a fare breccia nella sensibilità dell’altro. Tutti, per un motivo o per un altro, si ritrovano travolti dall’indifferenza e dalla paralisi del non sapere agire: colpa di lavori poco soddisfacenti, di rapporti umani superficiali e fittizi, di maldicenze, sospetti e ipocrisie che incancreniscono persino le famiglie. Aveva ben presente, Fiore, quel genere di vita dominata dalla vacuità. Era stato a lungo un funzionario della pubblica amministrazione e poi era passato all’insegnamento dell’inglese a scuola. Conosceva i vizi e le crepe di quegli ambienti votati alla produttività e alla competitività. E aveva scelto di trasferire sull’inchiostro quel grumo di ansie e di frustrazioni. Così era nato Il supplente (1964), romanzo nel quale il protagonista tenta continuamente di autoconvincersi – senza successo – che lo squallido paesino in cui è chiamato a prestare servizio sia il segno di un radicale cambiamento a lungo atteso, salvo poi ritrovarsi più solo, sfiduciato e incapace di trovare la sua dimensione di prima. «Quantunque stanco – afferma il personaggio – non sono ancora vissuto. A me il fallimento è necessario».  Su questa medesima traccia aveva trovato le sue fondamenta L’incarico (1970), nel quale Silfi, che non riesce mai a combinarne una giusta, spera di riabilitare il suo nome esponendo un collega accusato di aver sottratto del denaro. «Non esce dal suo io: il suo animo si estende e si allarga da per tutto; e si frappone tra lui o le cose, tra lui e gli altri. Quando cerca la realtà, ritrova sé stesso, o trova il nulla». Una realtà apparentemente deformata, sbiadita, priva di sussulti, svela in realtà uno dei mali che affligge la contemporaneità: l’incapacità a vivere il presente. I personaggi di Fiore attendono passivamente il volgersi del loro destino: subiscono gli eventi, costruiscono discorsi raffazzonati e sperano che chissà quale colpo di scena arrivi a destarli dal loro torpore. Ma mai realmente compiono lo scatto decisivo. Mai realmente si adoperano per capovolgere il verso di ciò che sono. Confinati in un eterno domani che ha dimenticato la valenza del presente.

E come quelle figure di carta, il nostro orizzonte è sempre spostato un po’ più in là: al prossimo risultato da conseguire, all’eccitazione per la novità che soppianterà la monotonia. Scavalchiamo il tempo che ci è dato di vivere, e con esso tutti gli altri che lo popolano e lo condividono con noi. Annunciamo a noi stessi ciò che verrà, senza fondare nell’oggi, nelle persone e nei sentimenti che ci sono già, i presupposti per realizzarlo. La solitudine, come dice Buzzati, è la difficoltà di capirsi l’un l’altro. Ma ancor prima quella di capire sé stessi e il valore che diamo alle cose.

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