Bonaviri e le avventure del dottor Bilob: la magia perduta è negli occhi degli altri
Il tran tran del matrimonio della figlia da preparare assorbe il protagonista del romanzo da un po’ di tempo. È solo l’ultimo di una serie di doveri e di frenesie che gli appesantiscono l’anima. Ma poi, d’improvviso, qualcosa cambia. Segni di emozioni perdute tornano a galla. E degli incontri, apparentemente bizzarri, gli rivelano la verità. Perché la meraviglia accada, a volte, serve solo crederci con la purezza di un bambino
Sussiste, nella realtà che quotidianamente ci sforziamo di abitare e di interpretare, un certo grado di magia. Un insieme di segni sfuggenti, apparentemente slegati tra loro, che si manifestano nella presunta banalità di un incontro, in un sussurro di vento, in svagate similitudini che finiscono per tramutarsi in ricordo. Si nascondono, questi segni misteriosi, dietro di un velo di prosaicità, nell’indifferenza di una consuetudine ormai logora, nella rassegnazione che non conosce intuizione. E poi esplodono, si dipanano, straripano dinanzi ai nostri occhi increduli. La casualità diventa destino, la coincidenza necessità, l’opportunità storia di fili riannodati. L’ignoto si rivela come reminiscenza di un passato dimenticato. O come fulminea incursione di un futuro che ci chiama a sé. Di tale magia, di questo laico e favolistico rito esistenziale, Giuseppe Bonaviri fu cantore e profeta. Personaggio e narratore. Puparo e paladino. Seppe infondere nell’autobiografia il riflesso di un’umanità aggrappata all’innocenza dell’infanzia, alla purezza smarrita di uno sguardo fanciullesco. Cercatore inesausto di ciò che giaceva – e continuare a giacere – dietro il grigiore della modernità. Di miti, di leggende, di dolcezze bislacche. Come quelle in cui si imbatte Il dottor Bilob (1994) – proiezione letteraria dell’autore stesso – quando, al seguito della figlia che sta ultimando i preparativi per il matrimonio, una dimensione alternativa, a tratti sotterranea, sembra ripresentarsi al suo sguardo stralunato. Un limbo onirico che lo turba, lo interroga, e lo convince a tornare a casa da solo, in treno, per scrutare sé stesso come ciò che scorre fuori dal finestrino. È l’incipit del romanzo, ma anche di una di qualcosa di inaspettato. La scintilla che divampa ed illumina una galleria di personaggi improbabili, illogici, carichi di passioni e propositi così fantasiosi da apparire eccessivi persino per un romanzo. Ma è in proprio in quei personaggi, in quelle maschere caricaturali, che l’autore e il protagonista – e noi con loro – torneranno a scorgere un frammento di autenticità.
All’inizio è l’umile venditore di palloncini della stazione Termini: un vecchio arabo piegato dal peso del tempo che si crede discendente di un antico poeta. E che si aggrappa alla sua mercanzia come un bambino fa con il filo dell’aquilone che lo condurrà in un misterioso e variopinto altrove. Poi è la volta di un fisico sui generis, il rockettaro Totò, che ammalia il dottore con la suggestiva teoria del suono universale: «Volendo possiamo trasformare gli ultrasuoni in onde musicali. Per me la musica nasce da ogni angolo dell’universo». Tutti sembrano voler parlare con Bilob: tutto converge verso la sua emotività sopita, verso quello stupore che aveva riposto in una polverosa soffitta del cuore. Soprattutto, a parlare con lui, emersa dal bosco fatato ai margini di Frosinone in cui la figlia celebra le nozze, è Angelica, personificazione della letteratura e dell’epos, se ne esiste una. Tra echi ariosteschi e antichi misticismi, quella che appare in scena è quasi una figura astrale, un’appendice lunare che, per una volta, ha compiuto il percorso inverso. Incontro, ella stessa tra reale e fittizio: «Molti ospiti si erano incuriositi per quella apparizione. Angelica si era venuta a trovare in una scia di luna. Sembrava tremasse in una chiarìa d’argento. Il corpo stesso di Angelica assumeva una sinuosa mollezza luminescente». Un passo verso Bilob, poi un altro. Mani che si stringono e partono alla volta di un viaggio verso frontiere sconosciute. E forse non importa stabilire se sia avvenuto davvero o meno. Determinare se Angelica è un’apparizione o un’allucinazione. Ciò che è rilevante, piuttosto, è che il dottore è tornato a credere. Credere che gli altri incrocino il nostro cammino per una ragione precisa. Che la vera magia non è sinonimo d stranezza, ma è guardare alle cose con spirito rinnovato. «Angelica investita in pieno dalla luce, si disperse in una serie infinita di lunule. Si sentì confuso in quell’illusorio moltiplicarsi di Angelica, credette di abbracciare un corpo, ma si trovò tra le braccia un’abbagliante ombra che vibrava. Capì che Angelica era imprendibile, sfuggiva a lui, sfuggiva a sé stessa. “Questa ragazza – pensava – mi sta ottenebrando la mente di illusioni”. Angelica mi disse svelta e suasiva: “Ogni avventura è un uscir fuori di noi stessi per ritornare ad uno stato primitivo perduto”». La magia, insomma, è imbattersi, intrecciarsi, contaminarsi di ciò che non sappiamo di desiderare. Di una luce che ci illumina prima ancora di riuscire a scorgerla.
In quella parentesi dai contorni epici Bilob ritrova la strada. Perdendosi in ancestrali isole di pace. Staccandosi dal tempo lineare della società e del dovere per abbracciare quello circolare dell’attesa, della meraviglia. Accogliendo la contemplazione oltre la frenesia. Raccogliendo l’incanto di volti che raccontano storie. La sua. La nostra. Quella di tutti i giorni e le notti trascorse a sperare, creare, immaginare sotto il medesimo cielo. Perché, in fondo, è lì che dovremmo risiedere. In quello spazio fragile dove ogni parola, ogni gesto dell’altro può regalarci una nuova avventura. Un nuovo sentire. In quella sospensione che J.M.Barrie fece teneramente descrivere a Trilly in uno dei più bei dialoghi con Peter Pan: «Sai quel luogo che sta fra il sogno e la veglia, dove ti ricordi ancora che stavi sognando? Quello è il luogo dove io ti amerò per sempre. È lì che ti aspetterò».
(Immagine in copertina realizzata con OpenAI)

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