Brancati, “Una festa da ballo” e le ombre che la guerra ci fa dimenticare
In uno dei racconti in cui lo scrittore di Pachino ripercorre gli scenari catanesi devastati da bombardamenti del secondo conflitto mondiale, un grande paradosso si prende la scena: mentre i potenti si agghindano e si scambiano chiacchiere frivole tra una danza e l’altra, a poca distanza c’è una realtà di dolore, di ciò che non tornerà più: i corpi, i sogni, le speranze. Di cui restano solo oggetti di vita quotidiana ai bordi di una strada dissestata. Perché le bombe sono ormai così normali che nessuno sembra badare più ai loro effetti. Ieri come oggi
C’è sempre qualcosa che sfugge, quando si parla di guerra. Qualcosa che resta sommerso, sovrastato da rumori sinistri, da pile di indifferenti considerazioni. Si deposita sul fondo delle coscienze, come detriti o relitti che solo di rado hanno l’opportunità di riaffiorare. Si fa la conta, in guerra. Degli armamenti, delle munizioni, dei chilometri persi o guadagnati su confini sperduti, tra montagne e valli senza nome. Lo si fa anche dei morti: rigorosamente in cifre, come se servissero ad aggiornare un macabro ed immaginario almanacco. Tutto sembra contingentato, classificato. Ma qualcosa continua a sfuggire. Le storie, di quegli scomparsi. I sogni strappati, gettati nell’oscurità di un presente senza ricordi, i giorni improvvisamente sprecati a spiegare l’insensatezza del morire in un lampo. I corpi, nella loro sacralità non più inviolabile. Straziati, qualche volta. Dispersi, in altre: confusi, mischiati alle macerie senza, cemento di sangue. Nessuno parla più dei corpi: di quelli che non ci sono più, ma anche di quelli che restano a combattere o, semplicemente, ad assistere. Scollegati dalle loro menti, impotenti rispetto ad ogni tentativo di movimento, di sottrazione al dolore. Quei corpi semoventi, che seguono l’eco dei fantasmi, che si trascinano su apparenze sempre in agguato, sono il prodotto più comune – e più ignorato – della guerra. L’insostituibile perdita che, tuttavia, si pretende di sostituire immediatamente, come in una macchina industriale dotata di un irrefrenabile catena di montaggio. I corpi, dunque. Frammenti di vita scompaginati dalla furia delle bombe. I corpi, tanto cari a Vitaliano Brancati e al suo sguardo impietoso, indagatore. Al suo profondo ripudio della violenza e della sopraffazione, al suo essere testimone dello sprofondare di una città nell’incubo di un bombardamento. E del suo restare, anche a distanza di tempo, prigioniera di quella pioggia di paura. Anche quando la normalità sembra riassestarsi. Per poi rivelarsi nient’altro che ipocrisia. L’affermarsi di un ordine capovolto.
In uno dei racconti inclusi in Il vecchio con gli stivali (1946), vale a dire Una festa da ballo, lo scrittore di Pachino mette in scena una grande coreografia del non detto e del surreale. Tutto ruota – in una città che il lettore non farà fatica ad identificare come Catania – attorno a questo grande evento che sembra farla fremere: la danza. L’espressione di quella libertà ritrovata a caro prezzo, dell’incedere dei passi che dovrebbero allontanare gli spettri del terrore. Sembra un quadro felice, di rinascita. E invece, ben presto, flashback sinistri si fanno largo sula scena. Lo sfrecciare degli aerei si fa nuovamente vicino, mentre l’oscurità della sera sembra fare il paio con l’asfissia delle pareti di un vecchio rifugio. È un ballo di reduci, che sulle punte della guerra hanno danzato sin dall’inizio. E che adesso indossano abiti sfarzosi, conversano amabilmente senza ascoltarsi l’un l’altro, sfilano in stanze piene soltanto del loro ego, lasciando fuori dalla porta scorci di verità. Il potere si celebra, si autoafferma, e nel farlo esclude consapevolmente dai suoi orizzonti la sofferenza. La musica sale di tono, anch’essa con un fare perentorio, di imposizione. Mentre il suo controcanto appare in tutta la sua desolazione. Case sventrate, vesti senza più padroni ancora appese a chissà quale filo del destino; inezie di un’umanità perduta, unici dettagli di vite altrimenti transitate troppo in fretta: lampade, specchi, soprabiti, scarpe, orologi da polso. Memorie senza più appiglio, se non quello della solitudine. O, per usare le parole della studiosa Anna Carta, «tutti oggetti che in tempi normali si collocavano in una posizione di reciprocità – essendone una “estensione” – rispetto al corpo vivente e che ora invece diventano testimoni del corpo offeso».
Offeso come il mondo che rappresentano. Che, in fondo, non è poi cambiato tanto. Perché le guerre sono le prime a non farlo. Ieri come oggi, c’è sempre qualcuno che danza di fronte alle macerie che ha generato. Che passa e ignora. Che invece di raccogliere i ricordi li lascia sprofondare. Come i corpi senza più concretezza. Liberi, forse, dal dolore. Ma incatenati a quegli sparuti dettagli finiti ai bordi delle strade.
(Foto in copertina: Freepik)

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