Bufalino e le “Calende greche”: il fascino malinconico di una fabbrica di ricordi
«Credo di essere un collezionista» diceva di sé l’autore comisano riferendosi alla sua tendenza a soffermarsi sugli istanti passati della propria vita. E lo è anche il narratore del romanzo che scardina il genere dell’autobiografia infarcendo di finzioni il proprio racconto. E, in fondo, tutti noi siamo narratori di noi stessi. Perché quando ricordiamo tentiamo, utopisticamente, di rileggere il passato. Di dargli un nuovo senso. Finendo per rivivere, oltre a ciò che è accaduto, anche tutte le infinite possibilità di ciò che non è mai stato
Se li si osserva da una certa angolazione, dal cantuccio della memoria che si defila appartato dalla travolgente frenesia dei nostri giorni, i ricordi appaiono come sfuggenti ingranaggi disposti su un nastro trasportatore. Ciclicamente, con la sequenza che di volta in volta si materializza rinnovata nell’atto di ripercorrere il passato, tornano a bussare con insistenza, mentre il loro inesausto scorrere ci impedisce di afferrarli compiutamente. Si lasciano, tutt’al più, accarezzare, sfiorare quanto basta per tornare a vibrare in armonia con un futuro che ignorano. In un istante si materializzano, come luoghi perduti, volti incrociati, accenti sconosciuti uditi chissà dove. E poi, con la stessa fulminea fuggevolezza, si rintanano in sensazioni eteree, in vagheggiamenti carichi di rimorsi che finiscono quasi per deformarli, per ricombinarli. Perché attingere ad un ricordo equivale, spesso, a riscriverlo. A generare una sovrapposizione di trame, di identità parallele, di evenienze più o meno remote. Essenzialmente ricordiamo e riviviamo, come se ancora avessimo potere sul loro svolgimento. Alle frasi dette si affiancano quelle lasciate nell’eterna sospensione, nelle scelte compiute si riflettono quelle temute o mai affrontate, e viceversa. Nell’unità del nostro sé si insinuano frammenti di possibilità, scenari inesplorati, finzioni consolatrici a cui tentiamo di conferire la concretezza dell’esistenza. Ed è forse questa la natura più profonda della scrittura: reimmaginare e sottrarsi a ciò che è stato. Rivitalizzare e seppellire ciò che ci sta alle spalle. Di certo lo era per la scrittura di Gesualdo Bufalino, sempre ambivalente nella sua contemporanea propensione a gettarsi a ritroso per poi compiere una leggiadra giravolta verso l’ignoto. Capace di rivoluzionare persino uno dei generi più codificati della letteratura, l’autobiografia, con la sua classica miscela di realismo e mistero. Summa di tale pensiero fu Calende greche, romanzo del 1992 che già nel titolo ospita l’abbraccio tra utopia e rimpianto, tra – prendendo in prestito il lessico della linguistica – tra significato e significante. Un romanzo che dovrebbe farsi alfiere incorruttibile della verità, della linearità degli eventi. E che invece finisce per rimodulare infinitamente sé stesso.
Già il narratore sembra prendere le distanze dal suo stesso lettore, alludendo ad un’identificazione con il proprio autore che non si disvela mai per intero, che non trova in nessun passaggio la sua consacrazione definitiva. Nel raccontare i giorni del suo passato che appare fin troppo dilatato, la voce narrante si sforza di donare loro ordine, contesto, riconoscibilità. Ma una strana forza interiore sembra trascinarlo lontano dalla verosimiglianza che si converrebbe ad un’avventura autobiografica: più il ricordo si fa vivido, più la sua attendibilità traballa. E la successione di quei quadri che ricordano quasi un almanacco popolare, un volume illustrato che dall’infanzia arriva fino al suo estremo opposto, ben presto si trasforma in una danza di dubbi. Le calende, quegli appuntamenti che proverbialmente indicano una non-scadenza, si rivelano per quello che sono sempre state: giorni impossibili, mete mai raggiunte, orizzonti mobili che si spostano sempre un po’ più in là. Giorni mai accaduti, o forse continue metamorfosi. «Credessi almeno – si ritrova a sentenziare il narratore fra sé e sé – a quello che scrivo. Alla passione di me che scrivo e alla compassione di chi nell’ombra mi ascolta». Il patto autobiografico è così spezzato: i fatti tramutati in un museo delle finzioni. Ma proprio quando questa inusuale – e a tratti inconscia – manipolazione sembra tratteggiare una parabola esclusivamente individuale, ecco che il personaggio bufaliniano svela sé stesso come archetipo di tutti coloro che, almeno una volta, hanno tentato di riscrivere i propri passi. Di immaginarsi differente, di recuperare, sul fondale di ciò che appariva dimenticato, il senso più profondo del proprio stare al mondo. C’è tutta l’umanità, gioiosa o affranta, in quel viaggio all’indietro che, pur conoscendo l’impossibilità del suo desiderio, vorrebbe ridare a forma alla felicità o un nuovo finale ad una sorte sventurata. Persino le persone che affollano i ricordi sono, in parte, continuamente rinnovate: perché a volte, semplicemente, le calende greche non sono altro che i giorni in cui chi abbiamo abbiamo incontrato si presenta come ciò che avremmo ardentemente voluto diventassero per noi. E che invece non sono stati. Come un’opera mai scritta che vive solo nell’intenzione di chi l’ha pensata. Ricordare, in fondo, è sì dialogare con qualcosa di familiare, ma anche con ciò che non si è conosciuto. È interloquire col nulla di ciò che non si è realizzato. È rivivere le infinite possibilità a cui non smettiamo di aggrapparci anche quando la loro lontananza appare ormai incalcolabile. «Si scrive – ebbe a dire Bufalino – per guarire sé stessi, per sfogarsi, per lavarsi il cuore, per dialogare con uno sconosciuto lettore. Ritengo che l’uomo sia nessuno senza memoria. Ed io credo di essere un collezionista di ricordi. Un seduttore di spettri».
(In copertina: Ph. Jon Tyson | Unsplash)

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