Bufalino, la gita scolastica e il futuro che si rivela: la magia dell’effetto Orestea

Maggio 1948: lo scrittore di Comiso è un giovane docente, incaricato di accompagnare la sua classe al Teatro greco di Siracusa, dove è in programma la trilogia di Eschilo sulle vicende della famiglia di Agamennone. Ancora non sa che quella giornata, carica di suggestioni e di presagi, sarà cruciale per definire la propria scrittura degli anni successivi. In un vortice di chiaroscuri, di realtà e di finzioni

In certi frangenti, la vita sa proiettarci dinanzi un nostro sé ancora da venire. Un sé che ci appartiene solo in parte, che tuttavia percepiamo come una familiare vibrazione d’animo. Un sé che diverrà totalizzante, in cui sapremo identificarci senza sforzo, ma che ancora, vago come le dolcezze nascenti, si nasconde in un ammaliante chiaroscuro. Ci invita a seguirlo, frammento dopo frammento, all’ombra di un silenzio che ci cattura il cuore. E poi prorompe, in un secondo, con tutta la sua poesia, la sua malinconia. Finché, altrettanto velocemente, non si dilegua nella selva dei ricordi. Lasciando come unica scia la promessa di un nuovo, futuro, chissà quanto lontano appuntamento. Si potrebbe, forse, chiamare déjà-vu. O inconsapevole sdoppiamento. Una proiezione inaspettata, involontaria, ma necessaria, illuminante, rivelatrice. Cruciale, come tutte le manifestazioni del destino. Che spesso si serve di un innesco, di uno specchio nel quale quell’immagine, seppur per poco, risulta visibile, afferrabile. Tanto più se sei un vorace lettore. O uno scrittore con una penna capace di intarsiare l’anima. O, ancora meglio, se sei entrambe le cose, guardi al mondo come nessun altro e ti chiami Gesualdo Bufalino. L’autore comisano, infatti, fece esperienza in prima persona di questa sovrapposizione tra vita e letteratura, tra il piano del presente e quello dell’avvenire. E ne rimase talmente folgorato, intellettualmente ed emotivamente, da buttarne giù un immaginifico resoconto nel giro di pochi giorni. Tra il maggio e il giugno del 1948: prima che il suo grande romanzo d’esordio, Diceria dell’untore, gli nascesse in cuore per poi andarsi a rifugiare nel buio di un cassetto. Giusto in tempo perché venisse pubblicato sul numero di giugno di Democrazia. Quando Bufalino era un giovane professore che si dilettava tra il cinema e il jazz. Quando era ancora ignaro che una gita scolastica si sarebbe trasformata in una sorgente aurorale di suggestioni. Che lo avrebbero avvinto per tutto il resto della sua vita.

Quel momento così peculiare – che fu successivamente incluso nel celebre volume La luce e il lutto – prese il nome di Viaggio sentimentale a Siracusa. Ad attenderlo, con la sua vivace scolaresca, era il Teatro greco. In scena l’Orestea di Eschilo, ovvero la trilogia che racconta la scia di sangue e odio che avviluppa la famiglia del Re di Micene Agamennone. E già nel tragitto, già nella sola idea di approssimarsi a quelle pietre millenarie, al riaccadere inesorabile di quella vicenda, qualcosa si era insinuato tra i pensieri di Bufalino. Un senso di vuoto, di ancestrale malessere: «Dalla mia casa a Siracusa ci furono molte strade nell’ombra o nel sole, e bambini pieni d’occhi ai davanzali dei paesi, acque dal nome antico, ma tenere in mezzo alla campagna, e lente fra le dita come una sabbia. Che il mare fosse ormai vicino, dietro quel velo d’ulivi, un uomo ce lo disse, diffidente e beato, che sedeva su un muretto di sassi: infine vedemmo il gabbiano volare, basso come una rondine, sul rigo di mare scuro, dinanzi a noi». Le ali innocenti del gabbiano, di pascoliana memoria, sembravano squarciare quella cappa di incertezza, di pesantezza. L’oscurità di un mare che sembra sottrarsi all’abbraccio di quei curiosi avventori. Fuoco e ombra che lottano, antipasto di una vita, la sua, spesa sul crinale della contraddizione. Emblema della sicilianità di ogni figlio di questa terra. «Vedevamo in un visibilio funesto accecarsi la capra sulla balza, brulicare di bisce la ghiaia magra dei pozzi: chissà che malore gonfia adagio la terra come una fronte lebbrosa; perché impazzisce il cielo negli occhi degli uccelli: li vedi d’un tratto radere l’acqua precipitare». Si identificava, lo scrittore, in quel volo disperato; nel tentativo, fino all’ultimo, di non sprofondare. Di aggrapparsi alla scrittura e alla spinta delle sue finzioni. Ma poi, d’un tratto, ecco il teatro. Un listello di chiarore tra gli asfissianti presagi: «Eravamo stanchi, forse, ma anche allegri di esistere in un tempo così puntuale, in un paese tanto obbediente alle nostre più facili mitologie…». La musica si era fatta incalzante. I passi avevano iniziato a rimbombare. E gli spettatori non erano più tali: erano attori anch’essi. Strumenti di una meraviglia che avevano messo a tacere il resto, anche se solo per un momento.

I lamenti di Cassandra, le grida di Agamennone, i denti digrignati di Oreste, vendetta e pietà che si scrutano l’un l’altra aleggiando sulla scena. Quell’antico dispiegarsi di emozioni aveva finito per cullare Bufalino. Per spingerlo nel recinto protetto, quello della scrittura, da cui mai avrebbe più voluto fuggire. Il tempo lontano del mito era diventato, improvvisamente, anche il suo, il nostro tempo: «Allora, ecco, non ci fu più ragione di diffidare: tra quel tempo eloquente appreso nei libri e il nostro sangue, la nostra vita di sempre, funebre e bruciata, i nostri anni spesi nelle piazze e lungo i fiumi con la bocca colpevole, e il cuore spaventato nel petto, fra quel tempo e noi un accordo naturale vigeva. Una complicità, forse». Anche il dolore, la morte, il distacco erano sopportabili fin quando esisteva una scena. Finché gli attori agitavano le loro mani e le loro vesti. Finché l’inchiostro, come su uno spartito, veniva suonato. Ma la fine, la tanto temuta fine, era già dietro l’angolo. La tragedia si era conclusa. Il sollievo, la felicità custodita – come messo in evidenza da Alessandro Serra nel suo studio – erano già state rimpiazzate da quell’improvvisa conclusione. Di cui non restava che una lontana, brulicante eco.

Che gli rimase addosso per sempre. Perché la scrittura di Bufalino, in fondo, di Cassandra ha assorbito la voce: condannata a vivere proiettata in avanti, in un futuro prigioniero delle sue stesse profetiche sventure. Timorosa della fine e del buio al di là di essa. E per questo desiderosa, ogni volta, di ricominciare. Di ritardare l’ultimo atto. Di restare lì, in quel teatro. In tutti i teatri immaginari. Dove accanto al mare scuro c’è sempre una bianca vela di serenità.

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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