Catania cancella i silos di Vhils: storia, arte e voci di una scelta che cambia lo skyline

Per oltre settant’anni quei cilindri hanno segnato il profilo tra Etna e mare, nati come deposito di grano e trasformati in monumento urbano da artisti internazionali nel 2015. Oggi la prospettiva della demolizione divide la città: c’è chi vede l’occasione di aprire il waterfront e chi teme la perdita di un segno identitario che aveva dato a Catania una visibilità culturale senza precedenti

Catania rischia di perdere un suo simbolo, amato e contestato. I silos del porto, quegli enormi cilindri di cemento che hanno segnato per settant’anni lo skyline tra città, mare ed Etna, potrebbero presto sparire. La società concessionaria, Silos Granari della Sicilia S.r.l., ha chiesto la demolizione senza ricostruzione e l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Orientale ha avviato la conferenza dei servizi che dovrà dare il via libera. Nel giro di pochi mesi — 112 giorni secondo il cronoprogramma — lo scenario visivo del porto cambierebbe radicalmente. Non si tratta però solo di un intervento urbanistico: con loro rischia di sparire anche un ciclo di arte urbana che nel 2015 portò Catania sulle mappe internazionali della street art.

DAL GRANO ALL’IMMAGINARIO. I silos nascono negli anni ’50 come infrastruttura strategica per lo stoccaggio dei cereali, arrivando a contenere fino a 48.500 tonnellate di grano. Per decenni hanno rappresentato un impianto chiave della logistica agroalimentare, prima sotto la gestione di Italcementi e poi, dal 2012, del Gruppo Casillo. Funzionali, certo, ma spesso percepiti come una barriera che isolava la città dal mare. Tutto cambia nel 2015, quando nell’ambito del festival I-ART / Emergence i silos vengono trasformati in una tela urbana monumentale. Otto artisti di fama internazionale — da Okuda a ROSh333, da Microbo a VladyArt, fino a Interesni Kazki e Danilo Bucchi — dipingono le facciate lato città, reinterpretando miti come Scilla e Cariddi o la leggenda di Colapesce.

«L’intenzione era di raffigurare elementi umani intrecciati al tessuto del territorio, per mettere in luce la relazione storica tra popoli, mare e terra»

Vhils

IL MURALES PIÙ GRANDE DEL MONDO. Sul lato mare, l’intero ciclo è affidato a Vhils (Alexandre Farto), che realizza un volto gigantesco inciso nel cemento – il murales più grande del mondo – visibile persino dagli aerei in fase di decollo e atterraggio. «L’intenzione era di raffigurare elementi umani intrecciati al tessuto del territorio, per sottolineare la storica relazione tra popoli, mare e terra», spiegava l’artista portoghese in un’intervista del 2016. Il progetto, come ricordava allora l’Autorità Portuale, voleva essere «un segno della nostra identità» per chi arrivava a Catania dal mare. E infatti per anni i silos sono stati fotografati, visitati, raccontati come una delle attrazioni insolite della città.

IL DIBATTITO OGGI. La richiesta di demolizione ha riaperto una frattura mai sopita. Da un lato c’è chi vede nei silos un ostacolo allo sviluppo del waterfront: «La loro rimozione è un passo concreto verso la riqualificazione e l’apertura della città al mare», ha dichiarato il consigliere comunale Orazio Grasso a La Sicilia. È un argomento forte: l’abbattimento libererebbe un’area strategica per la logistica passeggeri e commerciale. Dall’altro lato, critici d’arte e cittadini ricordano che non c’è solo il cemento. Gesualdo Campo, già dirigente generale ai Beni culturali della Regione, avverte che la legge tutela i diritti morali degli autori: «L’artista conserva il diritto di opporsi a deformazioni o mutilazioni delle proprie opere» (ibidem). Per lui i murales vanno salvaguardati come patrimonio culturale. Ma dentro la stessa comunità creativa non tutti invocano la conservazione a oltranza. Lo street artist catanese Antonio Barbagallo (Anc) ha sottolineato che la street art «nasce in luoghi esposti e precari, e l’abbattimento fa parte del destino già previsto per opere così», ricordando anche il caso di Blu a Bologna, che preferì cancellare i propri murales piuttosto che vederli strappati e musealizzati. Altri, come il fotografo e artista Federico Baronello, hanno liquidato l’intervento come «inquinamento del contesto urbano», paragonandolo a un gigantesco manifesto pubblicitario.

OLTRE IL CEMENTO. Se i lavori procederanno come previsto, in poco più di tre mesi i silos saranno ridotti in macerie, con la gestione di circa 12.000 tonnellate di rifiuti da conferire. Ma la vera domanda è: cosa perderà Catania? Un impianto industriale obsoleto, certo. Ma anche un ciclo di opere che aveva dato alla città un’inedita visibilità internazionale, come ricordava Brooklyn Street Art: «L’“Art Silos” project ha incluso otto mesi di installazioni, portando Catania tra le capitali mondiali della street art». Le opzioni non si escludono a vicenda: demolire non vuol dire necessariamente cancellare la memoria. Esistono precedenti di documentazione digitale, archivi pubblici, trasposizioni fotografiche o persino reinterpretazioni in altri spazi urbani. Ma serve una scelta politica e culturale, non solo amministrativa.

Timeline — Silos del Porto di Catania

Anni ’50

Costruzione dei silos granari

Altezza ~28 m; capacità fino a 48.500 tonnellate.

1960

Silos Granari della Sicilia S.r.l.

Costituzione della società ed avvio operativo.

Anni ’90

Passaggio gestionale

Transito in area Italcementi; continuità delle attività granarie.

2012

Ingresso nel Gruppo Casillo

Riorganizzazione dell’asset e delle concessioni.

2015

Street Art Silos — I-ART / Emergence

Lato città: Okuda, ROSH333, Microbo, BO130, VladyArt, Danilo Bucchi, Interesni Kazki. Lato mare: Vhils.

2016

Risonanza internazionale

Otto mesi di lavorazioni; ampia copertura mediatica.

16 settembre 2025

Conferenza dei servizi (demolizione)

Procedimento AdSP avviato; cronoprogramma ~112 giorni.


UNA DECISIONE CHE SEGNA UN’EPOCA. In fondo, la partita non riguarda solo 26 cilindri di cemento. Riguarda il rapporto di Catania con il proprio mare, con la propria immagine e con l’arte pubblica. I silos hanno incarnato il passaggio da infrastruttura industriale a icona culturale, e oggi mettono la città davanti a un bivio: riqualificazione senza memoria o trasformazione che custodisce anche il passato recente. Quello che è certo è che, comunque vada, il volto inciso da Vhils continuerà a guardare l’orizzonte: se non dal cemento, almeno dalle fotografie e dal racconto collettivo di chi, in quella stagione, ha visto Catania diventare capitale della street art mediterranea.

Foto in copertina: Gaetano Doria

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