C’era una volta la piazza. E forse c’è ancora

Un tempo luogo prediletto del dialogo e della formazione della coscienza da cittadino, l’antica agorà ha avuto per lungo tempo i giornali come luoghi figurati in cui la sua funzione poteva essere assimilata. Ma oggi, tra un’opinione pubblica che sta scomparendo, il disinteresse per le elezioni amministrative – che erano rimaste l’ultimo baluardo di partecipazione alla vita della comunità – e la pervasività dei social, quel luogo sembra soccombere. Eppure, le realtà editoriali studentesche ci dicono che non tutto è svanito

Le canzoni delle sagre di paese, il brusio delle passeggiate serali, il rotolare delle biciclette dei bambini: con l’arrivo di giugno e l’innalzarsi delle temperature, le piazze delle nostre città si riempiono di vita. Una ritrovata vivacità che nasconde un paradosso silenzioso. Se osservata con gli occhi della storia, la piazza – l’antica agorà – non è mai stata un semplice crocevia o contenitore di svago: era lo spazio in cui i corpi si facevano comunità, dove il confronto generava opinione pubblica e democrazia. Oggi, mentre le piazze fisiche si ripopolano per l’estate, la piazza “pubblica” è un deserto democratico. Colpa di una politica in cui non riusciamo a immedesimarci? Colpa dei social che ci trasformano in monadi protette da camere virtuali? Eppure in questo calderone generazionale bolle qualche speranza. E, ancora una volta, ci viene dal mondo della scuola. Ma prima facciamo un salto indietro nel tempo, che a giocare con la storia (al netto di ogni semplificazione) non si sbaglia mai.

CERCASI AGORÀ. Siamo nell’Atene di 25 secoli fa. Al centro c’è l’agorà: una piazza rumorosa, attraversata da mercanti, cittadini, filosofi. È lì che problemi e progetti di vita privati smettono di appartenere ai singoli: escono dall’òikos, diventano materia di discussione collettiva e raggiungono il potere. Cosa accade quando due o più persone si trovano insieme? Parlano, si scambiano parole e idee. In quel confronto continuo nasce l’idea di cittadinanza, la convinzione che il destino della polis riguarda tutti. Allora il “che cos’è”, i grandi “perché”, si spostano dal mondo della natura a quello dell’essere umano. La parola si scopre straordinario strumento di informazione e persuasione (lo sapevano bene i sofisti), mentre la filosofia abbraccia etica e politica. Oggi abbiamo molte più possibilità di scambio, abbiamo voce e abbiamo spazi in cui farla sentire, eppure nessuno vuole davvero ascoltare. Le nostre opinioni guardano con diffidenza quelle degli altri da uno schermo su cui puntano il dito. Intanto a questo vuoto si accompagna la crisi dei giornali. E non è un caso: la questione riguarda gli strumenti con cui una comunità costruisce il proprio sguardo sul mondo.

La rete è un flusso in cui scorrono tante notizie: le vediamo galleggiare e noi galleggiamo insieme a loro, senza scendere in profondità. Una battuta a lavoro, un carosello su Instagram, un titolo su Facebook, un commento tra amici e crediamo di essere informati. Ma lo siamo davvero?

SE LIBERTÀ È AVERE UN’OPINIONE. I giornali, un tempo garanzia della verità condivisa e bussole capaci di dettare l’agenda del dibattito, faticano a ritrovare centralità nell’ecosistema informativo. L’informazione è frammentata in algoritmi che sottraggono terreno al confronto, che esiste soltanto al plurale. Le riflessioni di Ezio Mauro – già direttore di La Stampa e La Repubblica, intervenuto al Festival dell’informazione mediterranea – ci aiutano a comprendere il senso di smarrimento collettivo. «Oggi la rete tende a saltare il filtro, l’interpretazione. Questo ti porta a preferire il tweet del cuoco al Cairo, spontaneo, immediato, genuino, all’esperienza del giornalista che la realtà delle primavere arabe la conosce davvero, l’ha attraversata negli anni, ha gli strumenti per leggerla». Internet ha giocato un ruolo determinante. La rete è un flusso in cui scorrono tante notizie: le vediamo galleggiare e noi galleggiamo insieme a loro, senza scendere in profondità. Una battuta a lavoro, un carosello su Instagram, un titolo su Facebook, un commento tra amici e crediamo di essere informati. Ma lo siamo davvero? Il rapporto tra cittadino e informazione sembra riflettere quello delle relazioni 2.0: tanto share, poca condivisione. Il cittadino dell’agorà diventa semplice spettatore e consumatore di gelati.

I BANCHI DELLA DEMOCRAZIA. Segnali positivi ci vengono dall’istituzione che da sempre lavora per costruire agorà. Sono innumerevoli  i modi attraverso cui la scuola si sforza di ripopolare il deserto democratico. I più emblematici sono forse i progetti che accompagnano i ragazzi nella realizzazione di un giornalino. In Italia sarebbero più di un centinaio le redazioni studentesche attive secondo il Convegno Italiano della Stampa Studentesca. «I giornali scolastici educano i ragazzi al confronto tra opinioni diverse, a non rimanere soli davanti a uno schermo e a essere consapevoli che l’informazione non è solo ciò che ci cade nel piatto durante la giornata», commenta Mauro incalzato dalle nostre domande. Il valore di queste micro-agorà scolastiche è evidente se misurato sul termometro della nostra partecipazione politica, dove il trend dell’affluenza alle urne è in costante calo. Lo abbiamo visto con le recenti amministrative: ad aver votato è stato il 60,06% degli aventi diritto, quasi cinque punti in meno rispetto alla precedente tornata elettorale. In Sicilia la partecipazione è stata persino più bassa. E mentre c’è chi festeggia per i risultati dei ballottaggi, viene da chiederci se ci stiamo disaffezionando anche all’ultimo baluardo della partecipazione politica, il Consiglio comunale.

SCENOGRAFIE ESTIVE. Queste iniziative ci ricordano che senza cittadini capaci di interpretare la realtà, l’agorà si svuota, restano schermi illuminati e opinioni che scorrono veloci, incapaci di diventare pensiero e poi scelta: di votare, di partecipare, di condividere sogni e progetti. Attraverso il culto della parola, lo sforzo empatico, la fatica della ricerca, la gioia di elaborare un progetto comune, le domande che scrutano la realtà dalle radici, un banco alla volta ci riprendiamo possesso delle piazze. Ricordiamocelo ora, a giugno come a settembre. Non solo bellissime scenografie estive, ma lo spazio per raggiungere il fine più alto di ogni antica agorà: mettere insieme le intelligenze e costruire decisioni migliori per la collettività.

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Laureata in "Scienze Filosofiche" presso l'Università di Catania. Giornalista pubblicista, collabora col Sicilian Post dal 2018, curando la rubrica "Il filo di sofia" e occupandosi di tematiche legate alla cultura e all'ambiente.

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