Cercare sé stessi tra i frammenti: Vittorini e le solitudini del mondo
Se c’è una cosa che gli uomini continuano imperterriti a fare, anche al di là della loro volontà, è andare a caccia di qualcosa. Sperano sempre di trovarla in un altrove indefinito, in un incontro misterioso, in una felicità sconosciuta. Ma poi, come riflette l’autore siracusano nella sua “Nomi e lagrime” attraverso la storia di un intrigante uomo che non fa altro che scrivere e del guardiano di un giardino dai contorni fantastici, tutte le strade portano ad una stessa meta: ciò che andiamo cercando, il più delle volte, è già dentro di noi
In un passaggio delle sue Confessioni, Sant’Agostino si sofferma a riflettere su quanto insondabile possa risultare la natura dell’animo umano: «E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, e i flutti vasti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri, e passano accanto a sé stessi senza meravigliarsi». Nella frammentarietà del proprio essere, nell’infinitesimale incastro con il tutto, ciò che sfugge alla sua vista, molto spesso, è ciò che di più ingombrante lo accompagna: il senso della propria solitudine. Lo cerca con la determinazione di un cacciatore, con la meraviglia di un esploratore. Percorre traiettorie lontane, vaneggia e vagheggia di confini sconosciuti, attende che un segno concretizzi la propria presenza in una nuova, inedita direzione. Ma, nel fare questo, dimentica. Dimentica il motivo che lo ha spinto a solcare i mari dell’esistenza, l’impulso racchiuso in un cuore stanco di illudersi. Si specchia negli altri passeggeri dell’esistenza, e non vorrebbe mai distogliere lo sguardo. Come i Vladimiro ed Estragone di Beckett, che persino dinanzi all’evidenza non si arrendono all’idea che il tanto atteso Godot non si paleserà mai. È forse una delle più grandi connotazioni umane, quella della ricerca. Il tuffarsi nel caos senza certezza di risposta, aggrappati soltanto alla vaghezza del sentire, alle percezioni dell’intuito. Lo sa bene il nostro Elio Vittorini, che a più riprese, con la sua conturbante scrittura, si è soffermato sulla condizione di isolamento dell’uomo moderno, sradicato dal conforto di un modello, di una prassi, persino di una tradizione. Disperso in un turbine d’identità che anelano soltanto alla quiete di un appiglio. A una meta collocata in chissà quale tempo e quale spazio. E che, invece, finiscono sempre per approdare, per ritrovarsi là dove avevano mosso il primo passo. Nel caso dello scrittore nativo di Siracusa, in una raccolta di racconti che anticipa, con naturalezza, certe atmosfere di Conversazione in Sicilia. Il suo titolo è Nome e lagrime (1941): e nel racconto che dà la denominazione all’intera opera, dall’incedere piuttosto beckettiano, a prendersi la scena è un personaggio improbabile, svagato, a tratti persino smaterializzato. Ma forse, proprio per questo, tremendamente vicino ad ognuno di noi.
Perché anche lui, essenzialmente, non è che un viandante. Un narratore che vorrebbe incidere le tracce della sua affabulazione e che, tuttavia, non può che scrivere sulla fragile ghiaia di un giardino dai contorni fiabeschi. Scrive forse a qualcuno? Scrive forse per qualcuno? Di certo è un nome ad ingombrare i suoi pensieri. Lo confessa al curioso guardiano del giardino, che di tanto in tanto lo avvicina per scrutare da vicino il rinnovarsi di quella odissiaca tela di parole.
«Ritornò il guardiano.
Elio Vittorini, “Nome e lagrime” (1941)
«Ancora scrivete?» disse.
«Sì» dissi io. «Ho scritto un altro poco».
«Che altro avete scritto?» egli chiese.
«Niente d’altro» io risposi. «Nient’altro che quella parola».
«Come?» il guardiano gridò. «Nient’altro che quel nome?».
E di nuovo agitò le sue chiavi, accese la sua lanterna per guardare. «Vedo» disse. «Non è altro che quel nome».
Alzò la lanterna e mi guardò in faccia.
«L’ho scritto più profondo» spiegai io.
«Ah così?» egli disse a questo. «Se volete continuare vi do una zappa». «Datemela» risposi io.
II guardiano mi diede la zappa, poi di nuovo si allontanò, e con la zappa io scavai e scrissi il nome sino a molto profondo nella terra. L’avrei scritto, invero, sino al carbone e al ferro, sino ai più segreti metalli che sono nomi antichi. Ma il guardiano tornò ancora una volta e disse: «Ora dovete andarvene. Qui si chiude».
Vorrebbe gettarsi nelle più recondite profondità, quell’uomo. Trovare il perché del suo pianto, dell’assenza, della nostalgia che attanaglia. Vorrebbe conoscere le più antiche leggi del cuore, le più segrete poesie del richiamo. Trovare nell’altro l’antidoto alla sua solitudine costitutiva. Ma qualcosa lo trattiene. Forse la notte, che fuori da quel giardino pare così ineluttabile ed infinita. O forse la città, deserta come il silenzio. Il guardiano gli siede accanto: che anche lui stia cercando? Che anche lui abbia bisogno di distogliersi da sé stesso? Non c’è tempo per stabilirlo. La donna del nome, la figura solo evocata, fa la sua comparsa su una panca. L’attesa sembra premiata:
Io andai dietro alla donna fuori dal giardino, e poi per le strade della città.
Elio Vittorini, “Nome e lagrime” (1941)
La seguii dietro a quello ch’era stato il suono dei suoi passi sulla ghiaia.
Posso dire anzi: guidato dal ricordo dei suoi passi. E fu un camminare lungo, un seguire lungo, ora nella folla e ora per marciapiedi solitari fino a che per la prima volta, non alzai gli occhi e la vidi, una passante, nella luce dell’ultimo negozio.
Vidi i suoi capelli, invero. Non altro. Ed ebbi paura di perderla, cominciai a correre.
La città, a quelle latitudini, si alternava in prati e alte case, Campi di Marte oscuri e fiere di lumi, con l’occhio rosso del gasogeno al fondo.
Domandai più volte: «È passata di qua?».
Tutti mi rispondevano di non sapere.
Ma una bambina beffarda si avvicinò, veloce su pattini a rotelle e rise.
«Aaah!» rise. «Scommetto che cerchi mia sorella».
«Tua sorella?» io esclamai. «Come si chiama?».
«Non te lo dico» la bambina rispose.
E di nuovo rise; fece, sui suoi pattini, un giro di danza della morte intorno a me.
«Aaah!» rise.
«Dimmi allora dov’è» io le domandai.
«Aaah!» la bambina rise. «È in un portone».
Turbinò intorno a me nella sua danza della morte ancora un minuto, poi pattinò via sull’infinito viale, e rideva.
«È in un portone» gridò da lungi, ridendo.
Sono i ricordi, a volte, le cose che più assomigliano ai fantasmi. O alle catene. E, tuttavia, sanno essere l’unica compagnia possibile. Tutto, allora, cambia volto. Ciò che sembra non è: l’inseguimento è una fuga. La meta una partenza. Il pianto un’eco che non si spegne. Il guardiano non c’è più. Rimane solo, pare dirci Vittorini, una parte che nessun altro può forzare. Nessun altro a parte noi. Persi in un mondo di ombre che attendono di ritrovarsi:
C’erano abbiette coppie nei portoni ma io giunsi ad uno ch’era deserto e ignudo. Il battente si aprì quando lo spinsi, salii le scale e cominciai a sentir piangere.
Elio Vittorini, “Nome e lagrime” (1941)
«È lei che piange?» chiesi alla portinaia.
La vecchia dormiva seduta a metà delle scale, coi suoi stracci in mano, e si svegliò, mi guardò.
«Non so» rispose. «Volete l’ascensore?».
lo non lo volli, volevo andare sino a quel pianto, e continuai a salire le scale tra le nere finestre spalancate. Arrivai infine dov’era il pianto; dietro un uscio bianco. Entrai e l’ebbi vicino, accesi la luce.
Ma non vidi nella stanza nessuno, né udii più nulla. Pure, sul divano, c’era il fazzoletto delle sue lagrime.

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