In ormai un anno di pandemia noi studenti universitari ci sentiamo messi da parte. Si è parlato tanto di didattica a distanza nelle scuole superiori, di banchi a rotelle e di esami di maturità, ma in tutti questi mesi non si è mai sentito parlare di università. Nessuno si chiede cosa stiamo passando, noi che subiremo le dirette conseguenze del disastro economico che la pandemia sta generando. Viviamo un periodo in cui ci sentiamo demoralizzati, lasciati in balìa di noi stessi mentre cerchiamo di comprendere meglio quale sarà il nostro futuro, chiusi dentro quelle quattro pareti che conosciamo fin troppo bene.

Secondo la mia personale esperienza, il primo giorno che ho varcato la soglia di questa imponente istituzione ho capito subito che all’università non funziona più il gioco di squadra del liceo, e che alla fine conta l’impressione che il docente ha su di noi quei dieci o venti minuti in cui ci sente esporre il lavoro di mesi. Ma ciò non mi disturbava, sia perché la sfida che si pone davanti a me ad ogni esame è di dimostrare quanto valgo, fuori dai pregiudizi di chi ti conosce dal primo giorno e ha deciso che vali quel numero, senza darti la possibilità di crescere e di capire, sia perché ho realizzato che in fondo non ero l’unica a vivere questo nuovo mondo, ma avevo al mio fianco colleghi con le mie stesse paure e i miei stessi sogni.

Ciò che, invece, ci colpisce profondamente da quasi un anno di “didattica a distanza” è la solitudine che prova ognuno di noi, costretto a vivere la dinamicità che caratterizza l’esperienza universitaria attraverso uno schermo. Io e i miei colleghi del terzo anno abbiamo affrontato in ugual misura le due esperienze di didattica, vivendo un anno e mezzo, quello pre-Covid, in presenza e passando alla didattica a distanza nel momento in cui iniziavamo ad entrare nel vivo del nostro percorso. Percepiamo la profonda differenza tra l’università che conoscevamo, e che ci piaceva, e questo surrogato che inizia a starci stretto.

Da marzo siamo lasciati a noi stessi, perennemente in pigiama mentre accendiamo il pc per sentire voci ovattate e aspettare in solitudine il nostro turno prima di dare l’ennesimo esame. Non abbiamo più stimoli, perché anche i docenti si sentono limitati da ciò che offre questa visione passiva dell’università.

Non si instaura più quel rapporto di fiducia con i colleghi che sceglievano di seguire fisicamente le lezioni, ognuno di noi diverso dagli altri, ma con qualcosa di ugualmente unico da offrire, perché ciò che di noi è rimasto visibile è solo la nostra foto, quando c’è. La relazione con i docenti, poi, si è trasformata da impersonale a totalmente assente: non possono più guardarci negli occhi e notare nel nostro volto tutte quelle emozioni di cui si facevano carico in quelle due ore al giorno in cui ci affidavamo a loro, consapevoli che quel tempo che sceglievamo di dedicare al corso ci veniva restituito carico di consapevolezze. Non vi è più quel percorso svolto durante le lezioni, quel momento di crescita personale in cui non solo si accresceva il nostro sapere, ma anche il nostro modo di relazionarci agli altri, le nostre prospettive e la curiosità di scoprire le risposte.

Adesso c’è solo la materia da dare, un altro ostacolo che si colloca in un tempo non precisato perché stiamo perdendo la cognizione dei mesi che passano, proseguendo a passo incerto in quanto non sappiamo cosa ci riserverà il futuro, se finalmente potremo tornare a respirare. Eseguiamo meccanicamente tutte quelle azioni che prima ci piaceva svolgere, compreso lo studio matto e disperatissimo che caratterizza ogni sessione.

Ci viene chiesto di dare il massimo, non considerando che dietro quel voto c’è la costante paura che la laurea da prendere con tanti sacrifici non ci servirà a niente, c’è una famiglia che non riesce a pagare le tasse in aumento e richieste in anticipo, e c’è uno studente, giovane o adulto, che deve fare i conti con questo presente sfocato ed un avvenire incerto.

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