Citazioni da Maestro: Camilleri e i compagni di carta di Montalbano

Nel celebrare il centenario dalla nascita dello scrittore di Porto Empedocle, abbiamo ripercorso le storie che vedono protagonista il commissario per scovare i riferimenti, anche quelli più nascosti, ad oltre opere ed altri personaggi del mondo letterario. Dalla Angelica di Ariosto agli insospettabili collegamenti con il mito greco, passando per Edgar Allan Poe, Hitchcock e Alice nel paese delle meraviglie, il nostro omaggio allo scrittore siciliano simbolo del nostro tempo

Sembra quasi di vederli tutti lì, in questo 6 di settembre un po’ diverso dagli altri. C’è Catarella, che farfuglia commosso frammenti di ricordi che sanno di felicità. Accanto a lui Augello, che per una volta può concentrarsi su qualcosa che non abbia a che fare con le fimmine. Fazio, naturalmente, con la sua proverbiale compostezza, che tuttavia tradisce una certa emozione. Perfino Pasquano, in licenza da chissà dove, è riuscito a fare un salto. Così come Livia: perché, si sa, certe occasioni meritano che il passato si prenda un giorno di riposo. E poi lui: Salvo, il commissario. Che, se abbiamo imparato a conoscerlo anche soltanto per un’inezia, vorrebbe stare da tutt’altra parte, lontano dal vociare e della folla. Magari, una volta di più, adagiato su quel mare che raccolto i suoi più inconfessabili segreti. I suoi più intimi timori. Ma per il Maestro, questo ed altro. Sembra quasi di vederli tutti lì, in ordine sparso in quel commissariato che ha saputo trascendere l’inchiostro, a celebrare i cent’anni dalla nascita di Andrea Camilleri, il puparo che con tanta cura ha infuso in loro quella scintilla di vita capace di cavalcare e valicare il tempo. Tutti accomunati da un senso di gratitudine, di gioiosa nostalgia. Desiderosi di rendere omaggio a quello che, in diversi frangenti, si è rivelato un padre a cui rivolgersi anche nel bel mezzo di un romanzo. Senza pareti, senza distinzione tra realtà e finzione. Ma uniti, anche, da una stramba curiosità. Perché alla spicciolata, con gli accenti e con gli aspetti più disparati, a questa inconsueta e farsesca celebrazione hanno iniziato ad unirsi anche altri personaggi. Provenienti da frontiere letterarie vicine e lontane, chiamati in causa in tempi e luoghi diversi come ombre, spettatori, intrusi, compagni delle vicende umane e poliziesche di Montalbano. Disseminati qua e là come enigmi da scovare tra le pagine. E, in effetti, ripercorrendo in lungo e in largo le opere in cui Camilleri ha consegnato il centro della scena al suo commissario, sono innumerevoli i riferimenti letterari che fanno, più o meno sorprendentemente la loro comparsa. In un titolo, in una citazione, talvolta anche solo in un pensiero del nostro protagonista. Personaggi a volte quasi sconosciuti, altre volte abilmente mascherati. Che in questo giorno di omaggi trovano, una volta di più, un posto nel grande affresco di storie vigatesi.

C’è poi, tra le comparse in commissariato, anche una figura con un che di sacro, con un’aura di autorevole antichità. È un artigiano della creta, la cui eco risuona ne “Il campo del vasaio“. Camilleri lo individua precisamente nel Vangelo di Matteo, al capitolo 27

L’OSSESSIONE TRA AMORE E TEMPO. Una su tutte spicca tra gli ospiti di questa immaginaria rimpatriata. Suadente e conturbante come sempre, porta con sé il suo inconfondibile sorriso. È l’ariostesca Angelica, protagonista di uno dei più celebri romanzi della serie, pubblicato nel 2010. Una delle donne che più ha fatto vacillare Montalbano, che più ne ha turbato le profondità sentimentali e la capacità di giudizio. Come un novello Orlando, infuriato per un presunto tradimento di Livia, per tutte le pagine del libro il commissario insegue Angelica spasmodicamente, come si fa con le illusioni che ci sfuggono senza posa. Sotto il peso del nemico tempo, che a più riprese si ripresenta sulla soglia di casa per togliergli il sonno e instillare in lui fisime sull’età e sulla vecchiaia, Montalbano sfiora persino il baratro quando si prodiga per tenerla fuori dai guai. Proprio come il grande paladino, il cavaliere prigioniero di una follia amorosa che si trasforma, lentamente, in una crisi umana. In una ricerca di nuovi equilibri. Un parallelismo brillante, quello messo in piedi da Camilleri, che richiama non soltanto le peripezie quasi fiabesche dell’Orlando di Ariosto, ma anche l’immaginario cavalleresco tanto caro ai siciliani attraverso l’Opera dei Pupi. Un tuffo contemporaneo nella dimensione dell’infanzia, della purezza, del teatrino parlante; e in quella dell’età adulta, così apparentemente solida e così, invece, fragile, aggrappata ad istanti di passioni, annebbiata dall’istinto.

FANGO E SANGUE. C’è poi, tra le comparse in commissariato, anche una figura con un che di sacro, con un’aura di autorevole antichità. È un artigiano della creta, la cui eco risuona ne Il campo del vasaio (2008). Camilleri lo individua precisamente nel Vangelo di Matteo, al capitolo 27. È, precisamente, l’uomo dal quale i capi del sinedrio acquistano il terreno con i trenta sicli d’argento restituiti da Giuda dopo il suo tradimento a Gesù. Una somma giudicata impura, e perciò impiegata non per accrescere il tesoro delle offerte, ma per tramutare quel campo in un cimitero per stranieri. Akeldamà, in aramaico, era il suo nome originale. Vale a dire “Campo di sangue”. Ed è proprio in un fatto di sangue, in un corpo sinistramente e simbolicamente tagliato in 30 pezzi, difficile da identificare, che il commissario si imbatte in uno dei suoi casi più complessi, che lo porta a far riemergere vecchie e tortuose vicende di mafia.

E bisognerebbe quasi allargarlo, il commissariato di Vigata, per ospitare tutti gli altri frammenti di letteratura che Camilleri ha sparso nelle vicende di Montalbano. Tra cu troviamo anche una personale rivisitazione di Mattia Pascal e dei novelli, si fa per dire, Romeo e Giulietta

MITI ED ENIGMI. Nemmeno dall’Antica Grecia hanno voluto mancare l’appuntamento con il centenario. Perché anche quello, per Camilleri, è sempre stato un fertile terreno di ispirazione. E se il più recente Conversazione con Tiresia ne ha dato un’ulteriore prova, per quanto sorprendente possa risultare, anche Salvo Montalbano si è ritrovato ad aprire una finestra sul mito. In Le ali della sfinge (2006), infatti, l’indagine ruota attorno all’omicidio di una giovane donna ritrovata in una discarica. Segni particolari: un tatuaggio sulla spalla che raffigura proprio una sfinge, un tipo di farfalla notturna. Un simbolo che, tuttavia, ad una lettura più stratificata, sembra ricondurre ben più lontano. A differenza di quella egizia, la sfinge dell’immaginario greco era dotata, oltre che di un volto da donna e di un corpo da leone, proprio di ali. La sua storia è legata a quella della città di Tebe, tormentata dalla sua minacciosa presenza e dal celebre ed insolubile enigma. A raccontarlo è Pseudo-Apollodoro nella sua Biblioteca: «Chi – tuonava ai passanti – pur avendo una sola voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede?». L’unico ad uscirne vincitore era stato il leggendario Edipo, il quale aveva dato la risposta corretta: è l’uomo, che gattona da neonato, cammina su due gambe da adulto e si appoggia su un bastone da anziano. Un sottile filo lega il commissario a questa storia. Le sue indagini lo conducono a sospettare che dietro il delitto possano esserci gli affari loschi dell’organizzazione cattolica “La buona volontà”. La risposta che Montalbano dà a sé stesso – in questo come in molti altri casi che lasciano in lui un’impronta profonda – è la medesima di Edipo: l’uomo. A cambiare, però, sono le domande: quale creatura è capace di tale orrore? Chi può nascondersi abilmente dietro la facciata della bontà sperando di rimanere impunito? Una riflessione che lo porta a chiamare in causa un altro compagno di carta e inchiostro: «Don Chisciotte credeva che i mulini a vento erano mostri, mentre questi sono veramente mostri e si fingono mulini a vento».

SPECCHI, FANTASMI E INGANNI. E bisognerebbe quasi allargarlo, il commissariato di Vigata, per ospitare tutti gli altri frammenti di letteratura che Camilleri ha sparso nelle vicende di Montalbano – racconti compresi – quasi come un divertissement. C’è anche, infatti, il mendicante Calorio de La sigla (Un mese con Montalbano, 1998), appassionato lettore che svela al commissario il volto del suo carnefice attraverso un riferimento a Manoscritto trovato in una bottiglia di Edgar Allan Poe. O il giovane Icaro dell’omonimo racconto impiegato in un circo, che troverà la morte in volo proprio come il personaggio di Ovidio. Ma c’è anche spazio per i turbolenti amanti che si ispirano, nel bene e nel male, a Romeo e Giulietta di Shakespeare (Il patto, Un mese con Montalbano), per la tenera Alice e le sue verità nello specchio (Come fece Alice, Gli arancini di Montalbano, 1999) e per quel tale che, di ritorno dall’America, trova a Vigata una lapide con il suo nome (Being here…, Un mese con Montalbano). Una chiara e sentita riverenza a Il fu Mattia Pascal dell’amatissimo Pirandello. A cui si unisce, proprio in coda, forse un po’ ritardatario alla celebrazione, Alfred Hitchcock, che Camilleri premurò di citare nel 2008, quando in Racconti di Montalbano venne incluso La finestra sul cortile, remake in salsa siciliana del capolavoro cinematografico del 1954 in cui il commissario si ritrova ad osservare con sospetto i movimenti inusuali di un popoloso abitato. Senza dimenticare l’ospite d’onore: Manuel Vásquez Montalbán, autore spagnolo a cui lo scrittore di Porto Empedocle si ispirò onomasticamente per dare inizio all’epopea del suo commissario.

Tutti insieme, si diceva. Per celebrare i cent’anni che il Maestro avrebbe compiuto. Ma anche per inaugurare i prossimi. Che, siamo sicuri, continueranno ad essere all’insegna di pasta ’ncasciata, sfunnapedi, babbiate e camurrìe.

(In copertina: Illustrazione generata con OpenIA – DAllE)

Hai apprezzato questo contenuto?

Il Sicilian Post è gratuito e continuerà a esserlo.
Ma il giornalismo indipendente ha un costo: ogni inchiesta, ogni storia verificata, ogni articolo nasce dal lavoro di persone che scegliamo di retribuire in modo equo.

Se sei arrivato fin qui, forse questo lavoro per te ha valore.
Per continuare a offrirlo a tutti abbiamo bisogno anche del tuo supporto.
Abbonarti significa sostenere un’idea di informazione libera e responsabile.

Come segno di ringraziamento, agli abbonati riserviamo alcuni contenuti e iniziative editoriali.

Abbonati

Abbonati al Sicilian Post

About Author /

Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

Start typing and press Enter to search