Dall’Iraq a Gaza, generazioni di dolore: se la guerra distrugge anche l’ambiente

Ospite della serata conclusiva della rassegna “Garden in movies”, Laura Silvia Battaglia, esperta di Medio Oriente ed ultima giornalista ad essere entrata nelle Striscia prima dei fatti del 7 ottobre 2023 ha offerto alcune riflessioni sui danni irreparabili che i conflitti provocano non soltanto alle comunità in quanto tali, ma anche ai luoghi che le ospitano: «Nel 2012, partecipai come documentarista ad una spedizione sul fiume Tigri, dopo il ritiro delle truppe USA dall’Iraq, per valutare l’impatto devastante delle bombe. Ma anche per constatare come le persone non rinunciassero al sogno di ricominciare». Oggi quello scenario di devastazione si è spostato in Palestina: «Le fragole erano uno dei simboli di Gaza: adesso non esistono più. E credo ci vorranno almeno trent’anni perché si possa nuovamente coltivare qualcosa»

«Perché le società civili spariscono? Perché si desidera che spariscano e si desidera far apparire alcuni popoli come incapaci di reagire. Perché soprattutto nelle aree dove c’è una presenza notevole di risorse raccontare che non ci sia un corpo politico può diventare conveniente». La reporter freelance Laura Silvia Battaglia, esperta di Medio Oriente e ultima giornalista ad essere entrata a Gaza prima dei fatti del 7 ottobre 2023, ha aperto così il suo intervento alla serata conclusiva del festival Garden in Movies, ospitato nel Parco Botanico Radicepura a Giarre (CT). Al centro della conversazione, il legame tra guerra e natura, per riflettere sulle ombre del nostro presente e sull’impatto devastante dei conflitti sull’ambiente: «Al giorno d’oggi un obiettivo sistematico di ogni guerra è fare in modo che le popolazioni nemiche non abbiano a profittare di tutto ciò che la natura dà, e questo lo abbiamo visto in Iraq e lo vediamo oggi a Gaza».

Laura Silvia Battaglia. Foto di Alfio Garozzo

QUANDO LE TELECAMERE SI SPENGONO. «C’è una cosa che quando si parla di guerra e di conflitti sento come un’esigenza: andare a vedere cosa succede dopo». A partire dal documentario The Sound of the Tigris, Battaglia ha raccontato il suo viaggio in Iraq dopo il ritiro delle truppe statunitensi nel 2010: «Erano anni in cui nessuno andava in Iraq, ma è fondamentale comprendere cosa succede nei territori quando le luci dei grandi media si spengono, perché è lì che troviamo i germi di guerre future o di una società civile che cerca di rinascere». Quella società esisteva, eccome: «Ti bastava entrare in Iraq per notare che erano in tanti ad impegnarsi e anche a prendersi cura dell’ambiente. I giovani – ma non solo loro – avevano molto a cuore la questione legata all’utilizzo delle acque, nello specifico del Tigri e dell’Eufrate. Nel 2012 una spedizione di una ONG canadese, che ho avuto modo di seguire da documentarista, si recò sul Tigri per analizzare il livello di inquinamento del fiume e per evidenziare come fosse stato influenzato dagli effetti della guerra: si dice che dove passa Attila non cresce più l’erba, ed è effettivamente così».

BOMBE, FRAGOLE E CAVALLI: LA GAZA CHE NON C’È PIÙ. La devastazione che oggi, più di ogni altra, è sotto ai nostri occhi è quella di Gaza. Un altro luogo nel quale l’ambiente è diventato irriconoscibile: «La Striscia era molto famosa per la produzione di fragole. Chi ha mangiato le fragole di Gaza, coltivate nel confine di terra con Israele dove molti palestinesi lavoravano, sa che non sono uguali alle altre, sono buonissime. Penso che ci vorranno trent’anni prima di riuscire a coltivare nuovamente qualcosa. Oltretutto quelle terre sono divenute un laboratorio in cui vengono usati armamenti mai visti e di cui non conosciamo gli effetti a lungo termine». Neanche gli animali vengono risparmiati dalla furia delle bombe: «È stato distrutto tutto ciò che camminava su quel territorio, compresi gli animali, per esempio i cavalli, gli asini, che sono sempre stati utilizzati dai gazawi per i trasporti. E che motivo c’è di uccidere un cavallo? Che motivo c’è di uccidere un asino? Il motivo c’è se ovviamente vuoi atterrare un nemico».

Un momento della serata. Foto di Alfio Garozzo

DEMOCRAZIE FRAGILI. La presenza di Laura Silvia Battaglia al Festival non poteva non essere un’occasione per chiederle dunque un commento sull’attuale scenario in Medio Oriente. «Abbiamo un mondo completamente diverso. Abbiamo delle democrazie che non sono più pienamente tali e abbiamo delle dittature sempre più feroci e pochi governanti che hanno una certa saggezza». Il ragionamento tocca anche il ruolo dell’informazione e del potere economico: «Noi giornalisti dovremmo fare una cosa, come al solito: follow the money. Cercare di capire dove finiscono i soldi, da ove vengono, chi può approfittare di determinate situazioni. Questo ci può aiutare a capire quali relazioni intercorrono tra chi prende delle decisioni insieme ai governi, chi per esempio occupa i consigli di amministrazione in determinate realtà». A proposito del conflitto israelo-palestinese, Battaglia ha osservato: «Se Netanyahu rimane in sella, se Ben Gvir rimane in sella, se Smotrich è in sella, pensate che Netanyahu dica di sì alla proposta dei paesi europei di fare uno Stato palestinese? Netanyahu non ha problemi a dire sì a fare uno Stato palestinese, basta che non si faccia dov’è». Aggiungendo una riflessione rivolta all’Europa: «Ci siamo sempre detti paladini del rispetto dei diritti umani, e a questo punto dobbiamo ammettere che lo siamo a corrente alternata». E un avvertimento: «Occhio al mese di agosto, che sembra un mese inconsueto in cui succede sempre qualcosa di grosso».

(In copertina: Ph. Mohammed Ibrahim | Unsplash)

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Catanese, 23 anni, laureato in Scienze e Lingue per la Comunicazione. Collabora con il Sicilian Post da fine 2023. Si interessa di cultura, politica, cinema, arte, attualità e sport.

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