Dall’analisi dei dati alle storie delle persone: Big Local News, un modello vincente per il giornalismo locale

Ospite d’eccezione della giornata inaugurale dell’ottava edizione di “Il giornalismo che verrà – Festival dell’informazione mediterranea”, la giornalista premio Pulitzer e docente all’Università di Stanford Cheryl Phillips ha raccontato com’è nata la piattaforma di analisi e condivisione dei dati che oggi rappresenta un riferimento per grandi e piccole redazioni negli USA e nel mondo: «Il nostro compito è quello di reperire e scandagliare grandi dataset e metterli a disposizione dei giornalisti, a cui offriamo anche una adeguata formazione per interpretarli». L’obiettivo? Fornire alle comunità storie leggibili e rilevanti: «Nei numeri ciò che va sempre trovato è il collegamento con l’aspetto umano. Solo collaborando si può sperare di avere un impatto sui temi sociali»

Il premio Pulitzer per il Local Reporting 2025 assegnato al team del The Baltimore Banner per l’inchiesta “Overdose in Baltimore” rappresenta molto più di una storia locale: racconta un metodo. Un lavoro costruito su analisi sofisticate dei dati, collaborazione tra oltre dieci redazioni e il supporto decisivo di Big Local News, il network guidato da Cheryl Phillips, giornalista e docente all’università di Stanford. È da questo modello – capace di svelare l’impatto sproporzionato della crisi del fentanyl sulla comunità nera di Baltimora – che ha preso il via l’intervento della Phillips durante la giornata inaugurale dell’ottava edizione di “Il giornalismo che verrà – Festival dell’informazione mediterranea”, promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo ETS insieme alla Scuola Superiore dell’Università di Catania.

Cheryl Phillips

Non un caso studio isolato, ma la dimostrazione concreta di come il giornalismo locale possa ancora produrre impatto sistemico quando mette in comune competenze e dati. Ed è proprio questa la traiettoria al centro dell’intervento di Phillips, che ha portato dentro il workshop l’esperienza di una piattaforma nata per aiutare le redazioni a non lavorare più in solitudine, ma come parte di un’infrastruttura collaborativa globale. Quel lavoro premiato, infatti, si distingue anche per un elemento meno visibile ma decisivo: la capacità di leggere i dati oltre la superficie. L’analisi coordinata dal data editor Ryan Little ha permesso di individuare un pattern generazionale preciso, mostrando come l’epidemia di overdose da fentanyl stesse colpendo in modo sistematico uomini neri anziani, un segmento spesso invisibile nelle narrazioni mainstream. Ma è proprio qui che entra in gioco il modello costruito da Big Local News: non solo raccolta e pulizia dei dataset, ma affiancamento alle redazioni per trasformare numeri complessi in storie leggibili e rilevanti per le comunità. Il risultato è un’inchiesta capace di incidere nel dibattito pubblico perché fondata su evidenze solide e su una rete di competenze distribuite.

È a partire da questa esperienza che Cheryl Phillips ha allargato lo sguardo durante il workshop, mostrando come lo stesso approccio possa essere applicato a contesti e temi diversi, mantenendo una struttura comune: dati condivisi, collaborazione tra redazioni, impatto locale con prospettiva sistemica. Oggi il suo progetto, nato nel corso della pandemia di Covid-19, è un’infrastruttura collaborativa che mette insieme dataset difficili da trovare, strumenti per analizzarli, formazione per i giornalisti e partnership editoriali. L’idea di fondo è semplice ma radicale: il giornalismo migliora quando smette di lavorare in isolamento.

«Raccogliamo e creiamo delle grande banche dati che altrimenti sarebberi difficili da trovare o usare, costruiamo strumenti per capirli meglio, formiamo i giornalisti e collaboriamo su storie di impatto»

Cheryl Phillips

OLTRE LA SINGOLA STORIA. Uno degli aspetti più interessanti emersi durante l’incontro è la capacità di partire dal locale per arrivare al globale: «L’obiettivo è andare oltre la singola storia locale». A tal proposito, Phillips ha fatto riferimento ad un’inchiesta sui finanziamenti climatici basata su dati ONU: insieme a Reuters, il team ha scoperto che i Paesi più ricchi stavano guadagnando miliardi da un sistema pensato per sostenere quelli in via di sviluppo. Due storie pubblicate, un impatto immediato, e un dataset che continua a essere aggiornato. Altro esempio: la collaborazione con Lighthouse Reports sulle disuguaglianze lavorative in Europa. Tema centrale, il “brain waste”: lavoratori altamente qualificati costretti a impieghi meno qualificati. Anche qui, dati condivisi e formazione per permettere alle redazioni locali di raccontare declinazioni territoriali dello stesso fenomeno. Il modello si ripete: un’infrastruttura comune, molte storie locali.

UN’INFRASTRUTTURA PER IL GIORNALISMO LOCALE. «Siamo un team molto grande e lavoriamo con redazioni locali in tutto il mondo, non solo negli Stati Uniti». Ma la logica resta la stessa che aveva alimentato il progetto in partenza: «Raccogliamo e creiamo delle grande banche dati che altrimenti sarebberi difficili da trovare o usare, costruiamo strumenti per capirli meglio, formiamo i giornalisti e collaboriamo su storie di impatto». Una filiera completa, che tiene insieme tecnologia e pratica giornalistica.

Alla base, una convinzione netta: «L’idea è che una collaborazione più efficace migliori il giornalismo e l’impatto delle storie sulle comunità». Per far funzionare ogni collaborazione, Big Local News utilizza una matrice operativa, «La DART matrix, per capire come affrontare le storie e collaborare». La logica è adattiva: «Se sei una piccola redazione senza competenze sui dati, non serve darti tanti dati: serve formazione, coaching e “ricette di reporting”». L’obiettivo è costruire autonomia: «Così migliori le competenze e offri storie più rilevanti alla tua comunità». Il discorso cambia per le grandi redazioni, alle quali «Servono i dati e maggiore impatto». Ma anche qui emerge il nodo della collaborazione: «Potresti voler condividere dati con redazioni più piccole, ma non hai tempo per formazione: qui interveniamo noi». Il ruolo del progetto è chiaro: «Facciamo da ponte, offrendo formazione e strumenti».

«Quando si pensa ai dati, è importante “intervistarli”, cercare pattern e schemi: ma altrettanto cruciale è trovare le persone che stanno oltre quei dati»

Cheryl Phillips

Uno degli strumenti centrali della piattaforma sono le guide pratiche. «Potete accedere ai dati creando un account e consultare le “reporting recipes”: un insieme di spunti che forniamo affinché il giornalista possa elaborare la sua declinazione del racconto». Non si tratta solo di accesso, ma di metodo. Durante il workshop, Phillips insiste su un passaggio: «Quando si pensa ai dati, è importante “intervistarli”, cercare pattern e schemi: ma altrettanto cruciale è trovare le persone che stanno oltre quei dati». E ancora: progetti su immigrazione, carceri, case di riposo, istruzione. In molti casi, le storie hanno avuto conseguenze concrete, contribuendo a cambiamenti politici o amministrativi. Perché il punto non è solo pubblicare ma incidere, lasciare il segno.

UN MODELLO POTENZIALMENTE GLOBALE. Durante il confronto finale emerge il tema della crisi del giornalismo locale. «Molte redazioni più piccole sono sparite in molte aree», riconosce. L’obiettivo del progetto è anche questo: «Vogliamo gestire quella crisi e la speranza è che possiamo aiutare le redazioni esistenti». Come? «Vogliamo renderlo più semplice possibile, ecco perché collaborare insieme diventa ancora più necessario». E l’Italia? «Potremmo fare la stessa cosa se trovassimo realtà interessate». Il modello è esportabile, ma richiede una condizione: disponibilità a condividere.

(In copertina: Ph. Kevin Ku | Unsplash)

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Laureata in “Scienze e Lingue per la Comunicazione” presso l’Università degli Studi di Catania, è copywriter. Collabora con Sicilian Post dal 2023 per raccontare la Sicilia attraverso luoghi sconosciuti e storie di siciliani che hanno scelto di rimanere per lasciare un’impronta o di partire per trasmettere al mondo la bellezza di questa terra.

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